6 giugno 1944; D-Day: un barghigiano sulla spiaggia di Omaha

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(posfazione dal Giornale di Barga)

5 Giugno 2023-di Vittorio Lino Biondi

Tra i primi soldati alleati a cadere sulle spiagge della Normandia il giorno del «D-Day» ricordiamo il soldato americano Giacomo Martorana. Il padre, Angelo era siciliano, ma la madre era la signora Letizia Gonnella di Barga, sorella di Vincenzo Gonnella che era il nonno di Marco Marchetti. Proprio lui ci ha segnalato la presenza di Giacomo Martorana allo sbarco in Normandia. Nato negli Stati Uniti, pur se residente a Glasgow, decise di arruolarsi nell’esercito americano, non prima però di essere stato “internato” per un po di tempo in Canada per il suo cognome italiano. Chiarito l’equivoco tornò in Gran Bretagna per combattere con l’esercito americano. Con questo attraversò la Manica e perì sulla spiaggia di «Omaha». Per il suo eroismo ricevette la «Purple Heart», onorificenza militare americana. Alla sua famiglia giunsero anche telegrammi di cordoglio del presidente americano Truman e del comandante delle forze da sbarco alleate, Ike Heisenower. Giacomo Martorana riposa nel cimitero militare americano di Cambridge.».

28 magg. ’44 -Sud del Regno Unito,

Vengono distribuiti nuovi materiali e vestiario agli uomini delle forze operative alleate destinate alla operazione “Overlord,” in Normandia, l’invasione dell’Europa occupata. Dai nuovi numeri di serie dei pacchetti di munizioni, i soldati intuiscono che ormai siamo prossimi… Sulla sponda opposta, il personale dei centri di radiointercettazione tedeschi, rileva un aumento del traffico dei messaggi…I soldati vanno alla Messa; è domenica. Probabilmente l’ultima che avrebbero preso, prima dello sbarco. Anche gli ebrei fanno la comunione. Tutti stringono le armi mentre pregano, quasi a trasmettergli una specie di carica spirituale aggiuntiva. In una delle tante aree di imbarco nei pressi di Falmouth, in Cornovaglia (UK) il Private Giacomo Martorana, un soldato italoamericano in forza al 116th Rgt. della 29th Divisione US “LET’S GO”,

era intento a pulire il suo nuovo fucile assegnatogli da poco; un fiammante Garand M1 in cal. 0.30 della Winchester Repeating Arms Company. Il suo zainetto da combattimento l’“haversack” M28 era pieno stipato di viveri, munizioni e di tutto il necessario per vivere, muovere e combattere per i primi giorni dell’invasione; quelli determinanti. Le giornate passavano veloci, tra rapporti pre-missione, controllo materiali, adunate (tutti gli eserciti sono uguali…), attività fisica, addestramento, ma niente libera uscita. Ormai erano isolati. Una coltre di riserbo e di segretezza era stata creata per mettere i partecipanti alla più grande operazione di sbarco, in condizioni di non far trapelare le più importanti informazioni che portavano con loro: il luogo e la data. Nei rari momenti di riposo Giacomo pensava ai genitori, emigranti italiani che provenivano da un piccolissimo paesino dell’Italia Centrale, nell’Appennino Tosco Emiliano, Barga – Catagnana, dal quale erano fuggiti dopo l’avvento del fascismo, per …incompatibilità caratteriale del padre. Erano così arrivati a Glasgow in Scozia. Al momento dell’entrata in guerra degli Stati Uniti, contro la Germania e l’Italia, tutti gli italiani (e i tedeschi) presenti nel Regno Unito, furono rapidamente catturati ed rinchiusi in appositi campi di internamento. Giacomo e la sua famiglia andarono in un campo nel Rhode Island praticamente in Canada. Gli andò bene; a molti altri italiani, imbarcati frettolosamente sulla nave da trasporto “Arandora Star”, la fortuna non arrise così; il 2 luglio del 1940, mentre trasportava circa 1500 prigionieri da internare, fu colpita al largo delle coste irlandesi da un sottomarino tedesco, l’U 47, ingannato dalla sua livrea grigia, che la faceva assomigliare ad una unità da guerra. Si salvarono poco più di 500 persone.

