E se dai francesi imparassimo la coerenza?

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I francesi, con il loro sistema elettorale, ci hanno mostrato una invidiabile capacità di scegliere deputati e anche di definire una bozza di alleanze per il dopo campagna elettorale.

Per chi non fosse addentro al sistema francese, là vige un sistema elettorale con collegi uninominali a doppio turno. Significa che nel collegio elettorale si confrontano dei candidati: chi, al primo turno, prende almeno il 15% passa al secondo turno; lì chi prende un voto più degli avversari diventa parlamentare, gli altri restano a casa.

Il pregio di questo sistema è che i cittadini, quando votano, hanno due elementi davanti: lo schieramento e la persona. È evidente che si vota anche per schieramento: chi è di sinistra non voterà mai un candidato del Front National né un elettore di destra voterà mai un candidato della sinistra radicale (LFI – La France Insoumise). Però conta, e anche tanto, la storia personale del candidato. Se questo è una persona apprezzata potrà prendere voti anche dai campi avversari; se è una persona estremista potrebbe perdere voti anche da gruppi prossimi al proprio.

Al primo turno la sorpresa (assai relativa visto che tutti i sondaggi lo avevano previsto) è stata la crescita del FN. Al primo turno ha vinto un certo numero di seggi ed è stato il partito più votato in assoluto. Ma nella maggior parte dei collegi è arrivato primo senza superare la soglia del 50% ed è quindi dovuto andare al ballottaggio.

La presenza di un secondo turno ha quindi dato la possibilità ad avversari che ipotizzavano di diventare (in qualche modo) alleati di definire una comune strategia di desistenze che li ha portati a vincere (al secondo turno) sul FN. E su questo ha pesato anche il livello non altissimo della proposta del FN in termini di candidati.

La caratteristica stabilizzante del sistema francese è questa: tra il primo e il secondo turno si possono definire degli accordi per far coagulare il “voto dei secondi” con la possibilità di diventare vincitori. Se infatti uno dei due secondi si ritira (o non supera il fatidico 15%) e dà indicazione al proprio elettorato di votare l’altro, assieme potrebbero avere più voti del primo e potrebbero strappare il seggio. Ed è quanto accaduto su molti territori.

Se questa caratteristica sia un bene o un male è lasciato alla libera interpretazione di ciascuno: certo ribalta la volontà elettorale visto che coalizza “contro” e non “per” e potrebbe portare ad una instabilità di governo in un secondo momento. E certo può falsare il risultato della maggioranza relativa. Di sicuro non produce un parlamento in cui le forze politiche sono rappresentate in proporzione al loro consenso. D’altronde permette alla politica di esprimersi e di dare delle prospettive. E permette anche all’elettore di riflettere sul voto che è emerso dalle urne e, magari, di cambiare idea.

Il punto è che, in Francia, due minoranze uscite comunque ridimensionate dal voto popolare, hanno potuto coalizzarsi e mettere su patti di desistenza che li hanno portati ad avere una maggioranza parlamentare. E che, per farlo, hanno dovuto vedere, caso per caso, chi era il candidato migliore da sostenere e, per conseguenza, chi far ritirare.

Quindi si è valutato sia un progetto politico (l’alleanza, o almeno la tolleranza, tra il centro a trazione macroniana e la sinistra a trazione populista) e una serie di persone che hanno dovuto convincere la popolazione (e ci sono riuscite) del fatto che erano le persone migliori da mandare in parlamento nell’attuale momento storico.

Se confrontiamo la situazione francese con quanto successo in Inghilterra il ragionamento è quasi lo stesso, ma con una differenza importante: il collegio uninominale a turno unico porta ad una maggiore polarizzazione del sistema tra non più di due proposte che abbiano reali possibilità di vittoria. Nella maggior parte del territorio si tratta di conservatori e democratici. In alcune zone magari gli indipendentisti. In ogni caso mai un gran frazionamento: in un sistema a turno unico bisogna vincere al primo giro quindi serve restare uniti. E, naturalmente, vince anche e soprattutto chi propone una persona valida e credibile mentre chi propone personaggi scialbi o non credibili perde anche quando il sentiment popolare è favorevole al proprio partito.

L’effetto polarizzante è evidente: in Francia abbiamo comunque un sistema molto frammentato con un centro che dovrò cercare di convivere con una sinistra che disprezza e da cui è parimenti disprezzata ma con cui condivide una opposizione di principio con la destra che li porta ad accettare un progetto di compromessi. In Inghilterra una sinistra che ha ritrovato una ragionevolezza da senso comune ha facilmente sbaragliato una destra che, sebbene ai minimi di credibilità e progettualità, è rimasta l’antagonista senza cedere il campo al populismo di Farage.

Evidente soprattutto la differenza dal nostro sistema: noi abbiamo enormi collegi plurinominali a listini bloccati. Significa che in ciascun collegio verranno eletti vari deputati (e senatori). Questi poi non sono direttamente l’oggetto del nostro voto tanto che spesso non sappiamo neppure chi siano.

Ciò che noi votiamo sono solo e soltanto i simboli del partito. Non è neppure un sistema veramente proporzionale: intanto perché ci sono comunque dei premi di maggioranza; e poi perché scegliamo sì il partito ma non l’eletto. Quello lo hanno già deciso le segreterie dei partiti. I parlamentari sono eletti sulla base delle rispettive posizioni in lista: se sei il primo passi sicuro; se sei in fondo sei fuori di sicuro; altrimenti giri la ruota e vedi.

Se poi in lista c’è un genio o un mentecatto non fa differenza per l’elettore: non può dire alcunché in proposto. Prendere o lasciare, pacchetto chiuso.

Anche il candidato, quindi, non ha alcun interesse a stare in contatto con gli elettori: deve piuttosto stare attento a non perdere le grazie del capo (segretario, presidente o altro) del partito che lo può (ri–)candidare.

In questi giorni si è largamente detto, ad esempio sulla riforma istituzionale e sul federalismo, che si va a svilire e anche umiliare il ruolo del Parlamento. E, a mio avviso, c’è del vero riguardo al modo in cui certe proposte arrivano dai governi alle Camere per essere votate già blindate.

Ma mi chiedo: chi è che umilia il parlamento? Chi usa in modo troppo disinvolto gli strumenti istituzionali o chi trasforma i parlamentari in acefali animali da compagnia?

Non sono stati tutti i partiti al governo negli ultimi venti anni? E perché tutti, destra e sinistra, hanno provato a cambiare un assetto istituzionale troppo farraginoso ma nessuno ha mai, neppure una volta, pensato di cambiare la legge elettorale per far tornare i parlamentari ad una dignità pari all’importanza che dovrebbero avere? Perché ci lamentiamo di un livello basso di affluenza alle urne e poi svuotiamo di ogni significato quel gesto?

È questa la ver anomalia e il vero discapito dei partiti: la loro viltà e ipocrisia. Finché un partito non proporrà una legge elettorale che riporti il parlamentare, e di conseguenza il Parlamento, al ruolo che merita non potrò cambiare opinione verso un sistema che mi prende in giro e mi delude ogni volta.

Foto di Edmond Dantès

Andrea Bicocchi
Andrea Bicocchi
Imprenditore, editore de "Lo Schermo", volontario. Mi piace approfondire le cose e ho un'insana passione per tutto quello che è tecnologia e innovazione. Sono anche convinto che la comunità in cui viviamo abbia bisogno dell'impegno e del lavoro di tutti e di ciascuno. Il mio impegno nel lavoro, nel sociale e ne Lo Schermo, riflettono questa mia visione del mondo.

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