Siamo soli nell’universo? Il Natale è il racconto di un amore speciale e infinito di Dio per l’uomo.

-

In questo Natale voglio fare una riflessione dedicata a chi ha fede. E che, spero, possa aiutare chi crede a capire che fede e scienza, che fede e ragione, non sono in contrasto una con l’altra. 

Diciamolo subito: non esiste una “dimostrazione di Dio”. Le più grandi intelligenze della storia si sono cimentate in questo dibattito e hanno concluso che una tale dimostrazione non c’è. Ma anche che, in tante realtà del creato, se lo si vuole, si possono trovare degli indizi dell’azione e della presenza di Dio. 

E quindi quello che segue non è certo una dimostrazione dell’esistenza di Dio. Ma come conseguenza delle precedenti affermazioni, possiamo anche dire che non esiste neppure una “dimostrazione che Dio non esiste”. Quindi ognuno, anche dopo la lettura di questo articolo, resta libero di pensare quanto crede. Solo vorrei che i sentimenti di fede non venissero derisi troppo facilmente e, soprattutto, vorrei, che nelle coscienze dei fedeli, non vivesse una convinzione di irragionevolezza: di frattura tra ragione e fede.

Il discorso che farò sarà inevitabilmente semplificato. E affronterà solo il tema della nascita della vita. Un po’ perché la nascita della vita ha a che fare profondamente con la nascita del Salvatore che ricordiamo con il Natale; un po’ perché è uno dei temi che maggiormente sono considerati risibili e utilizzati per alimentare la narrazione del contrasto tra fede e ragione. 

La nascita della vita sulla Terra: creazionisti ed evoluzionisti

Il tema della nascita della vita sulla Terra è quello più comunemente perso ad esempio di una evidenza di irragionevolezza della fede. Si oppone, alla visione “creazionista”, che immagina che l’uomo è creato da Dio, la visione “evoluzionista”, che propone la nascita come “spontanea” e non influenzata da alcunché di soprannaturale. 

Non che i creazionisti ritengano che la creazione avvenne esattamente come viene narrata nella Genesi: è evidente che la narrazione della Genesi è un racconto allegorico, quindi fantastico. A tal fine, merita appena osservare che di racconti ce ne sono ben due diversi (cosa che non poteva essere “sfuggito” a nessuno, neppure nei secoli passati…) e che la cultura ebraica del tempo faceva largo e normale uso di storie di fantasia per spiegare fatti e concetti, anche e soprattutto legati alla fede. 

Tolto quindi il tema della discrepanza tra racconto della Genesi e credibilità dei fatti, concentriamoci sul tema importante: la vita è nata spontaneamente o ha richiesto un certo “aiuto”? C’è stato un intervento soprannaturale nella creazione dell’uomo o tutto è avvenuto in modo assolutamente ordinario? In termini più scientifici: la nascita della vita e dell’uomo è un evento altamente probabile o infinitamente poco probabile (con tutte le possibilità che sono tra queste due ipotesi)?

In letteratura scientifica il tema è definito come “abiogenesi”. Abiogenesi è un termine che deriva dal greco: a è nota come alfa privativa, ossia una negazione; bio significa vita; genesi significa nascita. Letteralmente, nascita da ciò che non è vivo: quindi nascita della “vita” dalla “non vita”. È un argomento che è stato sempre di interesse per la comunità scientifica, perché capire da dove veniamo è sempre stato un elemento di grande importanza per tutti gli uomini di tutti i tempi. Ma negli ultimi anni ha assunto anche un rilievo importante per la riflessione sulla probabilità, o meno, di esistenza di vita extraterrestre. 

È per rispondere a questo problema che gli scienziati della NASA hanno inserito, all’interno dei rover Curiosity e Perseverance  in missione su Marte, degli esperimenti volti a individuare tracce di sostanze biologiche sul pianeta rosso: se venissero trovate sarebbe un importante indizio che la nascita di vita ad un qualche livello di complessità, è un fatto altamente probabile. Al momento, tali tracce non sono state trovate.

