L’Iran nascosto: curdi, baluci, baha’i e le faglie etniche di un paese che si crede compatto

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Questo articolo è l’ultimo del ciclo di articoli dal titolo “Iran: sei ritratti di un paese che non conosciamodedicati all’Iran, alla sua storia, alla sua economia e alla sua composizione sociale.

Il 28 dicembre 2025, quando le proteste contro il collasso della valuta esplosero nel Grand Bazaar di Teheran, accadde una cosa che nessuno aveva mai visto in quarantasette anni di Repubblica islamica: Ali Khamenei riconobbe pubblicamente la legittimità delle proteste. I commercianti del bazar, conservatori, sciiti, persiani, fedeli storici del regime, avevano diritto a parlare. Pochi giorni dopo, quando la protesta si estese al Kurdistan, alla provincia di Sistan-Baluchistan, alle aree arabe del Khuzestan, lo stesso Khamenei cambiò tono: ai rivoltosi andava data una lezione. I curdi, i baluci, gli arabi erano “rivoltosi”, non più “manifestanti”. Il regime non sa parlare con loro. Non li ha mai considerati parte del proprio popolo.

In quei dieci giorni si è materializzata la mappa nascosta del potere iraniano. Il regime tollera, anche quando reprime, chi gli somiglia: persiano, sciita, urbano, di lingua farsi. Tutto ciò che esce da questo recinto è straniero in casa propria. Eppure questo “recinto” copre poco più della metà di un paese che si chiama Iran ma è in realtà un mosaico di popoli, lingue, fedi e identità incastrate da secoli in una cornice imperiale che la rivoluzione del 1979 ha ereditato senza ripensare. Capire l’Iran di oggi, e ancor più quello di domani, significa guardare a queste fratture, perché è da lì che il sistema potrebbe rompersi, se si romperà.

Cominciamo dai numeri. I persiani sono circa il sessanta-sessantacinque per cento della popolazione. Gli azeri, turcofoni del nord-ovest, sono il sedici per cento. I curdi sono circa il dieci. I lori del Lorestan il sei. I baluci e gli arabi del Khuzestan il due per cento ciascuno. Poi turkmeni, qashqai, talyshi, mazandarani, gilaki. Sul piano religioso, sciiti l’ottantanove-novanta per cento, sunniti il nove-dieci (curdi e baluci soprattutto), più cristiani armeni e assiri, ebrei (circa diecimila persone, la più grande comunità ebraica del Medio Oriente fuori da Israele), zoroastriani, e i baha’i, che la Costituzione non riconosce, e che sono trecento-trecentocinquantamila persone perseguitate dal 1979.

Per leggere il rischio politico di queste minoranze servono due criteri: la compattezza territoriale (avere un’area geografica contigua in cui si è maggioranza), e l’esistenza di un confine internazionale con uno sponsor disposto a sostenere l’autonomia. Una “minoranza” è politicamente pericolosa per l’integrità del paese solo se entrambi i criteri sono soddisfatti, e anche allora la praticabilità della scissione dipende da un terzo fattore: il valore strategico del territorio per Teheran. Vediamo i quattro casi territoriali, prima di chiudere con le minoranze prive di territorio.

Le faglie etniche dell’Iran Mappa dell’Iran con le province colorate per gruppo etnico maggioritario: persiani, azeri, curdi, baluci, arabi del Khuzestan, lori. Sovrapposti, i giacimenti petroliferi del Khuzestan e il porto di Chabahar. Le faglie etniche dell’Iran Province per gruppo etnico maggioritario e risorse strategiche del paese. Giacimenti del Khuzestan ~80% greggio iraniano Porto di Chabahar sbocco oceanico Kurdistan Azerbaigian iraniano Sistan-Baluchistan Khuzestan arabo Iran persiano Lorestan Iraq Turchia Azerbaigian Turkmenistan Afghanistan Pakistan Arabia Saudita E.A.U. Tehran Gruppi etnici Persiani Azeri Curdi Lori Arabi Baluci Giacimenti petroliferi Porto strategico Province colorate per gruppo etnico maggioritario. Composizione: persiani ~60-65%, azeri 16%, curdi 10%, lori 6%, arabi e baluci 2% ciascuno.

