L’attentato di Sarajevo, 28 giugno 1914. (gran finale)

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Segue da L’attentato di Sarajevo, 28 giugno 1914. (parte 1), da L’attentato di Sarajevo, 28 giugno 1914. (parte 2) e da L’attentato di Sarajevo, 28 giugno 1914. (parte 3)

Al ritorno dalla guerra, con la dissoluzione dell’Impero Austro-Urgarico, recuperò la mappa e pose una targa con dei fiori sulla tomba di Gavrilo. Dopo un po di anni la bara fu stumulata e successivamente traferita nel cimitero monumentale San Marco di Sarajevo, all’interno di una cappellina serba protetta…

Sui muri della città apparvero questi dipinti: “A Vienna andranno i nostri fantasmi /e vagando per i palazzi, faranno paura ai sovrani”

Il meno disperato di tutta questa faccenda era proprio l’Imperatore: “…Poveri figlioli. L’Onnipotente non si lascia provocare senza punire. L’ordine che io purtroppo non ebbi la forza di mantenere è ora ristabilito dalla volontà dell’Altissimo…. Per me è un grosso pensiero di meno”…

Alla faccia dello zio affranto, che subito individuò per la successione un altro nipote, Carlo di Asburgo Lorena. Carlo era convolato a nozze con una ragazza di sangue nobile, alta e elegante, di Lucca.

Zita Maria delle Grazie Adelgonda Micaela Raffaela Gabriella Giuseppina Antonia Luisa Agnese, nata il 9 maggio 1892 a Capezzano Pianore, Lucca.

Serva di Dio.

L’ultima Imperatrice d’Europa.

Al processo i beni degli imputati furono sequestrati come i corpi di reato e dati in parziale risarcimento agli eredi; tra questi le armi.

Ma i figli figuriamoci se volevano le armi con le quali avevano ucciso i genitori. Pregarono quindi il loro precettore, il gesuita Padre Anton Puntingam di provvedere e occuparsene.

E questi lo fece in maniera efficace.

Recuperò la veletta della contessa, le sue scarpe sporche di sangue, un mazzolino di fiori che teneva in mano, e noleggiò un tendone da circo.

Con questo materiale il furbo gesuita cominciò a girare per l’Europa, con una sorta di museo itinerante dove mostrava alla gente i reperti del tragico attentato.

A pagamento.

La cosa funzionò per un bel po’; la scusa era quella di raccogliere fondi per realizzare un monumento funebre per i genitori. Ma i conti non tornavano troppo bene. La cosa arrivò agli orecchi (e agli occhi) dei figli che schifati da questo mercimonio sulla pelle dei genitori, scrissero al Vescovo di Vienna pregandolo di intervenire.

Il Vescovo chiamò Padre Puntingam e lo fece nero.

Il gesuita allora nascose il materiale in un banco di sacrestia di una vecchia chiesa dei Gesuiti di Vienna, che li è rimasto fino agli anni ’90, quando in seguito ad una ristrutturazione della chiesa è saltato fuori.

Le armi sono state periziate dalla polizia viennese, ed è emerso che una delle quattro pistole ha il numero di matricola alterato. Probabilmente quella vera, che ha ucciso la coppia reale, era stata trafugata e sostituita con quella alterata. C’è un mondo di collezionisti nostalgici e appassionati che venderebbe la moglie per una roba del genere.

In questa storia le foto aiutano a recuperare la memoria.

Per svolgere il nostro compito specifico, quello di rimuovere mine e bombe dal territorio, noi del B.O.E. utilizzavamo spesso come accompagnatori , militari dell’ex-esercito serbo e bosniaco, che in base agli Accordi di Dayton dovevano fornire collaborazione e tutte le informazioni possibili per agevolare il nostro compito. Mappe, carte militari, documentazione tecnica ecc. tutte informazioni che aiutavano il difficile compito di bonifica dagli ordigni.

I militari serbi e bosniaci ci accompagnavano sui luoghi di combattimento da bonificare. Insieme a loro avevamo assunto alcune interpreti, per dialogare e capire meglio la difficile lingua bosniaca e serba.