Qualche lettore potrebbe chiedersi il legame tra delle tracce biologiche su Marte e il nostro discorso. In fondo la vita sulla Terra è abbondante e estremamente varia. Il che potrebbe portare a semplificare troppo il problema e a pensare che la vita deve essere abbondante anche altrove. Il fatto è che questa affermazione, che la vita sulla Terra è abbondante e varia, seppure vera, non ci dice molto. Non ci dice, in particolare, se noi viviamo dentro una “singolarità” o nella “normalità”. Se, cioè, il nostro mondo è speciale, il che equivale a rafforzare le ipotesi creazioniste, o è ordinario per una pianeta con certe caratteristiche, il che andrebbe a sostegno delle ipotesi puramente evoluzioniste.

Il tema è stato posto, in termini scientifici, nella famosa “equazione di Drake” (da William Drake, astrofisico). Questi ha posto il tema della probabilità di esistenza di civiltà in grado di comunicare all’interno della Via Lattea (la nostra galassia). Ciò che è significativo, della posizione di Drake e di una gran parte della comunità scientifica sul tema, è che la probabilità che si sviluppi la vita su un pianeta con caratteristiche simili alla Terra, è considerata pari a 1, che in termini scientifici equivale all’affermazione che ogni pianeta con le giuste caratteristiche svilupperà certamente la vita. Non necessariamente una vita “intelligente”, ma vita sì. 

Ed è qui che c’è la divergenza di opinioni più importante. Perché c’è invece chi, come chi sta scrivendo, non ritiene corretta questa ipotesi e ritiene che questo numero sia invece drammaticamente vicino alla 0 (ossia un fatto di inaudita eccezionalità).

Le caratteristiche particolari della Terra

Il primo passo è l’individuazione di quanti pianeti sono adatti alla vita. E sembra che siano tanti: alcuni studi sembrano ipotizzare che quasi in ogni sistema solare ospiti pianeti. Da lì, quelli che hanno la giusta distanza dal sole, le dimensioni corrette e siano solidi, sono stimabili in numeri molto importanti. Ma un’analisi più attenta, che consideri le scoperte che stiamo facendo, ci porta a osservare che la Terra ha delle particolarità. Intanto ci protegge dalle radiazioni: infatti il nostro pianeta ha un campo magnetico che deviandole rende la superficie più adatta alla vita. E che, inoltre, riduce la capacità dei venti solari di spazzare via i gas dal pianeta, ossia l’aria che respiriamo e la cui pressione consente l’acqua in forma liquida. E non tutti i pianeti hanno questa particolarità seppure non è neppure rara. Ancora la Terra ha Giove e Saturno: due giganti gassosi abbastanza grandi da aver spazzato via gran parte dei detriti cosmici attorno alla Terra, consentendo che la stessa non fosse troppo bersagliata da asteroidi che possono compromettere la vita (vedere a tal proposito la scomparsa dei dinosauri) ma restando pianeti abbastanza piccoli per non essere dei piccoli soli. E, ancora, ha una luna abbastanza grande e vicina da innescare le maree ma non troppo grande né vicina per essere distruttiva di atmosfera ed equilibrio magmatico. Insomma, il numero di pianeti “abitabili” in realtà potrebbe essere assai più piccolo di quanto non stimato inizialmente. Il che non rende certo la Terra un unicum nell’universo e neppure nella nostra Via Lattea ma limita comunque sensibilmente questo numero.

La nascita della vita sulla Terra

A sostegno della posizione evoluzionista, in relazione alla pretesa che su un pianeta adatto la vita si svilupperà di sicuro, viene riportato il fatto che, sul nostro pianeta, la vita è comparsa in tempi estremamente brevi (in termini evoluzionistici): appena un miliardo di anni dopo la formazione, forse persino meno. Considerando che di questo miliardo di anni, una parte, non esattamente facile dire quanto grande, è costituita da un mondo “infuocato” e veramente impossibile, il tempo per la genesi della vita, per la genesi di LUCA, è veramente poco. 

Con LUCA, in letteratura scientifica, si intende il primo organismo vivente: “Last Universal Common Ancestral” ossia il primo antenato comune a tutti. Il primo organismo vivente da cui tutti deriviamo. 

E qui si trova il primo problema degli evoluzionisti: esiste un unico primo antenato? La risposta è, inequivocabilmente sì! Esiste ed è unico. 

Come lo sappiamo? Primo, tutta la vita gira intorno ad un solo meccanismo che è il DNA. Tutta: dal più piccolo batterio ed organismo unicellulare all’uomo. E, secondo, tutti condividiamo un certo numero di geni, cioè abbiamo una quantità di sequenze del DNA comuni che determinano la vita e che non possono essere riportati al caso. Sono, infatti, troppi perché possa essere credibile che ci siano stati più eventi di generazione della vita indipendenti ma che avessero tutto quella quantità di uguaglianze.

