È credibile un processo di pace in medio oriente?

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È nato prima l’uovo o la gallina? Chi, tra israeliani e palestinesi, ha la prima colpa?

Quasi sempre, quando si parla della questione palestinese, si torna alle origini per giustificare il terrorismo e tratteggiarlo come resistenza; si torna a quel peccato originale che fu la costituzione dello stato ebraico. Quasi che, ammesso che la storia sia utile per distribuire torti e ragioni tra i popoli, la presenza di un torto iniziale possa giustificare qualsiasi reazione. Anche la cancellazione di uno stato o delle aspirazioni dei suoi cittadini.

È lo stesso spirito che ispira le ricostruzioni sull’Ucraina: «non era uno stato fino al 1917»; «è sempre stato uno stato satellite della Russia e non può rivendicare una vera autonomia»; «non ha titolo a rivendicare la Crimea visto che gli è stata data dalla Russia nel 1954». Come se le decine di anni passati e le aspirazioni delle popolazioni siano irrilevanti.

E invece le aspirazioni dei popoli contano: e intendiamo quelle attuali, quelle formate sulle vicende degli ultimi anni. Contano davvero le aspirazioni di persone vive, non i ragionamenti di storia passata.

Spesso aiuterebbe chiedersi che faremmo noi nelle medesime condizioni.

Come reagiremmo se fossimo israeliani? Cittadini di uno stato moderno e democratico ma inserito in un contesto in cui tutti gli stati confinanti – proprio tutti – o sono conniventi con attentatori e assalitori, o dicono apertamente che il loro obiettivo è la nostra cancellazione dalle cartine geopolitiche e la nostra totale distruzione? Che tipo di mediazione saremmo propensi ad accettare?

Più complesso è vedere le cose dal punto di vista palestinese. Lì non c’è un vero stato: non c’è mai stato e non c’è quella cultura della democrazia che ci è familiare e che possa spingere la gente a chiedere una amministrazione funzionante. C’è una situazione di povertà: in parte indotta da un contesto che non ha mai cercato di muovere davvero le cose, in parte dovuta a livelli di istruzione e di organizzazione dello stato insufficienti, in parte legate ad una diffusa corruzione del ceto politico amministrativo, in parte figlia di una situazione di guerra costante con tutte le distruzioni che questa comporta.

Per ragionare sulla situazione, però, non possiamo non tenere conto anche di alcune differenze: Israele è uno stato, con un esercito regolare che cerca di combattere un nemico mortale. Nel farlo ha certamente fatto vittime civili. Si può anche affermare che non ha avuto un adeguato livello di attenzione in questo senso. Probabilmente esiste una differenza con quello che hanno sempre fatto le coalizioni a cui abbiamo partecipato nei teatri di «pace keeping» quando le cose si facevano calde, ossia quando gli attacchi con kamikaze, attentati ed azioni militari erano intense e attive. Ma le distinzioni potrebbero non essere così facilmente identificabili.

Hamas (non i palestinesi tutti) invece è una forza armata terroristica: cioè ha deciso di non puntare specificatamente ad obiettivi militari e preferisce attaccare obiettivi assolutamente civili. Il che, per inciso, la rende profondamente diversa da tutto ciò che abbiamo imparato a chiamare «resistenza». E usa la sua stessa popolazione civile come paravento e scudo umano per le sue azioni paramilitari. Incurante delle conseguenze.

Purtroppo le vittime civili nelle guerre ci sono, soprattutto quando si combatte nelle città. C’erano anche quando agivano i nostri partigiani contro i tedeschi, quando gli alleati avanzavano. La guerra è terribile perché, con tutta la tecnologia che vogliamo, non potrà mai evitare il coinvolgimento di civili. Ma un conto è il coinvolgimento, più o meno disinvolto, di civili in azioni di guerra, un altro è il puntare all’uccisione di questi come obiettivo strategico, magari con raccapricciante e metodica organizzazione, o utilizzarli come scudi umani di difesa.

Il problema non è chi è responsabile della attuale situazione: non se lo è Israele o se lo è Hamas o Hezbollah o Intifada o l’Iran o chiunque altro. Il problema è lo scenario politico per il futuro.

Si dice che la soluzione è quella dei due stati: ma è credibile la creazione di uno stato infilato dentro un altro se il nuovo nato non accetta neppure l’idea dell’esistenza di Israele? È possibile che Israele faccia nascere uno stato che non vuole avere pacifiche relazioni con sé e che magari lanci continui attacchi militari contro la popolazione civile o verso obiettivi militari?

La creazione di uno stato islamico per i palestinesi è una soluzione accettabile solo se quest’ultimo accetta definitivamente l’esistenza dello stato di Israele; accetta cioè di avere delle normali relazioni diplomatiche.

La nostra posizione, come stati occidentali, deve essere quella di sostenere questa ipotesi facendo forti pressioni perché i palestinesi depongano la lotta armata a favore di quella politica. Perché c’è molto da contrattare, molto da chiedere ad Israele, ma deve essere chiesto e concordato con le armi della politica, delle pressioni internazionali, della diplomazia, non con il terrorismo.