Il Khuzestan apre la lista perché è il caso più importante e meno discusso. Provincia sud-occidentale di 64.000 kmq, 4-5 milioni di abitanti, di cui 2-3 milioni di etnia araba, sciiti come la maggioranza iraniana ma di lingua e cultura arabe. Il Khuzestan contiene il settanta-ottanta per cento delle riserve di petrolio iraniano e quasi l’ottanta per cento della produzione di greggio. Ma proprio questo ne fa l’insostituibile salvadanaio strategico dell’impero. La discriminazione linguistica è esplicita (l’arabo non è lingua amministrativa, i nomi vengono persianizzati), la crisi idrica è drammatica (dighe a monte hanno deviato l’acqua verso il centro del paese), le proteste sono cicliche (2005, 2011, 2018, e in particolare la “rivolta della sete” di luglio 2021).

Confinanti: Iraq sciita arabo del sud, che storicamente potrebbe essere sponsor naturale (parlano lo stesso dialetto, hanno legami tribali) ma oggi è sotto influenza iraniana e non si muoverebbe. Gli sponsor esterni storici degli arabi ahwazi sono stati i paesi del Golfo, che dopo gli attacchi iraniani alle proprie raffinerie del marzo 2026 hanno smesso di vedere il dossier ahwazi come tabu.

Compattezza territoriale: media, con città arabe e città persianizzate intrecciate.

Percorribilità della scissione: bassa, ma non per ragioni geografiche. Lo Stato iraniano combatterà con qualunque mezzo per tenere il Khuzestan: cederlo significherebbe smettere di essere una potenza petrolifera, e nessun governo persiano post-Khamenei lo farà mai senza essere stato sconfitto militarmente.

I curdi sono il caso politicamente più maturo. Dieci milioni di persone, concentrate in quattro province nord-occidentali (Kurdistan, Kermanshah, Ilam, parte dell’Azerbaigian occidentale), per un’area praticabile di 80.000-100.000 kmq di “Kurdistania” compatta. Maggioranza sunnita, lingua iranica autonoma, identità nazionale che si estende oltre i confini iraniani in Turchia, Iraq, Siria. Risorse del territorio: agricoltura, minerario modesto, niente petrolio significativo. La perdita del Kurdistan, per Teheran, sarebbe politicamente umiliante ma economicamente sopportabile.

Confinanti: Iraq (Kurdistan iracheno autonomo dal 1991, di fatto un quasi-Stato con governo regionale e esportazione petrolifera propria) e Turchia. Il Kurdistan iracheno è lo sponsor naturale più solido di tutto il quadro iraniano: un Kurdistan iraniano autonomo si appoggerebbe naturalmente a Erbil, riceverebbe protezione politica e logistica, e potrebbe immaginarsi come secondo polo curdo regionale. C’è inoltre un argomento poco discusso: un Kurdistan iraniano indipendente farebbe da cuscinetto fra l’Iran sciita e la Turchia sunnita di Erdogan, e (essendo curdo) sarebbe naturalmente ostile a Ankara per via della questione PKK. Strategicamente, paradossalmente, potrebbe persino convenire a Teheran. Le controforze sono interne all’Iran: l’odio della maggioranza persiana per i curdi è reale e profondo, e i partiti curdi iraniani (PDKI, Komala, PJAK) sono frammentati e non hanno mai prodotto l’unità del Kurdistan iracheno.

Percorribilità della scissione: media-alta. È il caso in cui le condizioni geografiche, politiche e di sponsorizzazione si allineano meglio.

I baluci sono il caso geograficamente favorevole ma politicamente bloccato. Provincia del Sistan-Baluchistan, 181.000 kmq (l’undici per cento del territorio iraniano, più della Tunisia), ma sottopopolata: meno di tre milioni di abitanti totali, di cui circa due milioni baluci, sunniti, parlanti una lingua iranica orientale. È la provincia più povera del paese (tasso di povertà oltre il sessanta per cento contro il venti nazionale), con malnutrizione infantile ancora presente. Il porto di Chabahar sull’Oceano Indiano è strategicamente importante (unico sbocco oceanico iraniano oltre al Golfo Persico), e l’India ci ha investito miliardi.