Ansa TORONTO, 1 GIU – Riconoscere formalmente una grave ingiustizia commessa ai danni di italiani, internati tra 1940-’45. É quanto si prefigge una Proposta di legge canadese. La proposta sarà votata dalla House of Commons di Ottawa per onorare la memoria di quegli italiani. Nel 1940, 670 famiglie di canadesi di origine italiana, già stabiliti da decenni e cittadini a pieno titolo, furono proclamati dall’oggi al domani ‘Nemici Interni’ solo perché avevano un cognome italiano. Il Canada all’epoca combatteva contro i fascisti. Solo dopo più di un anno di attenta sorveglianza e di continuo monitoraggio della corrispondenza e delle comunicazioni telefoniche, quando le autorità americane si accertarono dei suoi veri sentimenti americani, gli fu concesso l’onore di poter combattere con l’esercito degli Stati Uniti (the US ARMY) e si arruolò nella 29th Divisione di fanteria “LET’S GO”; il simbolo di questa Unità, è il Taijitu, diagramma cinese bicolore che rappresenta la unione; i due colori “Blue and Gray” (il nickname) vogliono rappresentare l’unione finalmente raggiunta al termine della guerra di Secessione tra i confederati del Sud (in grigio) e i soldati dell’Unione del Nord in Blu appunto. All’interno di questa Divisione uno dei reggimenti di punta era il 116th Regimental Combat Team, destinato ad aprire la strada all’invasione nella infernale delle spiagge: Omaha denominata successivamente “La sanguinaria”… Indovini il lettore arguto dove il povero emigrante italiano Pvt. Giacomo Martorana, ebbe l’onore di prestare servizio, all’interno della 29th Divisione “Let’s go”? Indovinato.

Nel 116th Infantry Regiment, 29th Infantry Division con la matricola 31067644.La sua compagnia, la B -“Baker”, del 1° Battaglione, era comandata da un altro italo americano, il capitano Ettore Zappacosta, che aveva riunito nella sua compagnia molti italiani; insieme avevano affrontato il lungo e duro periodo di amalgama e addestramento specialistico preparatorio allo sbarco, e si erano guadagnati l’onore e il più prosaico onere di sbarcare sulla spiaggia più difficile dell’intera zona di operazioni. La “sanguinaria”. La “B” Coy sarebbe arrivata con la seconda ondata di mezzi, alle 07.00 LT: durante l’ultimo rapporto, fu comunicato il loro obiettivo: Vierville, un piccolo e grazioso abitato di casette di pescatori sulla spiaggia normanna. il 30 Maggio distribuirono anche le uniformi nuove da indossare; erano impregnate di un liquido antiaggressivo chimico, dall’odore nauseabondo, che le rendeva fredde e umide; non traspiravano, di giorno erano caldissime e di notte ci si gelava; mai una volta che l’Intendenza indovinasse una divisa per soldati. L’unica cosa positiva le grandi tasche, capienti e rinforzate per contenere grandi quantità di munizioni, clips e caricatori.

Incominciarono a sistemare l’equipaggiamento da combattimento, fissando con nastro telato, i ganci metallici di sospensione per evitare rumore e che si aprissero nel momento più fatidico. Il tascapane dorsale conteneva il necessario per l’igiene personale (è sempre stata una fissa di tutti gli eserciti pretendere che, anche nel combattimento più cruento, i soldati abbiamo sapone, lamette e pettine…), le razioni alimentari di riserva, un ricambio di biancheria, piccoli effetti personali, soldi francesi, un manuale di traduzione, una Bibbia. Nella parte bassa in una sezione separata agganciò una tendina con pioli e picchetti, senza coperta, per i primi giorni avrebbe dormito solo protetto dall’umidità della notte francese, dal telo tenda. Il cinturone con 10 clips del Garand e due bombe a mano MK II A1 gli garantivano una riserva di fuoco iniziale appena soddisfacente. Per questo in ogni spazio libero a tutti i soldati provvidero a stivare munizioni di riserva in quantitativi impressionanti; era calcolato che ognuno avesse addosso non meno di 300 cartucce! Un peso assurdo.

