L’Asse spezzato: come si smonta in trenta mesi una rete costruita in quarant’anni

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Questo articolo fa parte del ciclo di articoli dal titolo “Iran: sei ritratti di un paese che non conosciamodedicati all’Iran, alla sua storia, alla sua economia e alla sua composizione sociale.

Per quarant’anni la politica estera della Repubblica islamica è stata costruita su un’idea tanto semplice quanto efficace: difendere l’Iran lontano dall’Iran. Il vero confine del paese non doveva essere geografico, ma religioso e ideologico, e doveva passare per Beirut, Damasco, Baghdad, Sanaa, Gaza. Era la dottrina del velayat-e faqih esportato, l’idea khomeinista che il giurista supremo guidasse non solo gli iraniani ma tutta la umma sciita, e oltre essa chiunque si opponesse all’imperialismo americano e a Israele. Un’idea potente che poneva il mondo sciita, che è in forte minoranza nel variegato mondo mussulmano, al centro della definizione stessa di mussulmanesimo. E scegliere Israele e gli Stati Uniti come avversari strategici poneva l’Iran come faro della forza mussulmana sia sul piano dell’immagine pubblica che sul piano culturale occupando tutto il proscenio internazionale. Il braccio operativo di questa visione è stato il Corpo dei Guardiani della Rivoluzione e, al suo interno, la Forza Quds: l’unità che dal 1990 in poi ha costruito, addestrato, finanziato e talvolta letteralmente fondato una serie di milizie e movimenti politico-armati nella regione, ribattezzati nel loro insieme “Asse della Resistenza”.

Tutto cominciò nel 1982. L’invasione israeliana del Libano e l’occupazione della valle della Bekaa offrirono a Teheran l’opportunità storica di proiettarsi fuori dai propri confini. Khomeini inviò millecinquecento Pasdaran nella Bekaa, e da quel nucleo nacque Hezbollah, il “Partito di Dio”, primo grande esperimento di un proxy iraniano che fosse insieme milizia, partito politico, servizio sociale alternativo allo Stato e dispositivo culturale-religioso. Negli anni successivi, Hezbollah sarebbe diventato di gran lunga il proxy più sofisticato mai costruito da Teheran: missili a lungo raggio capaci di colpire ovunque in Israele, droni, tunnel sotto la frontiera, una rete sociale capillare nel Libano sciita, e un’influenza sul governo libanese tale da renderlo un quasi-Stato dentro lo Stato. Il modello Hezbollah sarebbe poi stato replicato altrove, con varianti.

L’occasione successiva la offrì paradossalmente l’America. L’invasione dell’Iraq nel 2003, voluta da Bush per abbattere Saddam Hussein, aprì Baghdad agli iraniani che fino a quel momento ne erano stati i nemici giurati. In pochi anni, le milizie sciite irachene addestrate dalla Forza Quds (la Brigata Badr, le Asa’ib Ahl al-Haq, le Kata’ib Hezbollah, e poi le decine di gruppi confluiti nelle Hashd al-Shaabi) penetrarono ogni livello dello Stato iracheno, dalle forze armate ai servizi alla magistratura, fino a renderlo un protettorato di fatto. Il generale Qassem Soleimani, capo della Forza Quds dal 1998, diventò il vero proconsole regionale, una figura che in Iraq, in Libano e in Siria contava più dei rispettivi governi.

In Siria, la guerra civile esplosa nel 2011 trasformò Bashar al-Assad in un vassallo di Teheran. Senza il sostegno iraniano (e quello russo, ma su questo torneremo), Damasco sarebbe caduta entro il 2012. L’Iran dispiegò sul terreno Pasdaran, ufficiali di Hezbollah, e arruolò milizie afghane (la Brigata Fatemiyoun, composta da rifugiati hazara) e pakistane (Zainabiyoun) per combattere al posto dei propri figli. Le stime delle Nazioni Unite, riprese da think tank come l’Atlantic Council e l’International Crisis Group, indicano che la Siria sia costata all’Iran tra i trenta e i cinquanta miliardi di dollari cumulati nel decennio 2011-2021, con un picco di esposizione finanziaria intorno al 2017. Era denaro perduto in senso classico, ma comprava qualcosa di prezioso: un’arteria logistica continua che dalla costa iraniana sul Golfo passava per l’Iraq sciita, attraversava il deserto siriano e arrivava al Libano di Hezbollah. Una specie di Via della Seta sciita, attraverso la quale viaggiavano armi, denaro, ufficiali e influenza.