Compattezza territoriale: massima, è una provincia unica enorme.

Confinanti: Pakistan (con un Baluchistan pakistano di oltre dodici milioni di abitanti, in attiva insurrezione contro Islamabad) e Afghanistan. Lo sponsor potenziale ovvio sarebbe il Pakistan, ma il Pakistan combatte la propria insurrezione baluci e quindi non sosterrà mai un Baluchistan iraniano indipendente: temerebbe il contagio. L’Afghanistan dei talebani è troppo debole. L’India sarebbe interessata in astratto, ma è lontana. Manca quindi lo sponsor esterno significativo. La repressione contro i baluci è brutale: nel 2024, secondo l’Atlantic Council, il novantasette per cento delle esecuzioni capitali per accuse politiche ha riguardato curdi, baluci o arabi, e i baluci da soli rappresentano il diciassette per cento di tutte le esecuzioni per narcotraffico. Il 30 settembre 2022 a Zahedan, due settimane dopo la morte di Mahsa Amini, le forze di sicurezza spararono sui fedeli alla preghiera del venerdì uccidendone almeno novantasei: il Zahedan Bloody Friday, probabilmente il peggior massacro singolo della Repubblica islamica.

Percorribilità della scissione: bassa come secessione formale, ma è praticabile uno scenario di insurrezione armata cronica e ingovernabilità di fatto. Il Baluchistan è più probabilmente destinato a diventare terra di nessuno permanente che territorio secessionista riconosciuto.

Gli azeri chiudono la lista dei casi territoriali per una ragione paradossale. Sono la più grande minoranza del paese (sedici per cento, quindici milioni di persone), turcofoni, concentrati in quattro province compatte del nord-ovest (Azerbaigian orientale, occidentale, Ardabil, Zanjan) per circa 100.000 kmq e 12-14 milioni di abitanti. Ma sono a maggioranza sciita, esattamente come la maggioranza iraniana, e questa convergenza confessionale li ha integrati profondamente nei vertici dello Stato. Ali Khamenei era azero. Masoud Pezeshkian, presidente in carica, è azero. Mir-Hossein Mousavi, leader del Movimento Verde del 2009, è azero. Storicamente l’Iran è stato governato per secoli da dinastie turche-azere (Safavidi, Qajar), Tabriz era capitale, l’azero lingua di corte. Sul fronte degli sponsor esterni, gli azeri iraniani hanno la rete più potente di tutte le minoranze: 700 km di confine con la Repubblica indipendente di Azerbaigian, etnicamente azera, alleata della Turchia di Erdogan, in crescita economica. Aliyev, presidente dell’Azerbaigian, parla apertamente di “Sud Azerbaigian”, e la dottrina pan-turca turca lo sostiene. Tecnicamente, una scissione dell’Azerbaigian iraniano sarebbe il caso più realizzabile dell’intero quadro: confine internazionale forte, sponsor doppio (Baku più Ankara), compattezza territoriale piena, economia diversificata, classe dirigente locale matura. Ma manca completamente la volontà. Gli azeri iraniani hanno un’identità doppia in cui la componente “persiana” è molto forte: si sentono azeri culturalmente, ma iraniani politicamente. Per loro l’Iran non è una nazione “altra” ma una nazione “propria”, che hanno contribuito a costruire e a guidare. L’unione con la Repubblica di Azerbaigian apparirebbe a molti come una declassazione: Baku è più piccola, più povera, meno storicamente prestigiosa di Tabriz e gli azeri iraniani sono una popolazione più ampia di tutti gli abitanti dell’Azerbaigian. Una unificazione dovrebbe passare dall’annessione dell’Azerbaigian (circa 10 milioni di abitanti) come parte dell’area azera iraniana (15 milioni), con spostamento anche della capitale. Il paradosso degli azeri iraniani è che possono ma non vogliono, mentre i curdi vogliono ma faticano a potere. È la differenza chiave fra i due casi.