Le interpreti erano assunte rigorosamente nelle due fazioni, serbe per i lavori in territorio serbo, e bosniache per il rimanente territorio. Impensabile a quel tempo, andare con un interprete serbo a operare in Bosnia e viceversa, c’era da rimanerci; bene che andava finiva a sassate.

L’odio tra le parti era una cosa seria e non si spegne con una firma su un accordo. Occorre tempo; spero che oggi, dopo 25 anni siano cambiate le cose, ma la vedo dura. A Kososka Mistroviza si scambiano fucilate ogni tre per due ancora oggi.

La foto che ho ritrovato mostra riporta il mio team in operazioni.

Il Maresciallo oscurato detto “Sax”, la ragazza serba bionda si chiama Svetlana Povic e il piccoletto era un Sergente serbo soprannominato “Excalibur”. Era stato un soldato molto efficace durante l’assedio di Sarajevo e ci aveva raccontato e mostrato cose davvero agghiaccianti.

Svetlana invece prima della guerra era stata fidanzata con un ragazzo che aveva una pizzeria a Trieste e per questo parlava benissimo l’italiano. Per lavorare con noi aveva dovuto “integrare” le sue conoscenze di italiano con la parte esplosivistica che più ci serviva, traducendo termini come “main charghe – carica base, booster – carica iniziatrice, pin – spillo di sicurezza, fuse – detonatore, ordnance – ordigno, catdrige – cartuccia, guns – cannone, step – passo”, ecc.

In questa foto siamo sminando un campo minato a Dobrinja, a sud dell’aeroporto di Sarajevo, sulla linea di contatto tra i due schieramenti.

Oggi c’han costruito un quartiere popolare.

L’ interprete Svetlana, che aveva studiato Lettere, era serba come Gavrilo. Per loro è un vero eroe; per i bosniaci un criminale terrorista.

Un pomeriggio di una domenica, poco prima di venir via in fine missione, Svetlana, che conosceva la mia passione per la Storia e in particolare per quella storia dell’attentato, mi invitò a incontrare una sua vecchia parente, una seconda zia, che viveva a Pale, una piccola enclave della Republika Srpska, a quindici chilometri da Sarajevo. La Brigata Multinazionale aveva lì un distaccamento di Incursori, chiamato “Andromeda”, e fu facile per me trovare un motivo per rimanere un fine settimana a Pale per poter parlare con questa interessante signora di oltre 90 anni.

Ci trovammo in un caffè, accompagnata da Svetlana la nipote, che traduceva e dal sergente serbo Excalibur, che prestava servizio nella vicina e famigerata Fabbrica-caserma serba, la “Famos-Koran”; eravamo diventati “quasi” amici.

La anziana signora che si chiamava Vesela era del 1898; all’età di sedici anni viveva con i genitori serbi a Gorbaviza, il quartiere serbo a nord di Sarajevo. Viveva il mondo dell’insurrezionalismo e frequentava in maniera assai libertina (come mi disse), un caffè nel colorito quartiere turco della Baščaršija.

La sera precedente l’attentato, il 27 giugno del 1914, nello stesso caffè, Vesela aveva conosciuto un tipo strano ma curioso, un ragazzino magro, spaurito, affamato. Era un serbo che veniva da un piccolo villaggio, Obljai, nel nord. Aveva fatto un lungo viaggio e qui a Sarajevo risiedeva da alcuni parenti. Viveva il sogno della Grande Serbia che condivideva con tutti i frequentatori serbi del caffè… e quindi anche con Vesela, che alla età di sedici anni, era così carina da far girar la testa a molti uomini più grandi di lei.

Quel giorno parlando tra di loro, capirono di avere molti punti in comune. La faccenda cominciava a intrigare. I ragazzi stanno bene insieme, e mentre scendeva la sera Gavrilo invitò Vesela a fare una passeggiata in un luogo più romantico: il grande Cimitero Groblje Sveti a Nord di Sarajevo!

Gavrilo era in qualche maniera misterioso e affascinante e a Vesela piaceva; non ebbe problemi ad accompagnarlo fino al cimitero. Stava bene con lui. Li nel parco probabilmente gli ormoni e la tensione fecero il loro lavoro. Gavrilo apparteneva a una setta ascetica, e aveva fatto un giuramento di castità per arrivare in forze fino al momento dell’attentato; niente sesso, ne alcol ne fumo. Ma a quasi vent’anni, la vicinanza di una ragazza (a suo dire carina), era irresistibile.