Inoltre agganciò ai buchi liberi del cinturone una cesoia tranciafili per il filo spinato, che tutti i rapporti dicevano essere stato steso in quantitativi copiosi, legò all’elmetto M1 tra la reticella e la parte metallica due pacchetti di medicazione sigillati color verde contenti due grandi garze e alcuni grammi di sulfamidici; i dottori e gli specialisti infermieri, durante le esercitazioni attribuivano grande importanza al primo intervento effettuato anche dalla stesso infortunato. “Comprimere la ferita con la garza”… come se questo fosse risolutivo… mah! Onestamente non era incoraggiante; era invece assai più rassicurante la presenza di un paramedico o di un dottore a livello plotone o compagnia, e di due portaferiti con le loro barelle pieghevoli trasportate a spalla.

Giacomo pensava ai genitori, che aveva in America. Avevano lasciato l’Italia per fuggire dal regime fascista, Il padre, Angelo di origini siciliane, aveva conosciuto una ragazza di un paesino nei pressi di Barga, una certa Letizia Gonnella, sorella di Vincenzo Gonnella, nonno di Marco Marchetti. Negli anni 30, avevano deciso, non sopportando più l’inasprimento del regime di emigrare appena in tempo. Si erano stabiliti in Scozia a Glasgow, dove il babbo aveva aperto un’attività commerciale. Giacomo era nato in America. Il viaggio di ritorno in Europa, lo fece a bordo della lussuosa nave da crociera Queen Mary, nel settembre del ’42. Arrivato nei pressi delle coste inglesi, incrociarono una formazione di navi da battaglia alleate e un incrociatore inglese, il Curacao, accidentalmente li speronò, provocando la perdita di 332 membri dell’equipaggio. Giacomo non poteva pensare di cominciar bene la sua avventura…

Poi lo sbarco nell’Inghilterra del Sud; il Quartier Generale della 29° fu posto a Salisbury, e per mesi tutte le campagne intorno furono calpestate dagli stivaletti di cuoio grasso dei soldati della 29th, che dormirono nei campi, nelle buche fatte con gli attrezzi leggeri, imparando e provando le tattiche, le operazioni, e l’approntamento per la grande invasione; una conferma dell’imminente partenza fu il repentino miglioramento della qualità del cibo distribuito. Fino a pochi giorni prima avevano mangiato quantità disgustose di cavoletti di Bruxelles, che abbondavano nella campagna inglese, ma invero scarseggiavano uova fresche, carne ecc. Gli ultimi giorni l’Intendenza fece arrivare e distribuire grandi quantità di bistecche, pane bianco, pesce, pasta italiana, torte di meringhe al limone, bistecchine di maiale e di manzo (per gli ebrei) e sopratutto gelato: tanto, fatto con le uova, che provocò più di una battuta tra i commilitoni di Giacomo: “Siamo all’ingrasso, pronti per essere macellati.”

Sistemò il corredo personale in esubero, quello non necessario al combattimento, la divisa da libera uscita nel sacco stagno, da lasciare in deposito, la giacca M 1939 con la bella pacht omerale con i simboli capovolti “blue and gray”, sulla spalla sinistra, i pantaloni con la riga, le scarpe basse. Il singolo gallone sulla manica bassa, rovesciato a V indicava il suo grado: “Private”, soldato semplice, forse al termine della campagna, se fosse rimasto vivo avrebbe avuto la promozione al grado superiore “Private First Class”, oppure postuma in caso di morte. Per adesso doveva far passare due anni dalla data dell’arruolamento, ed avere lo stato di servizio immacolato.

La disciplina alla 29th era assai rigida e ci stavano attenti a queste cose. Impacchettò anche le lettere, il Nuovo Testamento (era cattolico) che gli aveva fornito il magazzino del centro di arruolamento, e i pochi effetti personali, le fotografie, una camicia civile, e mise l’indirizzo di casa sua. In caso di… dipartita precoce, gli avevano assicurato che il servizio religioso si sarebbe fatto cura e scrupolo di avvisare i genitori e fargli recapitare tutti gli effetti che avevano preparato, con un’ultima lettera.