Restano le minoranze che non possono aspirare ad una scissione perché non hanno un radicamento di territorio. I baha’i sono trecento-trecentocinquantamila persone disperse nel paese, perseguitate sistematicamente dal 1979. La Costituzione iraniana del 1979 riconosce esplicitamente cristiani, ebrei e zoroastriani come “minoranze religiose protette”, ma omette i baha’i, che diventano così cittadini di seconda classe per definizione costituzionale. Da quarantasette anni sono esclusi dalle università (impossibile iscriversi dichiarando la propria fede), dai posti pubblici, dalle forze armate. Hanno subito confische, demolizioni di cimiteri, arresti collettivi di leader comunitari. È la persecuzione religiosa più sistematica e continuativa del paese, ed è ideologica pura: non rappresentano nessuna minaccia politica concreta al regime, sono perseguitati per quello che credono e basta. I cristiani armeni e assiri, circa centomila persone, sono protetti dalla Costituzione e hanno chiese, scuole, festività riconosciute. Ma i cristiani convertiti dall’Islam, qualunque sia la nuova denominazione, non hanno nessun diritto: la conversione dall’Islam è apostasia, e l’apostasia è punibile con la morte. Il numero dei convertiti clandestini è oggi stimato in centinaia di migliaia, ma ufficialmente non esistono. Gli ebrei iraniani, circa diecimila persone, sono eredi di una presenza millenaria che precede l’Islam di duemila anni (l’Iran è il paese in cui Ciro liberò gli ebrei da Babilonia). Hanno sinagoga, scuole, un seggio in parlamento riservato per legge. Vivono in equilibrio precario tra tolleranza e sospetto.

Le minoranze iraniane in cifre Tabella sinottica dei gruppi etnici iraniani con popolazione, superficie, reddito medio relativo, alfabetizzazione, iscrizione universitaria e livello di integrazione sociale. I colori delle bande laterali corrispondono a quelli della mappa etnica. Le minoranze iraniane in cifre Quadro sinottico di popolazione, territorio, condizioni socioeconomiche e integrazione. Gruppo Popolazione milioni Superficie migliaia kmq Reddito rispetto a media Alfabetizz. % adulti Università % iscritti Integrazione sociale Persiani sciiti, area centrale ~55 — 60 ~1.000 riferimento 95 — 98% ~35% Dominante Azeri sciiti, nord-ovest ~15 ~100 in linea 92 — 95% ~30% Alta Curdi sunniti, nord-ovest ~9 — 10 ~80 — 100 -30% 85 — 90% ~22% Bassa Lori sciiti, monti Zagros ~5 — 6 ~50 -25% 87 — 90% ~20% Media Arabi sciiti, Khuzestan ~2 — 3 ~64 -35% 82 — 86% ~18% Bassa Baluci sunniti, sud-est ~2 — 3 ~181 -55% 70 — 75% ~10% Esclusi Baha’i religiosa, senza territorio ~0,3 n.d. alta vietata Esclusi Ebrei, armeni, assiri cristiani e altre fedi, senza territorio ~0,15 in linea alta consentita Media Livelli di integrazione sociale Dominante: vertici dello Stato Alta: integrati nelle élite Media: tollerati, periferici Bassa: discriminati, repressi Esclusi: privi di pieni diritti civili Fonti: Atlantic Council, Crisis Group, Statistical Center of Iran, Iran Wire, UNESCO. Reddito relativo riferito alla media nazionale dei redditi familiari. Stime arrotondate.

Tutto questo compone il quadro di un Iran che è plurale molto più di quanto la sua narrazione ufficiale ammetta, e che ha al proprio interno una gerarchia implicita ereditata dalla Persia imperiale: persiano sciita urbano al vertice, azeri sciiti subito sotto, altre minoranze sciite a seguire, sunniti come cittadini sospetti, baha’i e convertiti privi di esistenza giuridica. La rivoluzione del 1979 non ha smontato questa piramide, l’ha solo riverniciata di clericale.

Il dossier è cominciato con il 1953, l’anno in cui un colpo di Stato anglo-americano contro Mossadegh interruppe la sovranità iraniana e installò un regime cliente dell’Occidente. Quella ferita produsse, venticinque anni dopo, la Repubblica islamica: una rivoluzione nata interamente come reazione alle ingerenze straniere, legittimata storicamente dalla promessa di restituire all’Iran il controllo del proprio destino. È un’eredità che attraversa ancora oggi tutta la coscienza politica iraniana, anche di chi al regime non è mai stato amico. L’ingerenza straniera, in Iran, è la categoria politica più potente del lessico nazionale.

