Le radici della politica italiana – I Rossi tra opzione democratica e opzione rivoluzionaria: Pannella e la cultura della sinistra moderna – II Parte (’46 – ’80)

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(Segue da: Le radici della politica italiana – le origini dei Bianchi e dei Rossi e lo scontro tra le due culture – I Parte (’46 – ’80))

Abbiamo visto come nacquero i rapporti di forza tra Rossi e Bianchi. E vedremo, in un prossimo articolo, come, nella Costituzione, trovarono sia una intesa sui valori che sulle istituzioni, non esente da una dose di tattica legata alle contingenze del tempo per quanto riguarda la forma del potere politico. 

In questo contesto il dialogo tra le parti era, al tempo stesso, difficile e continuo. La rappresentazione dei Bianchi e dei Rossi come monoblocchi aiuta a comprendere il senso di quegli anni. Ma è, evidentemente, una semplificazione. 

I Bianchi erano, al loro interno, assai frazionati. Sui principi di fondo non vi erano dubbi ma molto si discuteva sulle tattiche e sull’atteggiamento da avere con i Rossi. Una parte consistente, infatti, puntava alla “normalizzazione” di questi. Un’altra ne temeva la capacità di penetrazione nelle proprie fila e nelle istituzioni e voleva una relazione più ferma e distante. A più riprese i numeri dei Rossi si avvicinarono alla conquista del potere. E il mondo dei Bianchi si trovò più frequentemente in bilico tra trattativa e contrapposizione. Le tesi della “Conventio ad excludendum”, del “compromesso storico” e, infine, del “preambolo” furono bandiere decennali che teorizzarono prima l’esclusione assoluta, poi la ricerca di un dialogo e di una normalizzazione dei rapporti istituzionali, quindi un nuovo ostracismo del PCI, e caratterizzarono il rapporto tra Bianchi e Rossi in questi anni. 

Il risultato fu comunque una mancanza di una direzione definita con qualche ondeggiamento che, indirettamente, aumentò in una parte dei Rossi la sensazione di poter rovesciare il potere. Anche ricorrendo alla violenza. 

In questo quadro, tutti sapevano che si stava giocando con il fuoco. Il fuoco vero: vita o morte.

I Rossi, i primi anni del dopoguerra, stanno nel parlamento pronti alla rivoluzione. Hanno anche delle armi belliche nascoste nel settore emiliano per il “momento giusto”. E non disdegnano le maniere forti, soprattutto in alcune aree del centronord. E per maniere forti intendono omicidi politici. Ma non in senso metaforico. Omicidi veri, con veri morti ammazzati. 

È un contesto che dura a lungo nel tempo. È in questo humus che nascono poi le Brigate Rosse degli anni ‘70 con la «tolleranza», se non proprio la copertura, del PCI di allora. Dirà poi Piero Fassino: “Secondo alcuni compagni, il terrorista sbagliava unicamente perché la forma di lotta che aveva scelto era «controproducente» e faceva il gioco del padrone. Mancava in molti di noi un giudizio negativo della violenza [[…] che] si espresse nella formula: «I terroristi sono compagni che sbagliano»”. E così i Rossi vissero a metà tra ricerca di una normalità e tentazioni di rivoluzione. 

E formarono anche una sottocultura di chiusura e mutuo soccorso: una enclave sia dentro le istituzioni che nella cultura pubblica. Con una visione culturale fortemente legata all’ideale di classe operaia oppressa e dello scontro culturale anche violento, se non proprio di rivoluzione e guerra civile. Nasce, così, tutta una mitologia di socialità: il proletariato sfruttato, il padrone e anche la chiesa come avversario politico. Una mitologia che si è trasmessa anche al mondo che stava nascendo in quegli anni e che, con questa mitologia, non aveva più vere connessioni ma che ha garantito una narrazione di grande efficacia e una base comunicativa per la sinistra fino ad oggi, almeno come trama di fondo. E, in fondo, se le relazioni politiche erano intese come la “sfida della classe operaia affamata contro lo sfruttamento del padrone”, la violenza era inevitabilmente parte del panorama delle reazioni possibili.