La pressione amorosa di Gavrilo divenne… impetuosa.

La povera Vesela resisteva, ma era in difficoltà a respingere i dolci ma decisi assalti del giovane serbo. Gavrilo allora decise di tentare il tutto per tutto. Pur di espugnare la virtù della bella, per farla intenerire e quindi cedere… le raccontò che il giorno dopo lui sarebbe morto, e che quella era l’ultima sera che gli rimaneva di vita!

Gli raccontò che lui avrebbe ucciso l’Arciduca in visita, che faceva parte di una setta di terroristi e che di qui e che di là, e comunque dopo l’attentato si sarebbe suicidato con una fiala di cianuro! Che gli facesse questo regalo! Era l’ultima sera della sua vita! E che diamine…

Vesela sempre più stupita e impaurita, cominciava a credere di essere davanti ad un maniaco, e allora Gavrilo per rafforzare la sua versione e farla cedere, gli mostrò la pistola.

Questa ultima cosa sortì esattamente l’effetto opposto! La ragazza a questo punto ebbe paura e scappò di corsa a casa sua, pensando che di balle dai ragazzi ne aveva ascoltate tante, ma questa le superava tutte! Questo era matto bell’ammodo! Gavrilo sconsolato tornò alla sua cameretta e al mattino andò come andò. Due colpi che innescarono una guerra!

La polizia bosniaca in breve tempo arrestò tutti gli attentatori e di conseguenza tutti i fiancheggiatori. Familiari, amici, simpatizzanti.

Tra loro fu fermata e interrogata anche Vesela. La polizia sapeva che aveva incontrato Gavrilo il giorno prima al caffè turco (notoriamente gli osti sono gli informatori preferiti dalla polizia!). Quindi lo conosceva. E gli chiesero se sapesse niente. E lei scoppiando in lacrime, a sedici anni è facile piangere di paura, confesso che Gavrilo gli aveva sì detto tutto! Ma che lei credeva fosse una colossale balla, creata solo per farla cedere… E quando gli aveva fatto vedere la pistola aveva avuto paura, ma per se stessa, ed era scappata a casa; mai avrebbe potuto pensare che quella storia potesse essere vera e che quel ragazzino magro e spaurito potesse essere un assassino attentatore. Lei pensava che tutto era una balla per fare il grande, per farsi importante, per riuscire a far l’amore con lei! Ma più che glielo diceva e più che lei credeva a una grossa bugia. Nessuno poteva essere così sciocco da fare una cosa del genere, men che mai un ragazzino di neanche vent’anni… Invece. La polizia dopo un po’ gli credette. Fu rilasciata, ma tenuta sotto sorveglianza a lungo. Poi il tempo passò. La Guerra anche, anzi le guerre. Per quella gente, tre! Ma i ricordi erano precisi e ben fissati nella mente di Vesela. E da allora anche nella mia.

Sono tornato una seconda volta missione in Bosnia due anni dopo, e sono andato a cercare gli amici a Pale. La situazione era molto cambiata, il clima sociale era più disteso, tranquillo, ci si muoveva bene, la gente aveva ripreso la vita. Non sparava quasi più nessuno. Anche le sassate erano diventate davvero poche. Ma la signora Vesela di Pale nel frattempo era morta. Anche Svetlana se ne era andata; non faceva più l’interprete per la SFOR. Con il marito aveva aperto un ristorante a Brkcò, sul fiume Sava a nord di Sarajevo.

Il sergente Excalibur era morto, saltato su una mina mentre la rimuoveva.

Vittorio Lino Biondi
Vittorio Lino Biondi
Sono un Colonnello dell'Esercito Italiano, in Riserva: ho prestato servizio nella Brigata Paracadutisti Folgore e presso il Comando Forze Speciali dell'Esercito. Ho partecipato a varie missioni: Libano, Irak, Somalia, Bosnia, Kosovo Albania Afganistan. Sono infine un cultore di Storia Militare.

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