Negli anni Dieci, Teheran consolidò due nuove alleanze meno organiche ma strategicamente preziose. Gli Houthi in Yemen, movimento sciita zaidita locale, vennero progressivamente armati e addestrati dai Pasdaran a partire dal 2015, fino a diventare capaci di colpire Riyadh con missili balistici e di chiudere il Bab el-Mandeb al traffico mercantile, fatto strategicamente colossale. Le stime americane parlano di un investimento iraniano tra cento e trecento milioni di dollari l’anno, cifra modesta rispetto al ritorno geopolitico. Hamas a Gaza, pur essendo sunnita e quindi teoricamente fuori dal perimetro confessionale dell’Asse, ricevette da Teheran finanziamenti e addestramento secondo un calcolo puramente pragmatico: combatteva Israele, e questo bastava. Le stime, pubblicate dal Council on Foreign Relations e da analisi del Dipartimento di Stato americano, indicano per Hamas un sostegno iraniano tra i settanta e i cento milioni di dollari l’anno nei periodi di maggiore vicinanza. Hezbollah, il fiore all’occhiello, riceveva di gran lunga di più: tra i settecento milioni e il miliardo di dollari annui secondo le valutazioni del Dipartimento di Stato e di think tank come il Washington Institute. Le milizie irachene tra cento e duecento milioni. Sommando tutto, l’Asse costava all’Iran nei picchi tra i diciotto e i venticinque miliardi di dollari l’anno, e tra i sei e i dieci nelle fasi normali, secondo le stime aggregate del CSIS e del Belfer Center di Harvard. È una cifra enorme per un paese sotto sanzioni con un PIL ufficiale intorno ai quattrocento miliardi di dollari.

L’Asse della Resistenza, mappa dei cinque teatri Mappa del Medio Oriente con i cinque teatri operativi dell’Asse della Resistenza iraniano. I cinque teatri dell’Asse della Resistenza La proiezione di influenza iraniana nel Medio Oriente, ai picchi. Iran Forza Quds Libano Hezbollah Siria regime Assad Gaza Hamas Iraq milizie sciite Yemen Houthi Turchia Arabia Saudita Egitto Pakistan Afghanistan Oman Giordania Israele Costo aggregato dell’Asse, nei picchi 18 — 25 miliardi di dollari all’anno Stime aggregate del CSIS e del Belfer Center. Nelle fasi normali: 6 — 10 miliardi/anno. Legenda Iran Teatri dell’Asse Linee di influenza e supporto Fonti: Dipartimento di Stato USA, Washington Institute, CSIS, Belfer Center, CFR.

E qui va detto con onestà: per anni questa strategia ha funzionato, e ha funzionato bene. Hezbollah ha trasformato il Libano in un avamposto militare contro Israele, e nel 2006 ha combattuto contro Tsahal una guerra in cui Israele non poté dichiarare vittoria. Le milizie irachene hanno espulso di fatto gli americani da Baghdad e hanno reso impossibile qualunque tentativo di costruire un Iraq sovrano. Assad è rimasto al potere quando tutti lo davano per spacciato. Gli Houthi hanno bloccato la più ricca petromonarchia del Golfo in una guerra estenuante e l’hanno costretta nel 2022 a trattare la pace. Hamas, finanziato anche se non controllato da Teheran, è riuscito il 7 ottobre 2023 a perpetrare contro Israele il peggior pogrom dalla Shoah. Per decenni Teheran ha proiettato potenza ben oltre le proprie dimensioni economiche e militari reali, ed è diventata l’attore esterno più rilevante in cinque paesi diversi, con una rete capace di ferire Israele su più fronti senza esporre direttamente l’Iran. La convinzione di forza che maturò nei vertici di Teheran nel decennio 2015-2023 non era infondata: l’Iran si percepiva, e fino a un certo punto era davvero, una potenza mediorientale di prima grandezza.