Quindi, la tesi evoluzionistica ha un problema: in un mondo indubbiamente ospitale per la vita, la Terra, ci fu un solo “esperimento” efficace per la creazione della vita. 

Per esperimento, in questo articolo, intenderemo eventi “naturali” che hanno portato alla creazione di un certo risultato, di una certa forma di vita. 

Intendiamoci, molti scienziati hanno lavorato, e trovato anche qualche conforto sperimentale, nel tentativo di spiegare come, da condizioni non organiche, sia stato possibile che venissero fuori anche dei componenti organici. Ma quello che hanno ottenuto, la sintesi di amminoacidi che sono il primo mattone della vita come la conosciamo, è confinato a condizioni ambientali molto particolari che erano presenti in modo generalizzato sulla terra solo per “poco” tempo (e con poco qui intendiamo qualche centinaio di milioni di anni, che può sembrare tanto, ma non lo è). Il che mette un ulteriore problema sulla strada degli evoluzionisti: le condizioni per la nascita della vita sarebbero valide solo per un periodo assai breve della vita di un giovane pianeta; poi stop. Senza contare che la sintesi di un amminoacido sta alla vita, come un singolo mattone sta alla città di New York: è un risultato importante ma resta un po’ poco per dare certezze. 

Da LUCA agli altri comuni ancestrali

Ma andiamo avanti perché la strada è ancora lunga. Abbiamo visto che un problema che LUCA crea agli evoluzionisti, è che questa teoria non ama i salti improvvisi: se l’evoluzione è un processo naturale di incroci e variazioni di DNA questi dovrebbero avvenire con una certa frequenza, ossia ripetersi ogni tanto nella storia; non essere eventi veramente unici. O meglio: se i salti unici sono tali, allora questi sono anche altamente improbabili e quindi non c’è motivo di aspettarsi che siano avvenuti in modo generalizzato su altri ipotetici mondi. Quindi, continue evoluzioni vanno bene, improvvisi salti evolutivi no. 

Il passo successivo è la prima cellula. Qui almeno abbiamo due tipi diversi: eucarioti e procarioti. Per dirla facile: cellule con o senza un nucleo al centro della cellula che rispettivamente dominano il nostro mondo e quello dei batteri. Qui va meglio per gli evoluzionisti perché, come dicevamo, due sono meglio di uno visto che implicano una pluralità di esperimenti riusciti. Ma due è anche il minimo numero per parlare di pluralità ed è ancora assai poco: equivale a dire che, dopo una fase iniziale, nessun esperimento è più andato a buon fine. Inoltre entrambe hanno molti elementi comuni che riportano a qualche cosa di più complesso anche di LUCA e questo crea altre domande.

Se seguiamo le evoluzioni, troviamo quindi che tutte le cellule animali e vegetali, tutte le cellule di entità biologiche complesse, hanno un solo progenitore: il primo eucariota. E torniamo ad un ulteriore “unico esperimento riuscito” nella storia del nostro pianeta, questa volta per organismi complessi (pluricellulari). 

Questo avviene ancora e ancora: c’è un solo organismo animale iniziale (LACA, Last Animal…) ed un solo vertebrato iniziale (LVCA) e un unico vertebrato tetrapode ecc. E poi, e poi…

Insomma la storia dell’evoluzione presenta una serie di “singolarità”: dei salti evolutivi che non si sono più ripetuti. Il che, in termini evoluzionistici equivale a dire che sono casi rari nel percorso che ha portato la natura alla creazione dell’uomo. E questi salti, questi esperimenti unici, proprio perché unici, sono evidentemente poco probabili. Ossia hanno una frequenza di accadimento così remota da accadere solo una volta in miliardi di anni. 

In termini probabilistici, un evento raro è un problema. Ma una successione di eventi rari è infinitamente meno probabile e quindi enormemente più rara. Quindi, se un evento è unico, significa che sarà poco probabile che avvenga in un altro mondo. Ma una sequenza di eventi unici è qualcosa di veramente, incredibilmente, irripetibile.