Non è realisticamente possibile chiedere ad Israele di accettare la formazione di uno stato «nemico» dentro il proprio territorio o accanto alle proprie città. Non è credibile la tesi dei due stati se non sono pacifici.

La scelta della pace passa attraverso il disarmo. L’opzione di uno stato palestinese non è compatibile con uno stato armato fino ai denti con l’obiettivo del terrorismo. Solo il disarmo di Hamas (e delle altre formazioni paramilitari palestinesi) potrà aprire uno scenario di pace. E sarebbe assai meglio che questo disarmo avvenisse per scelta interna, magari ottenuta anche grazie alle pressioni internazionali, piuttosto che tramite le operazioni militari israeliane.

Di sicuro non ci sarà nessuna opzione politica fino a quando tra i palestinesi troveranno riparo formazioni in grado di fare oltre mille vittime civili in un solo giorno. Chi davvero è a favore della pace dovrebbe cominciare a teorizzare il disarmo di Hamas, Intifada, Hezbollah. Dovrebbe smettere di pensare, magari senza neppure il coraggio di dirlo, che la causa della pace sia ottenibile solo con il sangue. Soprattutto quando, in fondo, si vuole intendere «con il sangue degli altri».

Andrea Bicocchi @Andrea_Bicocchi

Foto di Alfo Medeiros

Andrea Bicocchi
Andrea Bicocchi
Imprenditore, editore de "Lo Schermo", volontario. Mi piace approfondire le cose e ho un'insana passione per tutto quello che è tecnologia e innovazione. Sono anche convinto che la comunità in cui viviamo abbia bisogno dell'impegno e del lavoro di tutti e di ciascuno. Il mio impegno nel lavoro, nel sociale e ne Lo Schermo, riflettono questa mia visione del mondo.

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1 commento

  1. Vorrei non essere coinvolto, come purtroppo da qualche tempo accade sempre più esasperatamente, in questioni che a me, – non mi arrogo il diritto di scrivere “noi” – teoricamente, non dovrebbero riguardare, in quanto io appartenente ad altra nazione e continente che, più o meno, non ha, perlomeno recentemente – crociate ed ultime guerre mondiali a parte – la passione centenaria per la guerra e il terrorismo.
    Purtroppo, poi, forse coinvolti ci si potrebbe ritrovare ugualmente; però io non sarei per le guerre “preventive” e, quindi, prima di “armarmi e partire” attenderei l'”eventuale” verificarsi dell’attacco prima di coinvolgermi, sia economicamente, sia emotivamente, sia culturalmente, nella cosa.
    In pratica: so che forse sbaglio e mi lascio prendere dal nervosismo, ma mi verrebbe quasi da dire; ” che cavolo, se sono secoli che vi ammazzate invece di trovare un accordo civile, e se la guerra sembrerebbe quasi essere il vostro sport nazionale, così come la teocrazia, e il terrorismo… vedetevela un po’ voi, da soli; senza coinvolgere l’occidente!”.
    E, anche all’occidente, direi: “Vedete un po’ di farvi i fatti vostri, di non armare nessuno e di non impelagare i vostri cittadini in questioni che non li riguardino, onde prevenire il rischio di esservi coinvolti”. In pratica: se la vedano da soli, sono fatti loro; noi facciamoci i fatti nostri, così non avranno niente da rimproverare all’occidente.
    Sbaglierò, sarò egoista, il mio è uno sfogo, sì…; ma… non si campa più! Qualsiasi canale Tv giri si parla solo di guerra. E pure in varie lingue, originali e in inglese!
    Come se, poi, il nostro parlare e cianciare, in alcuni talk show, servisse a qualcosa di pratico, salvo forse coinvolgerci sempre più, pericolosamente ed economicamente, in questioni che, perlomeno per ora, non ci riguardano.
    Vi piace la guerra? E allora fatevela tra di voi!
    Io vorrei tornare a vivere in pace ed a parlare di cose belle, non di morti e di scene pietose! Perlomeno “per dare l’esempio” di un altro possibile modo di vivere non basato sulla prepotenza, predazione e violenza.
    Preferisco far finta di non vedere? Preferisco non sapere? Se da vedere c’è questo, e io non posso farci niente, la risposta, sbagliata che sia o meno è: “esatto!”.
    “Mai ‘na gioia!”.
    Mi fanno anche incavolare alcuni dei vari personaggi che, in Tv, ho sentito dichiarare che, della situazione di morti e bombardati di alcune delle varie guerre in corso nel mondo, “siamo responsabili tutti noi”!
    Ma che cavolo dici; tutti noi chi? Io? Ma apri bocca a gli dai fiato? Responsabile io, settantaquattrenne che non mi reggo in piedi e mi arrabatto per sopravvivere nelle crisi economiche dalle guerre e pandemie provocate, se da secoli gli altri si ammazzano!

    Naturalmente, quanto scritto, senza voler nulla togliere all’autore del post che, anzi, ringrazio perché mi ha dato modo di esprimere il mio, forse errato ed egoistico, sfogo.

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