L’alternanza scuola-lavoro non è sfruttamento. Brevi note attorno ad una fake news

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Prima di tutto, chiamiamoli con il loro nome: percorsi per le competenze trasversali e l’orientamento, PCTO. È un malcostume nostrano ribattezzare tutto ogni due per tre, ma tant’è: oggi l’alternanza scuola-lavoro si chiama così. Periodicamente torna al centro di polemiche, ma resiste. Sembra che non piaccia a nessuno, visto che non trova mai apertamente dei sostenitori (forse perché è imperdonabilmente associata al ricordo di ministri e presidenti del Consiglio innominabili in certi ambienti che piacciono) eppure deve avere una sua forza perché, sia pur rinnegata rinominata riformata e mutilata, si fa ancora. Chi ha la fortuna di esaminare spesso curricula di giovani e giovanissimi, ne trova puntualmente le orme, preziose tracce di realtà nell’esperienza di ragazzi che troppo spesso vivono in mondi paralleli e non comunicanti con la società dei grandi. Può essere fatta male, e allora è inutile o peggio. Tutto sta a trovare il posto giusto dove farla, e preparare bene tutti i soggetti coinvolti. Per altro, con il tempo mediamente la qualità dei percorsi sembra migliorare. Ma per giustificare la nostra tesi, che non è sfruttamento di poveri bambini innocenti (che non vanno comunque in miniera, ndr) non occorre tesserne le lodi, basta il principio di realtà: chi crede che sia “manodopera gratis” probabilmente non ha mai inserito al lavoro una persona inesperta, ancora priva di competenze specifiche. Una persona che per di più passerà sul luogo di lavoro appena qualche decina di ore… non occorre aggiungere altro su questo tema. Piuttosto, è importante rilevare che il fattore critico di successo dell’intero progetto formativo si fonda, come detto, sulla scelta del posto giusto e sulla preparazione delle persone coinvolte, proprio perché nella migliore delle ipotesi ci sarà appena il tempo di passare alcune competenze (non certo tutto il know-how aziendale che detiene normalmente una risorsa esperta) e queste competenze andranno scelte. Soccorre in questo il nuovo nome (che serva a qualcosa?): sono le “competenze trasversali” che auspicabilmente i ragazzi dovranno acquisire da questa esperienza, ossia le capacità di adattarsi, relazionarsi e agire in un contesto di lavoro, qualunque esso sia, a prescindere dal settore specifico di impiego. Poi ovviamente se gli studenti fanno esperienza in aziende che rappresentano lo sbocco occupazionale per il quale stanno studiando (vale particolarmente per tecnici e professionali) è anche meglio, così il percorso si completa con l’altra metà del nome: “l’orientamento”, appunto. Ma non deve essere necessariamente così, è infatti i PCTO si possono fare in una grande varietà di modi e mondi. Anche nel Terzo settore, dove anzi per certi versi può essere ancora più significativo il tasso di soft-skills offerte, particolarmente quelle che presiedono alla relazione ed alla cura dell’altro. Il Centro Nazionale per il Volontariato nel 2022 ha firmato un accordo quadro con l’Ufficio Scolastico provinciale per dare attuazione ai PCTO nell’ambito dell’associazionismo, con l’obiettivo di integrare verticalmente i percorsi trasversali con i progetti di Sevizio Civile, fruibili a partire dai 18 anni e quindi dopo la scuola. All’interno di questa cornice la collaborazione tra i due enti ha originato la partecipazione nell’anno scolastico in corso al progetto sperimentale promosso e coordinato dal consorzio Mestieri Toscana denominato “Nessuno escluso”, finanziato dalla Fondazione Cassa di Risparmio. La particolarità di questo progetto, che rappresenta anche la prima attuazione diretta dell’accordo quadro, è di essere dedicato agli studenti con bisogni educativi speciali, andando ad operare quindi in un’area a rischio di esclusione e drop-out.

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