La visione creazionista della storia 

Ma, in termini creazionistici, questi passaggi sono il punto di intervento di Dio. I momenti in cui qualche cosa accade e cambia il corso della storia. Sono i momenti in cui, per lo sguardo ci chi ha fede, si vede l’intervento del creatore che orienta la creazione verso un fine. Del resto, se esiste un Dio che ha creato e sostiene il mondo con le sue regole (razionali), allora è lecito pensare che questo Dio sia attivo nella storia e utilizzi queste stesse regole, “forzandole” un po’, per giungere al risultato che vuole: l’uomo.

Il che ci porta nel mistero del Natale: un Dio che si fa uomo. 

Su questo, naturalmente, ognuno è libero di pensare che sia il più grande e bello dei misteri della fede o la più sciocca delle superstizioni. Ma, accettando la premessa della fede, allora l’evoluzione dell’uomo diviene il percorso su cui Dio ha lasciato le sue “impronte digitali”. E lo ha fatto proprio in quei “salti”, in quegli incredibili esperimenti riusciti, che hanno portato alla creazione dell’uomo. Questa visione, quindi, non contrasta con la convinzione che esista l’evoluzione delle specie. Solo dice che, quando questa evoluzione prende delle strade così poco probabili da apparire un miracolo, forse un miracolo lo è davvero. Ed è questo “miracolo” l’impronta di Dio nella storia. La Genesi allora racconta proprio questo: come nella storia della creazione Dio sia intervenuto più volte per cambiare le cose. Racconta quindi che in sette momenti (e sette è un numero allegorico non un numero esatto e magico) Dio abbia fatto qualcosa di straordinario che ha ridefinito il mondo come lo conosciamo.

Noi nell’universo: siamo soli? E, se sì, l’universo è fatto solo per l’uomo?

Allora, per l’uomo di fede, il bambino di Betlemme di duemila anni fa è ragionevolmente l’epicentro della storia, il suo punto di equilibrio. Allora è legittimo pensare che di LUCA nell’universo, forse, non ne esistono altri, vistoché sulla Terra, un luogo così evidentemente adatto alla vita, se ne è prodotto uno solo. E, quindi, immaginare che tutto l’universo sia stato creato per noi, potremmo persino dire “progettato” per noi, è possibile. È una prospettiva che dà un senso di vertigine e di incredulità: una immensità che neppure possiamo immaginare adeguatamente, è rivolta e finalizzata per la sola umanità. E il coronamento di quel dono è una creatura così fragile come un bambino. 

Noi non possiamo sapere se queste speculazioni sono giuste o sbagliate. Non abbiamo nessun dato oggettivo per dedurre la probabilità della nascita della vita se non quello che osserviamo su questo pianeta (e, forse tra qualche tempo, su Marte). E anche di quanto è accaduto sulla Terra abbiamo solo dei frammenti un po’ confusi e di non semplice interpretazione. Eppure sono convinto che non dovremmo avere tanta fretta di dire che quanto accaduto sia “normale” o talmente probabile da definirlo certo. Non dovremmo accantonare l’idea di essere in una singolarità senza prove scientifiche concrete a sostegno dell’ipotesi. Né la scienza né la nostra esperienza ci hanno mai fornito, fino ad oggi, alcuna evidenza che possa far immaginare che l’uomo non sia davvero incredibilmente speciale.

Il bambino di Betlemme è lì a ricordarci questo: che per Dio noi, ciascuno di noi, è talmente speciale da meritare il regalo più grande: il suo amore incondizionato. Che è più grande perfino dell’intero universo.

Andrea Bicocchi @Andrea_Bicocchi

Foto di Snapwire da Pexels

Andrea Bicocchi
Andrea Bicocchi
Imprenditore, editore de "Lo Schermo", volontario. Mi piace approfondire le cose e ho un'insana passione per tutto quello che è tecnologia e innovazione. Sono anche convinto che la comunità in cui viviamo abbia bisogno dell'impegno e del lavoro di tutti e di ciascuno. Il mio impegno nel lavoro, nel sociale e ne Lo Schermo, riflettono questa mia visione del mondo.

Share this article

Recent posts

Popular categories

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui

Recent comments

Bruno on Cima Vallona
Mariacristina Pettorini Betti on IN RICORDO DI GIOIRGIO AMBROSOLI UN ITALIANO
Mariacristina Pettorini Betti on Una camicia di Ghisa