L’attentato di Sarajevo, 28 giugno 1914. (parte 3)

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Segue da L’attentato di Sarajevo, 28 giugno 1914. (parte 1) e da L’attentato di Sarajevo, 28 giugno 1914. (parte 2)

L’Arciduca vuole andare a visitare i due ufficiali feriti. La contessa  originariamente sarebbe dovuta andare ad inaugurare un asilo nido che aveva finanziato, ma decide invece di accompagnarlo perché era amica della moglie del Ten. Col. Von Merizzi e voleva rassicurarla personalmente.

L’Arciduca espresse il suo disappunto con questa frase: “Oggi ci prenderemo ancora un paio di pallottole…!” E infatti… c’aveva visto giusto!

Risaliti in auto, ricomposero il corteo che sarebbe dovuto andare all’ospedale per visitare i feriti.

Il Conte Von Harrak, addetto militare e proprietario dell’auto si pose in piedi sul predellino sinistro, a protezione dell’Arciduca da un eventuale attacco dal quartiere serbo di Gorbaviza, che avrebbero avuto sulla sinistra scendendo.

Il corteo delle auto procede scendendo il Viale in senso opposto a quello di salita. All’altezza del Ponte Latino l’autista Franz Urban, seguendo quello che per lui era il programma originario, svolta a destra; nessuno gli aveva comunicato il cambio di programma, la visita all’ospedale, che invece era lungo il percorso e quindi non doveva svoltare.

Sul centro della curva, il governatore seduto di fronte all’Arciduca realizza l’errore e dice all’autista di fermarsi e di svoltare a sinistra. C’è un momento di isteresi. L’auto deve fermarsi per mettere le ruote diritte, per poter far manovra.

Di fronte c’è la caffetteria Moritz e da lì è appena uscito Gavrilo Princip.

Che vede la Storia passargli davanti.

Estrae la bomba a mano dalla fascia nera che i serbi portano alla vita, ma gli rimane impigliata la coroncina zigrinata della capsula di accensione; allora estrae la pistola che portava in tasca. La macchina è a tre metri davanti a lui. Esplode due colpi, a bruciapelo. Il primo, in basso attraversa la portiera destra e ruota, andando a colpire il basso ventre della Contessa Sophie. È una ferita devastante. Lacera tutti i tessuti provocandole una forte emorragia. Muore in pochi secondi, riversa su se stessa.

Gavrilo alza il braccio, lo distende e esplode il secondo colpo, che colpisce l’Arciduca al collo. Esattamente due centimetri sopra il colletto della giacca blu, che in realtà nasconde un giubbetto antiproiettile a lamine di acciaio. Anche il colletto è una lamina intera, Ma il colpo è di poco superiore e si pianta nella carotide tranciando la giugulare. Mentre l’arciduca sostiene la Contessa pregandola di non morire: “…Sopherel, Sopherel, non morire !… Vivi per i nostri figli…!” lui stesso comincia ad accusare la forte emorragia interna che gli impedisce di respirare, tossisce sangue, si collassa.

Alcuni poliziotti si precipitano a arrestare Gavrilo che ha ancora la pistola in mano; il Governatore fa invertire l’auto e tutti rientrano al Comune dove l’Arciduca ormai morente viene disteso su un letto; il medico personale al seguito, Dott. Ferdinand Fisher, tenta di rianimarlo, ma la giacca è fortemente in tensione; un sarto alle Terme, al mattino gliel’ha letteralmente cucita addosso, e non si riesce a sbottonarla; allora il dottore estrae la baionetta di un soldato li accanto e taglia la manica e la giubba, inutilmente.

L’Arciduca spirò poco dopo.

Insieme a Gavrilo, i poliziotti arrestano un secondo studente serbo, Ferdinand Behr, che casualmente si trovava nei pressi del caffè Moritz; questi vede la scena e si precipita a dar man forte a Gavrilo perché simpatizzante serbo.

