Il PD comincerà a dire parole di sinistra o continuerà a dire cose sinistre?

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Ci sono dei momenti un cui tutta una serie di eventi portano un sistema su un bivio. Da una parte c’è qualcosa di nuovo e, potenzialmente, trasformante. Dall’altra una lenta involuzione. Questo è uno di quei momenti per quella parte del mondo politico italiano che si riconosce nel PD (è ugualmente un momento topico anche per la destra italiana, ma ne parleremo un’altra volta).

Da una parte, infatti, c’è la possibilità di lanciare una nuova stagione. Una stagione che abbandoni le ipocrisie insite nell’idealismo della “ditta” comunista e sposi un riformismo maturo. Un nuovo umanesimo, in cui l’azione politica sia centrata sulle reali esigenze dei cittadini, più che su astratte formule e stagionali principi. In cui il Partito Democratico abbandoni le rendite di posizione e si metta in mare aperto a cercare di incontrare quel popolo che, in gran parte, gli ha voltato le spalle, se è vero che lo ha votato circa un elettore su 10 (5,3 milioni su 50 milioni di elettori).

Un partito democratico di popolo deve essere attento alle esigenze della maggioranza della cittadinanza. O, se non alla maggioranza tutta, almeno a quella parte che è più debole e ai margini. Ma i più deboli di una, comunque, ricca nazione non sono, per lo più, “morti di fame” ma persone normali, con vite normali fatte d normali limitazioni, con normali problemi quotidiani e con normali richieste di equità e giustizia. Corredate (perché no?) da normali esigenze di sicurezza. Il PD deve quindi scegliere chi sono i suoi interlocutori e difenderne i giusti interessi (e non tutti e non indiscriminatamente).

Da questo momento di transizione, speriamo che possa nascere un PD ripensato e coerente con i propri valori di fondo da riallineare a quelli di una nazione come l’Italia.

E queste sono le vere parole di sinistra che vorremmo sentire.

Dall’altra parte c’è la sinistra che vuole fare dell’accordo con il populismo a 5 stelle la ragione sociale del suo futuro. Quella che non ha capito il senso dell’abbandono di un elettorato che non si sente protetto dal partito che difende le ragioni delle élite e delle tasse. Perché il populismo è inseguire un facile consenso (spesso di nicchia) facendo ciò che la gente chiede senza fermarsi a chiedersi che effetto avrà.

Ma il premio del populismo è sempre il discredito della classe dirigente. Perché se il dirigente non dirige ma segue, allora è solo un altro privilegiato che vive di una rendita immeritata. Perché la gente vede, magari confusamente, e giudica. E le incoerenze, soprattutto le più evidenti, lasciano le persone con la chiarezza che bisogna cambiare. Possibilmente, tutto.

Perché che c’entra la difesa del debole, ad esempio, con il ruolo di custode di potenti constituency del pubblico impiego (sia basso che, soprattutto dirigenziale) e di timpano di ogni moda dei democratici d’oltreoceano?

O coprire il vilipendio del lavoro pubblico, trasformato in un luogo di privilegio per scansafatiche perché si preferisce questo ad un serio sistema di gestione del personale che possa valorizzare chi desidera lavorare e non solo chi desidera “non fare”?

O che senso ha difendere la scuola pubblica a parole, ma nella sostanza difendere solo la posizione sindacale di insegnanti e bidelli a discapito di quella degli studenti?

O ancora la giustizia, che è un tema che viene detto identitario, mentre si trascura lo stato di sfascio in cui si trova la “giustizia sostanziale” sia civile che penale, difendendo, ancora una volta, le corporazioni sindacali interne, con riforme mai fatte e cambiamenti a cui ci si oppone sempre (come quando, per citare l’ultimo esempio, ci si è opposti al referendum sulla separazione delle carriere tra PM e magistratura inquirente)?

O come quando si dice che il sistema politico ed elettorale non funziona ma poi ci si oppone anche solo alla discussione sulla sua riforma e nulla si è fatto negli anni in cui si è stati al potere (8 anni negli ultimi 10).

Soprattutto come si può dire che si vuole un fisco giusto ed equo verso chi guadagna meno mentre poi ci si impegna ad aumentare la tassazione soprattutto sui consumi, che equivale a gravare di più sui ceti meno abbienti? O si espande una spesa pubblica senza criterio, cosa anche questa che, in realtà, colpisce chi ha di meno?

Queste sono le cose sinistre su cui taluni nell’attuale PD pensano di poter sostenere un partito.

Le incoerenze di cui parliamo, sia chiaro, non sono solo del PD. Sono della sinistra tutta. E sono anche del centrodestra tutto.

È il desiderio di cambiare tutto che si è espresso con rapidi cambi di dimensione di partiti sia di destra che di sinistra. E, per certi versi, soprattutto a destra, dove i partiti non potevano contare neppure su una solida, seppure discutibile, tradizione culturale. Così si spiega la presenza di partiti che passano da percentuali da prefisso telefonico a valori del 30% e più. sono cambiamenti che si spiegano con il desiderio, ormai diffusissimo, di cambiare tutto. E con il discredito che, a piene mani, la politica attira su di sé con la propria incoerenza e miopia.

La gente chiede stabilità. Di idee, di programmi, di vita. Soluzioni per oggi ma, soprattutto, per domani. Ed è stanca di scappati di casa e pifferai magici che promettono il paese del bengodi solo per poter avere un po’ di potere e di prestigio personali. Un partito di sinistra “vero” dovrebbe preoccuparsi di questo.

Andrea Bicocchi @Andrea_Bicocchi

Foto di Andres Ayrton da Pexels

Andrea Bicocchi
Andrea Bicocchi
Imprenditore, editore de "Lo Schermo", volontario. Mi piace approfondire le cose e ho un'insana passione per tutto quello che è tecnologia e innovazione. Sono anche convinto che la comunità in cui viviamo abbia bisogno dell'impegno e del lavoro di tutti e di ciascuno. Il mio impegno nel lavoro, nel sociale e ne Lo Schermo, riflettono questa mia visione del mondo.

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