I rapporti pre-missione si succedevano intensi, molto accurati e sopratutto ogni volta gli ufficiali del servizio Informazioni fornivano ulteriori dettagli e precisavano tutti gli ostacoli, che avrebbe incontrato al momento dello sbarco; i centri di fuoco riconosciuti, le artiglierie, i campi minati, i reticolati. Dove avrebbero sostato, i punti di raccolta, i centri di rifornimento, ecc. Ormai era chiaro che la 1° la 4° e la 29° Divisione di fanteria USA, avrebbero sostenuto l’assalto principale assieme alla 50°, la 3° inglese, la 3° canadese, e la 6° aviotrasportata britannica.

Il fianco destro, verso il Cotentin sarebbe stato protetto e consolidato dai paracadutisti della 101st Airborne Division, “the Screaming Eagles” e dai “fighetti”, come li avevano soprannominati, della 82°Airborne Division, composta esclusivamente da “americani puri” e che infatti era stata ribattezzata ” All American”; portavano sulla spalla sinistra una patch composta da due AA affiancate per ribadire il concetto della appartenenza esclusiva alla nobile gioventù che affondava le radici nella giovane storia americana… Il razzismo era veramente un problema nella società americana, e veniva riportato anche in guerra…

Puttanate, pensava Giacomo; è necessario che pensino a far bene il loro lavoro; noi saremo soli alla nostra destra, e avremo i tedeschi agguerriti e determinati a ricacciarci in mare e quindi soltanto i parà potranno proteggerci in qualche modo mentre cerchiamo di affondare nel territorio. La sera andò a teatro, in uno dei centri di ricreazione interni alla base, dove proiettavano “La mia vita” con Barry Fitzgerald e Bing Crosby; caramelle e pop-corn gratis per tutti. Birra leggera per evitare problemi di alcool, che comunque erano sempre pronti: ormai la tensione si tagliava a fette. Tutti sapevano. E aspettavano. I soldati questo fanno: aspettano o combattono. Giacomo aspettava di combattere.

Il 31 maggio cominciarono le operazioni di imbarco. Secondo la pianificazione operativa, alla B Coy toccava occupare alle 07.00, del D-Day, la porzione alla estrema destra di OMAHA BEACH denominata DOG GREEN, quella più a ovest, preceduta di 10 minuti dalla A Coy alla quale toccavo l’onore del primo assalto. Accanto si stagliava imponente la scogliera di POINTE DU HOC, che sarebbe toccata ai ranger del II Btg americano, abili scalatori, che avrebbero avuto la più amara delle sorprese, arrivando in cima, con moltissime perdite e scoprendo che le potenti bocche da fuoco da artiglieria costiera, erano state spostate segretamente pochi giorni prima alcuni chilometri più indietro. Senza sgomentarsi più di quel tanto, seguirono le tracce delle grandi ruote dei pezzi, e li trovarono pochi chilometri più indietro, sempre efficienti per far danni alle navi alleate.

Attaccarono per distruggerle.

Dei 225 ranger che scalarono le scogliere, solo 90 rimasero in vita dopo due giorni di combattimenti. Giacomo salì lentamente con il suo carico di materiale personale e del reparto (tubi bangalore, esplosivo, cavo telefonico, e una borsa con dei telefoni campali EE8) sull’LCI 94 (il mezzo da sbarco della fanteria), già stracarico di viveri, munizioni a materiale necessario per la marina. Il suo passo era pesante; nonostante le direttive consigliassero di non superare i 24 kg di equipaggiamento, per combattere bene, tutti i soldati al momento di partire avevano ecceduto con l’equipaggiamento, consigliati dai comandanti minori, e quindi tutti si trovavano munizioni supplementari, mine, esplosivi, pistole, pugnali, borracce, viveri, batterie per le radio, “musettes” con le maschere antigas e roba del genere, compreso un ingombrante giubbotto gonfiabile di salvataggio denominato Mae West, che si gonfiava tirando una cordicella che apriva la valvolina del serbatoio del CO2.

