“Se togliamo la maschera siamo tutti uguali”. Marco Brinzi e la sua ApeTeatrale in scena da stasera

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È innovativo, tremendamente attuale, a tratti retrò e decisamente geniale: si chiama “ApeTeatrale” ed è il progetto di teatro itinerante al via da stasera, lunedì 6 luglio, proposto dalla compagnia teatrale IFPfrana e prodotto dal Teatro del Giglio di Lucca. Al timone del progetto l’attore e regista lucchese Marco Brinzi, da cui nasce l’idea, insieme all’amica, attrice e compagna di avventure Caterina Simonelli che si sposteranno a bordo di un’Apecar in tutta la periferia della nostra città proponendo 35 rappresentazioni della durata di 30 minuti ciascuna, a partire da stasera alle 18,15 in Piazza San Martino.

Protagonisti della rappresentazione due archetipi del teatro italiano: Arlecchino e Balanzone. I due, non a caso scelti, rappresentano esattamente la volontà di continuare a esistere, come maschere e attori, nonostante la chiusura dei teatri e la mancanza di un pubblico unito, posseduti dalla paura di “re-esistere” dopo il passaggio di un antagonista così tragico come il virus.

Passato e presente, storia e attualità: Brinzi e Simonelli mettono in scena quello che tutti stiamo vivendo adesso, spaesati e confusi, e lo fanno in modo ironico ma profondo, grottesco e fondamentale.

L’ApeTeatrale è semplicemente e straordinariamente la fotografia dei nostri giorni, unita ai desideri che sono il motore della vita, quella vita che ci fa paura e ci sorprende, che ci mette con le spalle al muro nel tentativo di trovare il coraggio di esistere qui ed ora, perché è l’unica reale possibilità per non perdersi. In un tempo denso di emozioni come quello vissuto con il Coronavirus, tra dolore e speranza, se c’è una cosa a cui ci siamo aggrappati è la solidarietà, quella condivisione che è e deve essere alla base di un’esistenza che solo se vissuta insieme agli altri può essere ricca e l’Ape Teatrale, così intuitiva ma non superficiale, è questo che fa: invitare le persone a stare insieme, anche con tutte le maschere e mascherine con cui ci proteggiamo da paure e virus per alleggerire l’anima e ridere di gusto.

Abbiamo parlato con loro che ci hanno raccontato, in modo scherzoso e affascinante, la nascita di questo progetto e l’importanza di esso per tutta la città, la scelta insolita di muoversi in un’Apecar e tutto quel valore simbolico e concreto che sta dietro a questa innovativa rappresentazione teatrale itinerante.

Come e quando nasce l’ape teatrale?
“Io – racconta Marco Brinzi – ero a Londra in tour al tempo della quarantena e le notizie che arrivavano dall’Italia erano tragiche, motivo per cui la sera non riuscivo mai a dormire. Tutto era avvolto dalla paura  e dalla sofferenza e pensai che se un giorno fossimo tornati a potersi riscontrare come collettività partecipativa a un evento teatrale, lo avremmo fatto a distanza. Mi vennero in mente subito le piazze toscane e la mia città e da lì ho avuto la visione di un palco mobile, di un teatro che arriva dalle persone e il mezzo migliore non poteva che essere l’Ape
“Il progetto infatti nasce proprio dalla follia di un attore chiuso nella cattività dell’isolamento domestico da lockdown -aggiunge Caterina Simonelli – per i teatranti, che hanno fatto della relazione e dell’incontro con l’altro la loro professione, è durissima stare senza l’altro”.

Perché avete scelto proprio un’ape per muovervi nella città? Ha un significato particolare?
L’Ape, progettata nel ’48 – continua Brinzi – è sempre stato un veicolo pensato per aiutare i commercianti a risollevare l’economia in un paese che usciva dalla guerra, un prodotto italiano nel mondo, simbolo della rinascita” .
L’Ape rappresenta un po’ la nostra storia – spiega Simonelli – essendo una compagnia che fa ricerca ma che raramente produce cose che non siano pensate per un pubblico vasto e trans-generazionale. L’Ape ha quell’aspetto popolare e quella vivacità che si sposa molto bene con la commedia dell’arte e inoltre ci piaceva l’idea di accostare il teatro e la cultura in generale a un insetto tanto utile perché in questo momento crediamo di dover ricordare che la cultura non è un bene accessorio”.

