Ma la nostra democrazia ci va bene come è o no?

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Nuovo giro di aggiustamenti alla riforma costituzionale e nuovo giro di polemiche. Il che fa pensare che per una parte del paese le cose vadano davvero bene come sono.

Ma non è così.

Un sondaggio IPSOS di fine anno scorso (dicembre 2023) indicava come la stragrande maggioranza della popolazione italiana ritenesse che il sistema non funzioni. Il rapporto tra soddisfatti della democrazia in Italia e non soddisfatti era di 24% (soddisfatti) a 51% (insoddisfatti). Nella percezione di come era evoluta la situazione negli ultimi 5 anni il rapporto era imbarazzante: 61% (peggiorato) contro un misero 6% (migliorato).

Intendiamoci, i sondaggi vanno “presi con le molle”: la gente ama anche lamentarsi e non vuol dire che tutto quello che dice un sondaggio sia vero. Senza contare che il modo in cui una domanda viene posta, cambia di tanto la probabilità di una risposta o del suo opposto. Detto questo, se qualcuno avesse ancora un dubbio sul fatto che la nostra democrazia necessita di una risistemazione, ha di che riflettere.

Acclarato che la necessità di riforma c’è, la domanda successiva è cosa riformare. E anche qui non ci sono molti dubbi: il sistema politico è troppo frammentato e i governi troppo poco stabili per poter attuare delle politiche di lungo respiro. E senza di queste non c’è crescita duratura ma solo la schiavitù della risposta all’emergenza. Non che una riforma che dà stabilità ai governi renda di per sé questi più responsabili: abbiamo avuto evidenza di irresponsabilità al governo anche quando la stabilità era pur presente. Ma certo rimuovere le cause che impediscono ad un governo in carica di poter essere responsabile e di poter ragionare su un orizzonte più lungo dei classici 9-18 mesi che rappresentano le durate dei governi in Italia, aiuta (negli ultimi 12 anni: 17 mesi Monti, 10 mesi Letta, 34 mesi Renzi, 18 mesi Gentiloni, 15 mesi Conte I, 17 mesi Conte II, 18 mesi Draghi…).

Allora se le modifiche sono necessarie, perché non si fanno mai? Perché ogni proposta viene sempre attaccata?

Non sarà perché, anche per la forma dello stato, vale il “lodo Calderoli”? Ve lo ricordate? È quello che diceva metteva d’accordo maggioranza e opposizione con il messaggio: “questa legge è una porcata, ma la porcata piace a tutti!”. E infatti la porcata (la legge elettorale) passò. Nessuno fece un referendum per cancellarla. Né nessuno ha fatto nulla per modificarla.

E così è anche per la nostra situazione: l’attuale assetto istituzionale non funziona (che è equivalente, al netto della volgarità, all’affermazione Calderoli) ma la disfunzione piace a tutti perché così i Presidenti del Consiglio non possono fare per conto loro e sono legati a situazioni così instabili che il potere di veto diventa una forma di potere implicito per le segreterie dei partiti. Che così possono fare e disfare a loro piacere i governi. Basta avere la faccia tosta e “lavare” nel potere ogni cambio di linea. Tipo il PD con il suo “mai con i 5 Stelle” e poi via al governo con i 5 Stelle, la Lega con il suo “mai con la sinistra” o con “il potere delle banche” e poi via con il governo con i 5 Stelle e con il governo Draghi (che, per inciso, è stato fondamentale…), o i 5 Stelle che dicevano “mai con nessuno” e poi si sono accasati con tutti. Ecc. ecc. ecc.

Il gran ballo del potere ha ammaliato tutti, prima o dopo. E va anche bene così: il compromesso è il sale della politica. Ma da lì a dire che un sistema compromesso sia un bel sistema ne corre…

La proposta di riforma prevede un premierato. Una formula nuova rispetto ad altre. Che lascia un Presidente della Repubblica come soggetto istituzionale terzo con poteri comunque molto forti anche dopo aver perso il potere di nominare il primo ministro (mantiene il potere di promulgare le leggi e di rimandarle al parlamento – anche quelle di iniziativa del governo –, mantiene la presidenza del CSM, mantiene la guida formale delle forze armate, ecc.).

Le alternative erano il semipresidenzialismo alla francese o il presidenzialismo all’americana. A mio modesto avviso, decisamente più dirompenti e che davano al presidente eletto poteri nettamente maggiori di quelli che gli vengono assegnati dalla riforma.

Certo c’era anche la possibilità di un intervento minimo, come quello del cancellierato alla tedesca. Ma voi ci vedete noi italiani ad avere la disciplina che lega i partiti a lunghi e complessi patti scritti che sono alla base di quei cancellierati? E dopo a rispettarli? E, ancora di più, credete che il nostro parlamento sia in grado di essere quella camera di rappresentanti del popolo che al popolo rende conto di quello che fa ad un governo? Potrà davvero un sistema come il nostro, in cui i parlamentari non sono legati al popolo che li vota ma solo ad un segretario di partito (che sia PD o Lega, FdI o 5 Stelle davvero non importa: il meccanismo è sempre lo stesso), un sistema in cui il voto popolare è stato sterilizzato in ogni modo possibile a favore delle segreterie dei partiti, un tale sistema, dicevamo, può davvero produrre un Parlamento in grado di dare vita a governi stabili solo perché si vietano le crisi al buio ma si permette il cambio di governo solo se si individua prima il nuovo Presidente del Consiglio? Non produrrà piuttosto le stesse crisi, gestite con caminetti carbonari facilitati dalla recente riduzione del numero dei parlamentari che ha regalato ai suddetti segretari degli eserciti più snelli e più controllabili?

Non credo che il premierato sia l’unica scelta valida per l’Italia. Credo, però, che il premierato sia la scelta più moderata per il nostro paese. E che produca una certa stabilità senza correre il rischio di eccessi di potere. Il che è un problema per il nostro paese solo perché quegli stessi partiti, che ora contestano la riforma, hanno consentito e agevolato e apprezzato un sistema elettorale che ha già da tempo ridotto il Parlamento ad un luogo squalificato. Un luogo dove si entra non per competenza o apprezzamento del popolo ma solo per vilissimo servilismo verso la leadership dei partiti.

Andrea Bicocchi  @Andrea_Bicocchi

Andrea Bicocchi
Andrea Bicocchi
Imprenditore, editore de "Lo Schermo", volontario. Mi piace approfondire le cose e ho un'insana passione per tutto quello che è tecnologia e innovazione. Sono anche convinto che la comunità in cui viviamo abbia bisogno dell'impegno e del lavoro di tutti e di ciascuno. Il mio impegno nel lavoro, nel sociale e ne Lo Schermo, riflettono questa mia visione del mondo.

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