I danni della politica delle emozioni cercando di non dimenticare Cutro

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Ecco, ci siamo.

Dopo l’intensa emozione causata dai corpi di Cutro, il mare (metaforico) del sostegno dell’opinione pubblica sta già cominciando a rifluire. Sta già cominciando a tornare indietro nella coscienza delle persone il bisogno di accoglienza.

Siamo fatti così. Siamo abituati a pensare a oggi. Non siamo abituati a pensare a lungo termine. Non ci piace; non ci interessa.

È la politica delle emozioni. È la politica che scalda l’animo. Quella che, in fondo, non è interessata davvero a quello che succederà domani, ma solo a guadagnare un rapido consenso elettorale.

Ed è una politica che ci piace. È una politica che votiamo.

I nostri politici, che sono molto più accorti di quello che non si creda, lo sanno e ci lavorano sopra. Lanciano messaggi semplici, diretti, efficaci. Poco importa se siano veri oppure no. Meno ancora se siano sostenibili o giusti. Ciò che conta è che scaldino cuori. E, possibilmente, che identifichino una specifica area politico-elettorale.

Non gli interessa particolarmente della coerenza dei messaggi; gli interessa molto di più del profitto elettorale.

Non gli interessa del futuro di questo paese; gli interessa della prossima elezione.

E c’è da chiedersi se tutto ciò interessa almeno a noi elettori.

Dicevo la risacca.

La risacca c’è adesso che il numero dei migranti che stanno arrivando è in crescita. C’è nel cambiamento immediato della percezione dell’opinione pubblica rispetto al problema dell’immigrazione. C’è nell’ingigantire quelli che sono i numeri percepiti. Nell’essere passati da «andiamo a prenderli con le nostre navi sull’altra riva del mare» alla rimozione di ora del problema della loro collocazione e, presto, nel rifiuto che tornerà.

Non che i numeri in assoluto siano piccoli, intendiamoci, ma non sono così grandi per le dimensioni del paese; non sono come vengono sentiti e come saranno sentiti sempre più rapidamente nei prossimi giorni.

Ora già si parla poco di corridoi umanitari (con numeri nell’ordine delle decine di persone: trascurabilissimi). Non fanno scalpore, non emozionano. Ed è a mala pena comparsa la notizia che il 27 marzo, a fronte di una richiesta 205’000 richieste di imprenditori italiani per lavoratori stranieri erano disponibili solo 82’700. Poco più di un terzo. E sono già numeri frutto di un aumento fatto da questo governo (+13’000 unità) visto che i precedenti avevano messo numeri ancora più bassi.

La distanza tra immagine e realtà appare così chiara eppure interessa assai poco: ci si emoziona per i morti sulle spiagge ma poi non si fa abbastanza per garantire una immigrazione ordinata neppure per quello che serve al paese.

Oggi dobbiamo cominciare a ripensare il sistema dell’accoglienza. Un sistema che è pericolosamente in bilico tra business (anche di parte del mondo associativo), improvvisazione e grande altruismo.

Ma se non pensiamo anche in termini utilitaristici non funzionerà.

Se l’immigrazione non diverrà anche un sistema orientato alla crescita del paese e resterà una faccenda di cuore, continuerà ad essere il disastro che è stato negli ultimi anni. Tra responsabilità morali che nessuno vuole assumersi per dei campi di prigionia sovvenzionati da noi, trattamenti inumani nei centri di accoglienza che sono delle baraccopoli che ruotano importanti volumi finanziari, disperati che si arrabattano lungo le nostre strade inventandosi piccoli (e illegali) commerci e popolazione insofferente per tutto questo.

La politica delle emozioni non può risolvere questi problemi. Ci vuole pragmatismo. Possibilmente distinguendolo dal semplice cinismo.

Andrea Bicocchi @Andrea_Bicocchi

Foto di Bill Motchan

Andrea Bicocchi
Andrea Bicocchi
Imprenditore, editore de "Lo Schermo", volontario. Mi piace approfondire le cose e ho un'insana passione per tutto quello che è tecnologia e innovazione. Sono anche convinto che la comunità in cui viviamo abbia bisogno dell'impegno e del lavoro di tutti e di ciascuno. Il mio impegno nel lavoro, nel sociale e ne Lo Schermo, riflettono questa mia visione del mondo.

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2 Commenti

  1. E, comunque, per quanto riguarda la “politica dei voti” che, ormai, ho l’impressione, posso sbagliare, da decenni mi sembra si sia sostituita alla “politica dei contenuti”, necessaria per risolvere i problemi degli italiani, temo che tale “forza Roma, forza Lazio” continuerà ancora; perlomeno a giudicare dalle premesse e, anche, dal comportamento di “alcuni” media che, in alcuni casi, più che giornalismo, mi sembrerebbero operare, lividi di rabbia e rancore, un’opera di “pettegolezzo” più che una seria analisi dei contenuti; ma posso sbagliare nella mia impressione.
    PS: in questo contesto, io non sto da nessuna parte e non voto, tanto per evitare fraintendimenti o simpatie politiche per, purtroppo, l’impossibilità per me pratica di nutrirle.

  2. Il problema sembrerebbe irrisolvibile, data la collocazione geografica del nostro Paese, il primo (evidentemente, Malta e Grecia a parte) a dover intervenire nei salvataggi.
    C’è da chiedersi se, dopo l’ingresso nell’UE, anche gli altri Paesi componenti l’unione debbano farsi carico con loro flotte del problema salvataggi e, poi, delle pratiche relative all’identificazione, cure e collocamento dei migranti.
    I vari accordi in merito non li conosco specificatamente nel dettaglio e, evidentemente, sembrerebbero, di fatto, non contemplare tale eventualità ma, ripeto, posso sbagliare dato che non conosco gli accordi esistenti.
    Quindi proporrei una soluzione pratica e da non considerare semplicistica, stupida, ironica o provocatoria, per risolvere il problema e ripartirlo tra i vari Paesi UE:
    Dato che tutti i cittadini degli Stati membri dell’euro possono liberamente girare negli altri Stati dell’unione e, dato che spesso i migranti sono solo di passaggio nel nostro Paese e desiderano recarsi in altri Paesi ove generalmente li attendono loro parenti, propongo di legiferare quanto segue per ridistribuire i migranti:
    al loro arrivo nei mari italiani, farli sbarcare e, dopo aver provveduto alle cure immediate del caso, a coloro che lo desiderino, rilasciare la cittadinanza italiana, relativi documenti di cittadino italiano, una adeguata somma per le spese correnti e, poi, un biglietto aereo per il Paese ove preferiscano arrivare a destinazione.
    Nessuna frontiera potrà legittimamente respingerli.
    Molto più economico e snello e dignitoso che ammassarli in centri di raccolta come accade adesso.
    E molto efficiente come ripartizione tra i vari Paesi.

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