Ma i poliziotti sopraggiunti in gran numero lo arrestano: la foto fa il giro del mondo e da molti viene interpretata come l’arresto di Gavrilo Princip, ma non lo è. È Ferdinand Behr.

La foto viene scattata da un ingegnere agrario, Milos Oberajger, in visita di piacere a Sarajevo, che munito di una piccola Kodak scatta alcuni fotogrammi del momento dell’attentato.

Dell’arresto di Gavrilo c’è solo una piccola foto, successiva, mentre lo trasportano in prigione. Lo sguardo fiero. Poi quelle del processo.

La storia finisce più o meno qui.

Li presero tutti. Il procedimento giudiziario rapido, molto duro, tre impiccati e gli altri condannati all’ergastolo, tra i quali Gavrilo che per un mese riuscì a scampare la forca. Per essere condannabili a morte occorreva aver compiuto 20 anni; Gavrilo ne aveva 19 e 11 mesi. Andarono a verificare i registri delle nascite del suo paese. Ma non scansò ugualmente la morte.

Lo richiusero nel carcere di Terezin a Praga. Questa struttura detentiva diventerà poi più famosa dal ’41 come Theresienstadt, un campo di concentramento tedesco, mascherato da ghetto, destinato a fagocitare tutti gli ebrei intellettuali mittleropei, poeti, musicisti, scienziati, per essere poi “indirizzati” (chiusi nei vagoni piombati) verso la soluzione finale, a Treblinka o a Auschwitz…

Nella cella un tavolaccio di legno e una catena al piede destro. I carcerieri avevano calcolato accuratamente la lunghezza della pesante catena di ferro, in maniera tale che non fosse possibile raccoglierla sul pancone. In tal modo toccava sempre il pavimento, fungendo da ponte termico sottraendo lentamente il calore dal corpo scaricandolo a terra, raffreddandolo.

Gavrilo durò tre anni; nella primavera del ’18 mori di broncolmonite.

Il suo ricordo è sintetizzato nella targa commemorativa che fu posta dal governo yugoslavo prima della guerra sul muro della caffetteria Moritz, da dove aveva sparato. La targa riportava questa frase in alfabeto cirillico: “Da questo posto il 28 giugno 1914 Gavrilo Princip sparando ha espresso la protesta popolare contro la tirannia e l’aspirazione secolare dei nostri popoli per la libertà”.

Poi, nel 41 arrivarono i tedeschi che la rimossero gettandola nella Miljaca.

Dopo il conflitto della ex-Yugoslavia, nel’96 il nuovo governo bosniaco ne mise un’altra con queste parole in doppia lingua, bosniaca e inglese:

Da questo posto il 28 giugno 1914 Gavrilo Princip ha assassinato l’erede al trono Francesco Ferdinando e sua moglie Sofia”

Della serie: ognuno la vede alla sua maniera.

Accando alla targa, sul marciapiede, una pietra riporta anche le impronte di Gavrilo, nel punto da dove avrebbe sparato.

Per la popolazione bosniaca è un ottima sputacchiera.

Gavrilo fu sepolto rapidamente di notte, dalle guardie del carcere, in un pozzo in verticale, lungo un vialetto interno del cimitero, senza posto tomba. Doveva scomparire dalla memoria.

Ma il vicecomandate delle guardie un giovane ufficiale ceco di nome Frantiseck Lebl, che aveva sentimenti antiasburgici, registrò con i passi il punto esatto di tumulazione e fece una mappa che spedì alla madre.

Poi partì per il fronte.

Vittorio Lino Biondi
Vittorio Lino Biondi
Sono un Colonnello dell'Esercito Italiano, in Riserva: ho prestato servizio nella Brigata Paracadutisti Folgore e presso il Comando Forze Speciali dell'Esercito. Ho partecipato a varie missioni: Libano, Irak, Somalia, Bosnia, Kosovo Albania Afganistan. Sono infine un cultore di Storia Militare.

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