Più o meno funzionava e in tutti i casi garantiva una galleggiabilità fino a 100 kg di peso. La maggior parte dei soldati, al momento dello sbarco pesava oltre 125 kg, con punte fino a 150 kg. Molti morirono annegati, trascinati sotto l’acqua dal peso dell’equipaggiamento che non riuscivano a sganciare. Per primi partirono i dragamine, quella notte del 31. 255 imbarcazioni speciali. Il loro compito era di ripulire e bonificare dalle mine marine la costa inglese nel caso (piuttosto remoto invero…) che la Luftwaffe e le E-boat avessero rilasciato ordigni marini per rallentare la flotta inglese uscente. Successivamente si dovevano dirigere verso la costa normanna e sgomberare cinque diversi canali di transito per gli incanalamenti di avvicinamento e poi infine la costa avversaria.

Giacomo si sistemò a ridosso della paratia del mezzo da sbarco, con i suoi compagni di drappello, posizionarono l’equipaggiamento, si coprirono con dei teli impermeabili e fecero quello che fanno tutti i soldati del mondo prima di combattere. Giocarono a carte, dormirono rannicchiati e vestiti, e ripassarono le foto aeree e le carte distribuite. Soprattutto aspettarono. L’LCI sul quale si era imbarcato era un enorme zatterone, un mezzo da sbarco lungo 40 metri, con il fondo piatto, era in grado di trasportare una compagnia di fucilieri facendola sbarcare dalle rampe laterali; ospitava fino a 120 persone ma le brande disponibili erano solo 40, per cui dovettero fare dei turni di 8 ore di letto, la famigerata “branda calda”, per garantirsi un minimo di riposo.

Una cosa in particolare stuzzicava la curiosità di Giacomo; le tasche della nuova uniforme, distribuita da poco, erano piene di bigliettini di cartoncino rigido, con impresso sopra un numero progressivo e due lettere probabilmente iniziali di un nome – 3 DF -; un altro era – 5 MS – e via così… anche il suo fucile nuovo, aveva in tutte le parti in cui si scomponeva, delle minuscole sigle formate da due lettere, addirittura sulla cinghia di trasporto in cuoio grasso; lo stesso sistema di siglatura era stato rilevato anche sugli stivaletti, e dentro l’elmetto, insomma, tutto quello che era fornito dall’Intendenza era stato siglato ripetutamente, quasi ossessivamente. Qualcuno gli aveva detto che era un sistema introdotto da alcuni anni nell’industria, specificatamente per le Forze Armate, al fine di garantire uniformità di fornitura…

A Giacomo pareva un’enorme perdita di tempo. Non poteva sapere che 50 anni dopo tutte le industrie del modo avrebbero pagato fior di quattrini per essere certificate Sistema Qualità, e acquisire una sigla, ISO 9001, ecc che attestasse la capacità dell’azienda di poter garantire sempre elevati standard nella qualità delle forniture. Il controllo della qualità della produzione era nato su precisa specifica militare americana. Tutto uno spreco di tempo e di soldi, pensava Giacomo che a lui, tutti quei cartellini inutili da strappare nei punti più scomodi, davano solo fastidio… Anche le razioni da mangiare avevano stampigliato queste buffe sigle. E a che scopo poi? La cioccolata per esempio era disgustosa, non aveva quasi più il sapore del cioccolato buono che mangiava la domenica sulla passeggiata di Providence, guardando i pescherecci che si dirigevano verso il Banco di Terranova, in cerca di grandi quantitativi di pesce da portare presto a terra per essere lavorato e venduto.

La sua fine, se non fosse partito era quella di lavorare nell’industria del pescato… Non sapeva Giacomo, perchè ancora il suo americano non era perfetto da poter leggere e decifrare completamente i significati tecnici delle spiegazioni stampigliate in caratteri piccolini sulle etichette, che quella barretta di cioccolata fornita dalla Hershey Company, rispondeva a delle specifiche ben precise. IL Comandante del Corpo dei Furieri americani, che si occupa degli approvvigionamenti, il colonnello Paul Logan, aveva tuonato, ai vertici della Hershey: ” voglio un pezzo di cioccolato che non pesi più di 4 once, sia molto nutritivo, resista al caldo, ed abbia un sapore leggermente migliore di una patata bollita.” Logica esclusivamente militare, ma alla lunga probabilmente vincente. Il sapore non invitante doveva impedire che tutti si gettassero famelici sul pezzo più gustoso della razione, impoverendone il valore di emergenza. A volte funzionava.