Tornando a occuparci del livello culturale e umano dei personaggi di allora merita osservare che anche il “giullare” di quel tempo era un fuoriclasse. Naturalmente parliamo di Pannella. Colui che, per contenuti e formazione, dovrebbe essere considerato il padre della cultura della sinistra odierna. E chi è invece è il più negletto tra tutti i soggetti di quel Pantheon. Uno che inventava una battaglia tutti i giorni pari e due nei giorni dispari. Un «bestione» di un metro e novanta e peso indecifrabile e variabilissimo (ma ragguardevole) che si trangugiava allo stesso modo cibo e “figli politici”. Folle di genio, si butta su battaglie di ogni tipo: divorzio, aborto, anti-nucleare, liberalizzazione di tutto quello che è proibito (forse con la sola eccezione dell’«omicidio volontario per futili motivi»). 

Atlantista convinto ed europeista, resta volontariamente ai margini della politica di governo, preferendo le battaglie di piazza. Soleva definirsi «radicale, liberale, federalista europeo, anticlericale, antiproibizionista, antimilitarista, nonviolento e gandhiano». Fu membro della Gioventù Liberale e poi leader dell’Unione goliardica italiana negli anni dell’università. Così, tanto per inquadrare il personaggio.

Ma Pannella fu soprattutto anticomunista. Il che è singolare visto che tutto ciò che disse e fece è oggi il manifesto del PD (ma dovremmo dire di quasi tutta la cultura riformista): aborto, divorzio, antimilitarismo ma a favore del diritto di autodifesa (ed es. Israele), pro-liberalizzazioni di droghe leggere (solo quelle?), europeismo, nonviolenza… Una sorta di dizionario delle parole di sinistra di oggi. E, forse, proprio per quell’atlantismo quando la sinistra era filo-russa, è il più ignorato e rifiutato tra i padri nobili dalla sinistra di oggi. Fu, infatti, al suo tempo, fortemente «anti-comunista» perché, come diceva lui, i Rossi non stavano dalla stessa parte del mondo con cui stava lui. Disse una volta in una intervista: “dal 1947 e sino alla fine dell’Unione sovietica, se ci fosse stata una guerra io sarei stato con gli americani; i comunisti, tutti i comunisti del mondo, sarebbero stati con i sovietici; magari male, magari soffrendo”.

In questa stessa direzione, va osservato che le forze che più erano contrarie ad ogni accordo con il PCI furono le componenti laiche di sinistra. Ovviamente, perché il loro ruolo sarebbe stato reso inutile dalla presenza della prima forza di sinistra del paese. Ma anche, e forse soprattutto, per la profonda diffidenza nei confronti di ampie aree della classe dirigente di quel partito, diffidenza dovuta alla differenza di vedute sul destino finale del paese. 

La collocazione internazionale, e il conseguente assetto di valori civili che ne sarebbe derivato, furono la vera discriminante anche per le forze alleate ai Bianchi e che erano di derivazione di sinistra. Non era certo un segreto neppure allora che le libertà civili nei paesi sovietici erano un titolo assai privo di significato. 

Non è privo di fondamento il pensiero che, alla fine, sia il pensiero di Pannella più che quello del comunismo a rappresentare la sinistra odierna: il comunismo è ormai un reperto storico; il pensiero di Pannella è il «fil rouge» del riformismo attuale.

(Segue con Le radici della politica italiana –La costituzione, Togliatti e il filo del dialogo – III Parte (’46 – ’80)

Le radici della politica italiana – la crisi del sistema politico nell’Italia “da bere” – IV Parte (’80 – ’92))

Andrea Bicocchi @Andrea_Bicocchi

Andrea Bicocchi
Andrea Bicocchi
Imprenditore, editore de "Lo Schermo", volontario. Mi piace approfondire le cose e ho un'insana passione per tutto quello che è tecnologia e innovazione. Sono anche convinto che la comunità in cui viviamo abbia bisogno dell'impegno e del lavoro di tutti e di ciascuno. Il mio impegno nel lavoro, nel sociale e ne Lo Schermo, riflettono questa mia visione del mondo.

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