È in quel cuore di sicurezza strategica che va cercata, secondo le ricostruzioni successive, una delle decisioni più gravi della storia recente del regime: l’assenso (alcuni analisti dicono di più, l’incoraggiamento) all’operazione di Hamas del 7 ottobre 2023. Teheran non sapeva probabilmente i dettagli operativi, ma il quadro strategico le era stato sottoposto, e disse di sì. Il calcolo era che un attacco devastante contro Israele avrebbe innescato una reazione israeliana sproporzionata, che a sua volta avrebbe attivato Hezbollah da nord, le milizie irachene da est, gli Houthi da sud, e infiammato il fronte palestinese, dando agli iraniani la grande guerra regionale per cui si erano preparati per quarant’anni. Era una scommessa logica dentro la propria cornice mentale, ma sbagliava una variabile fondamentale: la determinazione israeliana a usare quel momento per smontare l’intera architettura, una volta per tutte.

I trenta mesi successivi sono stati la fine sistematica dell’Asse. Hamas è stata decimata militarmente, anche se non politicamente; il suo apparato di lancio dei missili distrutto, la sua leadership in larga parte eliminata, Gaza ridotta in macerie con un costo umano palestinese spaventoso. Hezbollah, che per mesi aveva tenuto un fuoco di sostegno a basso livello dal Libano, è stato preso di mira da Israele nell’autunno 2024 con un’operazione di intelligence senza precedenti nella storia militare moderna: l’attacco dei cercapersone esplosivi del settembre 2024, l’eliminazione mirata di Hassan Nasrallah e di gran parte del comando politico-militare, la distruzione sistematica degli arsenali missilistici. n poche settimane, il proxy più temibile dell’Asse è stato ridotto a un’organizzazione decapitata e militarmente fortemente ridimensionata. Nel dicembre 2024, mentre Damasco era ormai privata del cuscinetto Hezbollah e dell’attenzione iraniana, una coalizione di milizie ribelli guidate da Hayat Tahrir al-Sham ha attraversato la Siria senza incontrare resistenza e ha preso Damasco in undici giorni. Assad è fuggito a Mosca. Con la sua caduta è caduta anche l’arteria logistica siriana, e l’Iran si è trovato improvvisamente senza il corridoio che per quindici anni aveva alimentato Hezbollah.

Nel giugno 2025, Israele ha alzato ulteriormente il tiro e attaccato direttamente il territorio iraniano in quella che è stata battezzata la Guerra dei Dodici Giorni, colpendo basi missilistiche e infrastrutture nucleari. Ma quello che è stato decisamente il segno di un cambio di livello a ribasso nella proiezione politica dell’Iran è arrivato il 21 giugno: l’aviazione americana ha accettato di farsi coinvolgere in un’operazione congiunta con Israele bombardando i siti di Natanz, Fordow e Isfahan. L’Iran ha risposto con sciami di missili sulle città israeliane, alcuni hanno superato le difese, ma il bilancio strategico è stato impietoso: l’arsenale missilistico iraniano è stato fortemente ridotto, il programma nucleare colpito ma non distrutto (gli analisti dell’IAEA stimavano un ritardo di mesi, non di anni), e soprattutto la capacità di Teheran di proiettare deterrenza dall’esterno era ormai azzerata. Ma forse il più importante evento è stato che diversi paesi del mondo islamico hanno attivamente contrastato l’attacco ritorsivo verso Israele, fatto fino ad allora praticamente inaudito. Quando, il 28 febbraio 2026, l’azione congiunta americana e israeliana ha colpito Khamenei e i vertici militari, l’Asse, di fatto, non esisteva più.