Ike aveva tenuto un galvanizzante discorso agli ufficiali inferiori, tenenti e capitani, quelli che avrebbero dovuto portar gli uomini “su per la collina”, sotto il fuoco, e alcuni di loro rientrando sulle barche dagli uomini, esaltati dalla bella arringa avevano cercato, con risultati assai più modesti di riportarla gli uomini alle loro dipendenze. Qualche ufficialetto esaltato improvvisò il monologo dell’Enrico V, “banda di fratelli”, ma un marinaio, meno prosaisticamente lo mandò, nel buio protettivo, sonoramente a quel paese. Ascoltando la radio dell’Asse rigorosamente ascoltata per la qualità della musica emessa, la femminile voce di Axis Sally (la puttana di Berlino), li incitò a venire; “Vi stiamo aspettando”… Un certo nervosismo serpeggiò tra i soldati americani. Com’era possibile con tutta la segretezza che li aveva avvolti, le misure di protezione, i sacrifici per mascherarsi, per non farsi vedere dalla ricognizione aerea avversaria, che i tedeschi sapessero?

Ignoravano che i redattori del programma della Axis, aveva ripetutamente inserito questa frase in tutte le emissioni per provocare un disagio psicologico. I tedeschi “sospettavano” l’invasione, ma brancolavano nel buio per quanto riguarda la data e soprattutto il punto di sbarco. Le loro convinzioni erano rivolte maggiormente verso Calais, il punto più stretto e quindi più vicino. La Normandia era in secondo piano, anche se Rommel, responsabile operativo della difesa della Francia, non aveva disdegnato al preparazione anche di quella parte di costa. Durante i briefing giornalieri che gli ufficiali tenevano alle truppe, si ribatteva costantemente sulla tipologia e sulla consistenza delle difese che avrebbero dovuto superare.

Il generale COTA, vicecomandante della divisione, una volta in una riunione a fattor comune aveva sintetizzato alcuni numeri: la prima linea di difesa, i tedeschi l’hanno impiantata in alto mare: mine marine a rilascio dal fondo, saliranno quando le nostre nevi faranno variare il campo magnetico o la pressione idrostatica al loro passaggio…

Entusiasmante, pensò Giacomo: ancora non siamo arrivati e già rischiamo di affogare 40 miglia al largo dalla costa… Gli ostacoli sulla battigia, chiamati cancelli belgi, consistevano in strutture in putrelle di ferro alte tre metri, per compensare la variazione della marea, a 150 metri dalla linea dell’alta marea parallele alla costa, sulla sommità erano state saldate delle mine anticarro chiamata mine Teller (T) roba da più di 5 kg di tritolo ciascuna, capaci di sventrare il fondo di un mezzo da sbarco o di un carro; più indietro verso la riva una fila di tronchi di pino, piantati inclinati verso il mare, con anch’essi in cima la mine T legata, in attesa del suo bersaglio; più indietro i ” ricci” putrelle di acciaio saldate tra loro a formare un tetraedro scheletrico con al mina sul puntone rivolto in avanti.

Dietro al riva, una spiaggia lunga e profonda più di 200 metri era stata disseminata di mine antiuomo, a schema irregolare, e sul terrapieno nidi di mitragliatrici, postazioni per armi automatiche , stazioni per tiratori scelti, appostamenti singoli, posizioni per pezzi da 88 e da 75, tutta una accoglienza che avrebbe reso assi difficile penetrare in profondità a chi avesse tentato l’assalto. I soldati ridevano scaramantici a queste notizie: ” io mi prendo quelli lì, te va da questi, sistematemi quelli la in fondo, io penso a quelli sulla spiaggia…” I commenti ottimisti si sprecavano, per dissimulare la chiara visione della tragica opzione; o tentare di sfondare con un impeto risolutivo iniziale e chiaramente pesantissimo, o rischiare di essere ricacciati in mare, con devastanti conseguenze.