Va detto con chiarezza: il regime sta perdendo aderenza con la società iraniana su molti terreni, e questo è il filo che ha attraversato tutto il dossier. Ma l’identità iraniana profonda, quella della civiltà persiana plurimillenaria, della lingua farsi, di Ferdowsi e di Hafez, di Persepoli e dei Safavidi, è una cosa diversa e più antica della Repubblica islamica, ed è condivisa praticamente da tutti gli iraniani, comprese molte minoranze etniche. Un iraniano laico di Teheran che maledice il regime non sta abiurando questa identità: anzi, spesso la rivendica come ciò che il regime ha sequestrato. È un’identità che resiste, e che funziona da argine spontaneo contro qualunque ipotesi di smembramento del paese sotto pressione esterna.

Detto ciò resta il fatto che le scissioni territoriali, quando si verificano senza disfatta militare, avvengono di solito quando uno Stato centrale è costretto a razionare le proprie forze perché coinvolto in troppi fronti contemporaneamente, e deve scegliere cosa difendere a oltranza e dove cercare accordi accettabili. È esattamente lo scenario potenziale che l’Iran del dopo-Khamenei potrebbe trovarsi davanti: crisi di legittimità interna, pressione militare di Israele e Stati Uniti, isolamento dai paesi del Golfo, crisi economica strutturale, eventuali fronti periferici. In quella situazione, anche un governo persiano determinato si troverebbe a fare triage. Il Khuzestan resterebbe in cima alla lista di difesa (perdere il petrolio è perdere l’Iran-potenza); il Kurdistan potrebbe diventare merce di scambio sopportabile (economicamente non costoso, strategicamente persino utile come cuscinetto verso la Turchia); per l’Azerbaigian iraniano staccarsi sarebbe tecnicamente possibile ma resta politicamente improbabile per la doppia identità degli azeri stessi; il Baluchistan è probabilmente destinato a diventare ingovernabile prima che secessionista.

Gli sponsor esterni esistono, e oggi sono più attivi di quanto siano mai stati. La Turchia di Erdogan e l’Azerbaigian di Aliyev guardano al nord-ovest iraniano. Gli Stati Uniti e il Kurdistan iracheno guardano al Kurdistan iraniano. L’Arabia Saudita e gli Emirati, dopo gli attacchi alle proprie raffinerie del marzo 2026, hanno smesso di considerare il dossier ahwazi come argomento intoccabile. Nessuno di loro basta da solo, ma insieme possono spingere alcune faglie fino al punto di rottura, se l’Iran si trova in difficoltà acuta.

Lo scenario di frammentazione iraniana, dunque, non è fantapolitica ma neppure è il più probabile fra quelli del dopo-Khamenei. La civiltà persiana è sopravvissuta a invasioni mongole, conquiste arabe, dominazioni turche, ingerenze britanniche, americane e russe. Ha sempre tenuto. Oggi il tema inevitabile è il tracollo di una nomenclatura che ha perso il contatto con una parte importante del paese. Tracollo che potrebbe non essere domani ma che appare difficile da evitare. Chi vorrà capire cosa diventerà l’Iran nel prossimo decennio dovrà smettere di chiedersi se il regime cadrà, e cominciare a chiedersi cosa, esattamente, cadrà con lui. La risposta non è scontata: potrebbe cadere il regime e restare l’Iran. Oppure potrebbero cadere insieme. È la prima volta dal 1979 che entrambe le opzioni sono sul tavolo, contemporaneamente.

Andrea Bicocchi
Andrea Bicocchi
Imprenditore, editore de "Lo Schermo", volontario. Mi piace approfondire le cose e ho un'insana passione per tutto quello che è tecnologia e innovazione. Sono anche convinto che la comunità in cui viviamo abbia bisogno dell'impegno e del lavoro di tutti e di ciascuno. Il mio impegno nel lavoro, nel sociale e ne Lo Schermo, riflettono questa mia visione del mondo.

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