Il teatro a servizio dei cittadini. Perché l’idea delle periferie?
Le periferie sono luoghi che vanno privilegiati negli interventi culturali proprio perché marginali e spesso dimenticati, anche se, in realtà, proprio lì si trova la vitalità di una comunità cittadina – spiega l’attrice- Quindi, se i teatri sono chiusi, ci spostiamo fuori dai rossi velluti, fuori dagli stucchi dorati per invadere la città”.
Nel caso specifico di Lucca – aggiunge Brinzi – credo che la nostra città sia stata per lungo tempo ego-centrica e cioè che le attività culturali siano state pensate e promosse per il centro, mentre le periferie con il tempo sono state riqualificate e hanno preso sempre più vita. Il mio Arlecchino nasce nelle periferie, abita magari nelle case popolari e ha difficoltà ad arrivare a fine mese. È giusto che il teatro sia offerto come forma d’arte popolare accessibile a tutti, perché l’arte è per tutti e non solo per chi può permettersi di pagare un biglietto per grandi eventi“.

Come è organizzato questo tour itinerante?
“Il tour è organizzato come il Giro d’Italia fondamentalmente! Ho pensato che ci dovessero essere tappe semplici tipo Sant’anna e San Concordio (quartieri vicini fra loro) ma anche tappe dolomitiche e difficili per la nostra “apetta” come lo spostamento Ponte a Moriano – Nozzano Castello. Volevo che arrivasse ovunque e pungesse a dovere sul territorio del Comune. Sarà un giro impegnativo che prevede 3 repliche ogni giorno a partire dal 6 luglio fino al 24 luglio. Mi sono arrivate richieste per portarla al Piaggione – precisa Marco Brinzi – prometto che, se riprenderemo il progetto a settembre, sarà la prima tappa, per adesso non siamo riusciti per timore che l’ape non ce la facesse“.

Arlecchino e Balanzone rappresentano l’uomo di oggi, confuso e impaurito di ricostruire quella vita e quella normalità che ha lasciato prima della pandemia?
“Arlecchino e Balanzone per me – inizia Brinzi – in questo allestimento sono sia maschere della Commedia dell’arte che conosciamo, con i loro comportamenti archetipici, sia due semplici attori che si ritrovano a dover indossare una maschera/mascherina per lavorare su un palco a distanza. Collettivamente abbiamo vissuto l’esperienza traumatica dell’arrivo di qualcosa di invisibile capace di uccidere, immagino quindi che anche loro, come personaggi, l’abbiano vissuta e agiscano di conseguenza con le loro paure e i loro appigli di speranza”.
Io direi piuttosto che Arlecchino e Balanzone sono due figure senza tempo – aggiunge Caterina Simonelli – che portano la testimonianza che l’uomo ha una grande capacità di resilienza. L’uomo è un animale tutto particolare, non solo per la capacità di sognare e immaginare ma perché lo sa fare insieme agli altri”.

Siamo forse tutti burattini e maschere di un qualcosa di più grande che non riusciamo a gestire?
Anche questo è un tema toccato da uno dei lazzi dell’ ApeTeatrale. Di base però c’è la scoperta che, se ci togliamo la “maschera”, quelli che ci circondano sono altri simili a noi, che hanno le stesse paure, gli stessi dubbi, ma anche la stessa voglia di star bene di gioire della vita, di essere felici. Ma noi non possiamo farlo senza gli altri, non possiamo essere felici senza gli altri. Questo lockdown forse ci ha ricordato quanto l’altro sia importante e anche quanto la salute del singolo non sia un fatto esclusivo, privato, individuale ma può riguardare tutti. Prendersi cura delle persone, dell’ambiente, delle cose, di ciò che ci circonda è necessario, non accessorio” ci spiega l’attrice.
 “Credo che il qualcosa più grande di noi da gestire si chiami vita – continua l’attore e regista lucchese – in cui ovviamente è incluso anche l’atto della morte, altrimenti non potremmo chiamarla tale. Questi fili che ci governano sono di base i fili della vita e della morte che agiscono all’unisono, pensiamo e ci illudiamo di poterli controllare ma in realtà è il mistero stesso della vita che ci governa. Chi avrebbe mai pensato che in questo 2020 un virus sconosciuto ci avrebbe colpito? Viviamo oscillando tra ricordi e paure, tra ansie e sogni proiettati nel futuro ma il tempo presente è l’unico che possiamo gestire. Io, personalmente, non riesco a farlo essendo profondamente ansioso, ma il teatro mi salva perché ha la capacità di farmi essere in questo preciso momento e questo si riversa anche per chi assiste”