Notte tra il 1 e 2 giugno 1944. Zone di imbarco. L’LCI dove era imbarcato Giacomo, lasciò lentamente la foce del fiume assieme a altri 12 imbarcazioni stracarico di soldati e mezzi. Il convoglio, scortato da navi da guerra mosse lentamente per raggiungere il punto di non ritorno; “Piccadilly Circus”, un area di attesa in mezzo alla Manica dove la prima ondata sarebbe dovuta stazionare in attesa dell’ordine esecutivo. Il tempo, inizialmente bello, era peggiorato sensibilmente e Giacomo con tutti i suoi commilitoni avevano sperimentato la forza del mal di mare e l’assoluto inutilità delle pillole distribuite a tale scopo. I battelli da sbarco, a fondo piatto, non erano stati studiati per tenere a lungo il mare. Un soldato nel descrivere il movimento del battello, sotto l’effetto delle onde alte più d due metri e del vento laterale, disse: “è come andare di corsa nel deserto, su di un cammello ubriaco”. Vomitavano tutti e tutti speravano che finisse presto il martirio; lo sbarco era agognato, almeno sarebbe finita quella tortura infernale allo stomaco.

Alle 06.00 del 4 giugno, Ike prese la decisione di rinviare l’operazione, per l’aumentare delle cattive condizioni meteorologiche; la frase “Post Mike One” che significava virare e tornare indietro al porto, arrivò quasi contemporaneamente a tutte le imbarcazioni ormai già allineate nella lunga sfilata dopo i porti di partenza: si verificarono incidenti e collisioni, mentre il tempo inclemente e piovoso contribuiva peggiorare la situazione ed il morale tra gli uomini imbarcati e gli equipaggi. Il rientro significava ancora l’attesa a bordo. Non conveniva infatti appiedare e spiantare tutto il dispositivo e quindi, gli equipaggi fecero il pieno ai serbatoi di nafta, rifornimento di viveri, e si apprestarono ad attendere il nuovo ordine.

Eisenhower stava perennemente in riunione con i suoi collaboratori per prendere l’importante decisone: per quanto tempo potevano tenere il dispositivo in attesa sulle navi? Il Colonnello Stagg, 28 anni, del Servizio Meteorologico, uno scozzese, predisse con sicurezza una finestra temporale di tempo relativamente mite (tra il passaggio di una perturbazione un’altra) di una mattinata, il giorno 6; poi il tempo sarebbe peggiorato. Ike tenne l’ultima riunione operativa a Southwick House, con il suo staff e decise: “Ok, Let’s go! Andiamo.”

Giacomo non poteva saperlo, ma intuiva che sopra di lui, l’intera struttura militare stava organizzando, preparando pianificando per lui e per i suoi amici il loro futuro prossimo. Per cui quando la mattina del 5 arrivò l’ordine di nuova partenza, tutti tirarono un bel respiro di sollievo; era sempre meglio che continuare a vivere in quella bolgia di puzzo, vomito nafta e uomini stipati. La notte, mentre erano in movimento furono sorvolati da una imponente flotta aerea che portava i paracadutisti e gli aviotrasportati destinati ad occupare le posizioni sui fianchi, a premessa dello sbarco… Arrivarono di nuovo alla zona di attesa denominata Piccadilly Circus, in attesa del turno di partenza; tutto era stato rigidamente pianificato, e la “B” Coy sarebbe sbarcata nella seconda ondata, dietro la “A” Coy alle 07.00, dopo mezzora dalla prima per consentire l’allontanamento dei mezzi da sbarco dalla spiaggia.

Il capitano Zappacosta, comandante la “B” Coy, fu il primo ad essere colpito all’apertura del portellone principale; un proiettile gli trapassò il braccio. Aveva costretto il pilota dell’LCI a avvicinarsi di più alla riva sotto il fuoco tedesco, estraendo addirittura la sua Colt .45 e puntandogliela alla testa; era determinante poter percorrere il minor spazio possibile esposti al fuoco avversario. Fu colpito, prima ad un braccio, e poi alla spalla; morì poco dopo. Morì anche il pfc Giacomo Martorana, della stessa compagnia; probabilmente al momento dello sbarco. E insieme a lui circa 4.000 soldati americani solo a Omaha, il 6 giugno.