Il collasso dell’Asse della Resistenza, 2023-2026 Cronologia degli eventi che hanno smontato l’Asse della Resistenza iraniano in trenta mesi, dal 7 ottobre 2023 al cessate il fuoco condizionato dell’8 aprile 2026. Il collasso dell’Asse, in trenta mesi Dal 7 ottobre 2023 alla tregua condizionata dell’8 aprile 2026. Smontaggio dei proxy Colpi diretti al regime Eventi diplomatici 7 ottobre 2023 Hamas attacca Israele dal sud, oltre 1.200 morti. Inizia la sequenza che smonta l’Asse. Ott 2023 — Ago 2024 Israele decima Hamas militarmente a Gaza, Hezbollah apre fronte di sostegno dal Libano. Set 2024 Attacco dei cercapersone esplosivi. Uccisione di Hassan Nasrallah e del comando di Hezbollah. Dicembre 2024 HTS attraversa la Siria in undici giorni, Assad fugge a Mosca. Cade l’arteria logistica. Giugno 2025 Guerra dei Dodici Giorni. USA bombardano Natanz, Fordow, Isfahan. Luglio — Ottobre 2025 Iran sospende cooperazione con IAEA. Accordo Israele-Hamas, ostaggi rilasciati. Febbraio 2026 Colloqui di Geneva sul nucleare in stallo, Trump giudica i progressi insufficienti. 28 febbraio 2026 USA e Israele bombardano l’Iran. Khamenei e i vertici militari vengono uccisi. Marzo 2026 Iran attacca raffinerie saudite, impianti Emirati, colpisce Ras Laffan in Qatar (18 marzo). 28 febbraio — 13 aprile 2026 IRGC chiude lo stretto di Hormuz, posa mine. Dal 13 aprile, contro-blocco USA sui porti iraniani. Marzo — Aprile 2026 Si forma il blocco Arabia Saudita–Turchia–Pakistan–Egitto. UAE, Qatar e Riyadh espellono i diplomatici iraniani. 8 aprile 2026 Tregua condizionata mediata dal Pakistan. Colloqui di Muscat in stallo sul nucleare.

In questa congiuntura disperata, l’Iran ha compiuto la mossa che ha sigillato il proprio isolamento regionale. Tra il marzo e l’aprile 2026, ha attaccato i paesi del Golfo che fino a poco prima erano i suoi interlocutori. Missili e droni iraniani hanno colpito le raffinerie saudite, le installazioni emiratine, e il 18 marzo l’impianto di gas naturale Ras Laffan in Qatar, una delle infrastrutture energetiche più strategiche del pianeta. Era il modo iraniano di dire “se cadiamo, cadiamo insieme a voi”: la classica logica del dispetto strategico, fare male a chi guarda. Ma il risultato è stato esattamente l’opposto di quello sperato. La distensione mediata da Pechino nel 2023, considerata fino a quel momento il vero successo diplomatico del decennio, è morta in poche settimane. Gli Emirati hanno chiuso l’ambasciata a Teheran il 1° marzo. Il Qatar ha dichiarato gli attaché militari iraniani persona non grata. L’Arabia Saudita ha espulso l’attaché militare iraniano e ha cominciato a comprare missili intercettori dall’Ucraina. Tutto il Golfo è tornato apertamente ostile all’Iran, e questa volta non per pregiudizio confessionale, ma per esperienza diretta.

A complicare ulteriormente il quadro, lo stretto di Hormuz è stato chiuso. L’IRGC ha posato mine, abbordato e attaccato navi mercantili, dichiarato il passaggio sospeso. Dal 13 aprile gli americani hanno imposto un contro-blocco sui porti iraniani. Il commercio mondiale di petrolio è precipitato in crisi, l’IEA ha rilasciato quattrocento milioni di barili dalle riserve strategiche, parti dell’Asia orientale sono finite in razionamento. Ma se il sistema può per un certo tempo compensare il calo della produzione di petrolio proveniente dal golfo persico, non altrettanto può fare per i prodotti raffinati che lì si producono e questo sta dando all’Iran un residuo spazio politico di interdizione. Mentre scriviamo, una tregua condizionata mediata da Pakistan e Turchia tiene da inizio aprile, ma nessuno dei due blocchi navali è stato rimosso e i colloqui di Muscat sono in stallo sul nucleare.

