‘Nuovo anno, stesso container’ e come sempre la scuola per ultima

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Nuovo anno, stesso conteiner. E’ quello che si legge sugli striscioni appesi dagli studenti del Civitali-Paladini, stanchi, dopo quattro anni, di dover seguire le lezioni nei moduli prefabbricati collocati nel cortile dell’ospedale Campo di Marte.

Nel 2018 la scuola di via San Nicolao venne chiusa in seguito a delle verifiche teciniche e, secondo le promesse della Provincia, i lavori di messa in sicurezza sarebbero dovuti terminare entro il 2019, anche grazie ad un finanziamento ottenuto grazie al bando regionale sui mutui Bei. Sono già passati due anni dalla data limite prevista e ancora di ‘nuova scuola’ nessuno ne parla e anzi, i lavori non sarebbero ancora partiti.

Promesse, quelle della Provincia, che però, con la scusa della “troppa burocrazia”, non sono mai state mantenute e sono circa 900 gli studenti che, anche quest’anno, studieranno dentro i container.

Ad intervenire è il Blocco Studentesco: “La Carta dei servizi scolastici afferma che studiare in un ambiente confortevole, igienico e sicuro è un diritto dello studente. Ebbene, a questo diritto gli studenti del Civitali-Paladini sono stati sottratti. Chiediamo alla Provincia le motivazioni per cui i lavori non sono ancora partiti, evitando di trovare la scusa, come recentemente affermato dal presidente della Provincia Luca Menesini, delle lungaggini burocratiche. Far stare tre anni 900 studenti in moduli prefabbricati è una vergogna e fortemente umiliante per il corpo docenti, studenti e genitori. Ci deve essere un responsabile, qualcuno almeno ci metta la faccia e spieghi cosa sta accadendo. Con altre promesse, ad ora, non ci facciamo nulla. Nuovo anno, stesso container”.

L’anno scorso gli stessi studenti del liceo delle Scienze Umane L.A. Paladini raccontavano a Lo Schermo le difficoltà dell’affrontare le lezioni dentro i moduli prefabbricati: “Per la questione Covid dobbiamo tenere l’edificio arieggiato lasciando aperta sia la porta sull’esterno che quella sul corridoio e quindi l’aria fa troppo riscontro e c’è molto freddo. Le aule poi non sono insonorizzate e, se la nostra classe è tra due classi, sentiamo ‘il casino’ sia da destra che da sinistra e il risultato è che il professore non riesce a dialogare con gli alunni dell’ultima fila. Per non parlare poi di quando piove. Non avendo un vero tetto le gocce cadono direttamente sopra il container e rimbomba tutto. E non abbiamo una palestra. Veniamo prelevati con un pullman della Provincia e portati a fare ginnastica nelle varie strutture che ci ospitano”.

Se dall’inizio la situazione “è migliorata – dicono – dato che non veniva tagliata neanche l’erba e dentro entravano molti animali, ancora non ci siamo. L’unico punto a favore è quello degli spazi, visto che siamo in pandemia, perché i container garantiscono più distanziamento rispetto a quello possibile nelle aule. Ma questo non basta a far di loro una scuola e capiamo tutti i genitori che decidono di iscrivere i loro figli ad altri licei o scuole perché di sicuro il container non incoraggia”.

Ma gli studenti rivogliono la scuola, quella vera, “quella strutturata, quella con la palestra. Rivogliamo le classi e i nostri spazi. La biblioteca vicina. Alla fine non è colpa nostra se non c’è organizzazione, se c’è stato il Covid o se i lavori al Machiavelli non finiscono mai. Avere una scuola è un nostro diritto”.

Il punto non sono i prefabbricati, il punto non è: “La necessità di distanziamento e sicurezza dovuta all’emergenza sanitaria”, come hanno ribadito i vari Enti locali, oppure: “La mancanza di risorse da investire in opere pubbliche da parte del Governo”, come si sente dire, dato che il finanziamento c’è stato. Perché lo sappiamo che i problemi ci sono realmente. 

Il punto sono tutti quei ragazzi che non vedono l’ora di riavere un proprio spazio. Che hanno ubbidito accettando la sitauzione, a differenza di quanto si crede e che adesso sono giustamente stanchi di doversi nuovamente adeguare rinunciando a quello che sarebbe un loro diritto. In vista delle Amministrative, forse sarebbe opportuno che qualcuno, all’interno degli slogan elettorali, aggiungesse anche i loro nomi. Perché una città che non pensa alla scuola, ha già perso il suo il futuro.

Rebecca Del Carlo
Rebecca Del Carlohttps://pennasciutta.it
Classe 1996, Lucca. Liceo Classico e poi ho studiato Scienze della Comunicazione a Pisa. Scrivo da sempre. E’ il mio modo di esprimermi. Vorrei dare voce alle ingiustizie e dire la verità: credo che essere una giornalista sia anche questo. Lavoro anche come articolista, copywriter e SMM. “Lo Schermo” perché è giovane, dinamico e di qualità.

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