Tra chi gli sparava contro, inconsapevole protagonista di un destino atroce, un altro italiano schierato con i tedeschi, certo Walter Annichiarico, meglio conosciuto successivamente come Walter Chiari, famoso attore comico del dopoguerra. Si era arruolato nell’esercito della R.S.I. e spedito a dar man forte ai soldati tedeschi in Normandia, difendendo le coste. Era servente di una postazione antisbarco, aggregato ai tedeschi, presso la spiaggia di Omaha, probabilmente per la sua provenienza dalla famosa unità operativa “DECIMA MAS”, dove collaborava come vignettista al settimanale “L’Orizzonte della X Mas “Finì poi la guerra, presso il campo di prigionia di Coltano, il PW 337 a Pisa. Assieme a lui, nel campo, si troveranno tra i tanti Raimondo Vianello, Enrico Maria Salerno, Luciano Salce e il poeta Ezra Pound. Lo sbarco fu un disastro. Ma nonostante l’avversa fortuna, i sopravvissuti nel pomeriggio riuscirono a serrare i ranghi e a sfondare e dilagare all’interno della costa normanna, risolvendo lentamente la situazione che era apparsa veramente grave.

Più di un comandante operativo pensò di far ripiegare le truppe sui mezzi e farli sbarcare sulla vicina “Utah”, più facile. Per questo la spiaggia venne soprannominata “Bloody Omaha”, “la sanguinaria”. Adesso il pfc Giacomo Martorana riposa in Inghilterra, campo “C”, fila 6, posto nr. 3. American Cemetery of Cambridge. É stato decorato, postumo della Purple Heart. La famiglia ha ricevuto telegrammi di condoglianza a firma del Presidente degli Stati Uniti d’America Truman, e del Comandante Americano “Ike” Eisenhower. Il 6 giugno 2004 l’Amministrazione Comunale di Barga, guidata dal Sindaco Prof. Umberto Sereni, ha intitolato, con un piccola ma molto sentita cerimonia, una targa commemorativa alla memoria di Giacomo Martorana , presso la Rocca della Pace a Sommocolonia, Barga-LU. Erano presenti  il capitano della Folgore Vittorio Biondi, il Vicecomandante di Camp Darby di Livorno e il vice console generale degli Stati Uniti di America di Firenze.

Vittorio Lino Biondi
Vittorio Lino Biondi
Sono un Colonnello dell'Esercito Italiano, in Riserva: ho prestato servizio nella Brigata Paracadutisti Folgore e presso il Comando Forze Speciali dell'Esercito. Ho partecipato a varie missioni: Libano, Irak, Somalia, Bosnia, Kosovo Albania Afganistan. Sono infine un cultore di Storia Militare.

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3 Commenti

  1. Bellissima questa sua particolareggiata ricostruzione del D-Day, Colonnello Biondi. Fra l’altro non sapevo che il famoso attore Walter Chiari, notissimo interprete cinematografico e televisivo nel dopoguerra, avesse combattuto sulle spiagge della Normandia. Nelle varie trasnissioni a lui dedicate nessuno ne aveva mai fatto cenno anche se era noto il suo passato di discreto pugile.

  2. Vittorio, come sempre sei stato molto preciso nella d’escrezione del materiale che avevano in dotazione per l’igiene personale i militari. Non sapevo che un barghigiano aveva participato al D-Day, e che con la collaborazione del Professore Sereni allora Sindaco di Barga avete deposto una targa in ricordo.

  3. sono un ragazzo di69 anni sposato ,sono commosso o letto ora al compiuter del giovane giacomo martoraha o avuto due zii pioti contro i tedeschi della 2 guerra il mio primo zio e caduto col caccia bombardiere cam zeta 1700 si e salvatodopo tante operazioni. il 2 zio era sui caccia finita la gurra fini allanato.. grazie a loro o saputo tante brutta la guerra ……. o scritto ed e stampato sul libro mille lettere agli aviatori quando era la guerra nel golfo mi sono commosso tanto nel leggere tutta la storia del d dey

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