Si è formato nel frattempo un nuovo blocco regionale che è il vero erede strategico del vecchio equilibrio mediorientale: Arabia Saudita, Turchia, Pakistan ed Egitto coordinano la diplomazia post-conflitto, fanno parte del “Board of Peace” istituito da Trump, e si stanno proponendo come l’alternativa sunnita all’Iran sciita e a Israele isolato. È un asse pragmatico, post-ideologico, costruito sull’interesse comune di non pagare il prezzo delle guerre altrui, ed è la prima volta da molti decenni che il Medio Oriente musulmano produce un coordinamento autonomo non guidato da una potenza esterna.

E Cina e Russia, gli alleati di sistema dell’Iran nel sospirato “ordine multipolare”? Hanno parlato molto e fatto pochissimo. La Russia, impantanata in Ucraina, ha fornito intelligence sui movimenti americani e qualche drone aggiornato, ma niente intervento diretto, e secondo le analisi del Chatham House anche quel sostegno è andato scemando nel corso delle settimane. La Cina ha dichiarato neutralità formale, ha condannato gli attacchi USA-Israele in sede ONU, ha fornito qualche pezzo di ricambio per i missili iraniani. Ma l’aggressività iraniana contro i paesi del Golfo è stata, secondo molti analisti, esattamente ciò che ha allontanato definitivamente Pechino: la Cina è il primo cliente del petrolio che attraversa Hormuz, ha investimenti enormi nelle petromonarchie del Golfo, e non tollera disordini sulle proprie rotte di approvvigionamento energetico. Quando l’Iran ha cominciato a colpire le raffinerie saudite e gli impianti del Qatar, Pechino ha capito che il proprio interesse era distinguersi da Teheran, non sostenerla. Ufficialmente, la Cina si è dichiarata “paese neutrale” rispetto alla guerra. Il messaggio è arrivato a Teheran nitidamente: il tanto declamato sistema multipolare guidato da Cina e Russia esiste come idea, ma non come copertura militare per chi minaccia i suoi flussi commerciali.

Resta, alla fine, una sola domanda: cosa diventa l’Iran adesso? Senza Hezbollah operativo, senza Siria amica, senza milizie irachene in posizione dominante, senza Hamas, con gli Houthi geograficamente lontani e politicamente irrilevanti, senza alleati seri nel Golfo, senza protezione effettiva da Cina e Russia, e con il proprio territorio ormai bersaglio di una campagna aerea americano-israeliana ricorrente. La risposta che sta emergendo dai colloqui di Muscat, e che molti analisti, dal Carnegie all’International Crisis Group, ritengono ormai inevitabile, è che l’Iran cercherà di diventare un Pakistan del Medio Oriente sciita: un paese isolato, sgradito, ma intoccabile perché in possesso dell’arma nucleare. Il piano in dieci punti presentato da Teheran l’8 aprile rivendica esplicitamente il diritto all’arricchimento dell’uranio come precondizione per qualunque accordo. Non è una posizione negoziale, è una dichiarazione di identità: senza l’arma o quasi-arma nucleare, dopo aver perso tutto il resto, l’Iran non saprebbe più cosa essere. Una rivoluzione che voleva guidare il mondo islamico finisce per chiudersi nei propri confini e contare soltanto sul terrore atomico per sopravvivere. È una sconfitta strategica colossale, mascherata da postura di forza.

Andrea Bicocchi
Andrea Bicocchi
Imprenditore, editore de "Lo Schermo", volontario. Mi piace approfondire le cose e ho un'insana passione per tutto quello che è tecnologia e innovazione. Sono anche convinto che la comunità in cui viviamo abbia bisogno dell'impegno e del lavoro di tutti e di ciascuno. Il mio impegno nel lavoro, nel sociale e ne Lo Schermo, riflettono questa mia visione del mondo.

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