Balanzone vuole forse rappresentare anche il modello di chi oggi, in tempo di incertezza, si erge a saccente e maestro?
Si, Balanzone, interpretato da me – spiega Brinzi – potrebbe rappresentare anche quella tipologia di carattere umano che vuole dimostrare di sapere sempre di più di chi ha vicino a sè. Parla in realtà a se stesso e di se stesso, si compiace di ciò che sa anche se cita e basta. In questo periodo in tanti hanno creduto a teorie di complotto che non avevano alcun fondamento scientifico. Perché? Perché avevano paura secondo me. Quindi in quella paura si trova rifugio nel reagire con rabbia contro qualcosa che invece è invisibile e più forte di tutti. Parlare e straparlare per la paura di non poter parlare più“.

Arlecchino invece è diffidente, non ci crede e continua a ridere per mascherare la sofferenza.
“Balanzone e Arlecchino son due morti di fame, simpatici e scaltri, dotti e ignoranti, paurosi e coraggiosi, necessari e inutili – racconta l’interprete di Arlecchino, Caterina Simonelli –  Siamo noi, i teatranti, i musicisti, gli artisti in genere che  “vendono” robe assurde, inesistenti, ma fidatevi, così profondamente necessarie all’ essere umano da esistere e resistere da secoli a qualsiasi tentativo di abbattimento”.
Arlecchino è, sempre nella mia visione interpretazione dell’ApeTeatrale, un servo bastonato, senza lavoro, non pagato che con il virus ha perso ancora di più la speranza del futuro…ma cosa fa?  – aggiunge Brinzi, regista e ideatore del progetto – Ride. Ride perché ha troppo di cui piangere. Ride come forma di difesa e perché, come tutti noi italiani, sa inventarsi prima o poi un modo creativo e unico di risollevarsi dalle bastonate prese“.

Credete che, come Arlecchino e Balanzone, oggi non possiamo fare a meno delle maschere per esistere di nuovo? Per creare una nuova realtà che assomigli a quella che abbiamo lasciato prima del virus?
Non credo che si torni ad una realtà come quella di prima. Siamo passati da un trauma importante che ha cambiato la percezione degli altri e dello spazio. Magari usciremo dal pericolo del virus, dal rischio di esserne colpiti di nuovo, ma l’esperienza rimarrà. Ora senza  “mascherine” non si può  interagire, almeno socialmente negli spazi pubblici. Arlecchino e Balanzone sono maschere e per guadagnarsi il pane le devono indossare ad esempio. Loro si possono togliere la maschera solo a fine spettacolo sennò non sopravvivono, non esistono. E quando se la tolgono cosa rimane di loro? Dei loro volti sotto la maschera? La speranza di non doverla più indossare per recitare, cioè tornare ad incontrarsi faccia a faccia e non mascherati” conclude infine, con orgoglio e commozione, Marco Brinzi.

Quale messaggio lascerà agli spettatori l’ApeTeatrale?
Non abbiamo nessun messaggio da “lanciare” se non quello di ritrovarsi e passare 30 minuti di teatro assieme a chi verrà…30 minuti che ci facciano alleggerire i tempi tremendi che come collettività abbiamo appena vissuto. 

Il calendario con tutti gli appuntamenti è consultabile su: https://www.teatrodelgiglio.it/it/stagione-in-corso/ape-teatrale/

Bianca Leonardi
Bianca Leonardi
Classe 1992, Lucca. Una laurea in giornalismo e tanta voglia di dar voce a chi troppo spesso resta in silenzio. Lavoro da anni nella comunicazione e nell'organizzazione di eventi, saltando tra musica, teatro e intrattenimento. Perché "Lo Schermo"? Perché siamo giovani, curiosi e affamati di futuro.

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