AFFIDATI! I minori stranieri non accompagnati tra tutela e affido.

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Si è svolto giovedì 19 ottobre presso il centro Artemisia di Capannori un importante seminario, organizzato dalla Cooperativa Odissea, per fare il punto sul tema dell’affido e della tutela dei minori migranti che giungono in Italia privi di adulti di riferimento.

Il seminario è stato promosso, tra gli altri, da Cesvot e Comune di Capannori. Hanno portato i loro saluti il vicesindaco Matteo Francesconi e Pierfranco Severi, presidente della Delegazione Cesvot di Lucca. In avvio anche l’intervento di Giacomo Picchi, presidente dell’Organizzazione di Volontariato ITACA. La moderazione è stata curata da Valerio Bonetti, presidente di Odissea.

Nella prima parte del seminario Paolo Carli, vicepresidente del Consorzio Nazionale delle Comunità di Tipo Familiare per i Minori, ha scelto di aprire il suo intervento con il trailer di “IO CAPITANO” di Matteo Garrone. Non voglio parlare di numeri – ha detto poi Carli – perché è una cultura disfunzionale che spersonalizza la discussione: se ci si chiede quanti sono? Già non si parla più di persone. Se si asseconda questa logica poi è inevitabile parlare di invasione. Allo stesso modo, Carli rifiuta il termine “emergenza”, stigmatizzando un clima in cui non ci si chiede cosa portano con sé questi ragazzi quando arrivano in Italia. Il significato di saper fare accoglienza sta nel capire che queste storie di vita hanno bisogno di un adulto capace di tradurle in qualcosa di nuovo. È qui che entra in gioco la parola della giornata: “affìdati”. Questi adulti, mi piace chiamarli cittadini prima che operatori, tutori, magistrati. Vogliamo un adulto che sappia tenere gli occhi aperti nella notte scura: questo abbiamo scritto nel manifesto del CNCM in occasione del trentennale del consorzio.

Sofia Ciuffoletti (Giudice Onorario del Tribunale per i Minorenni di Firenze e ricercatrice presso il Centro interuniversitario ADIR-UniFi) ha ripercorso il grande lavoro che il Tribunale ha portato avanti sul tema della tutela volontaria, grazie all’impegno del presidente Luciano Trovato fino alla fine del 2022 e ora della presidente facente funzione, Silvia Chiarantini. Le competenze e le mansioni del Tribunale sono molte e complesse, per cui per molto tempo la tutela dei minori stranieri non accompagnati (MSNA) è stato un tema marginale, in mezzo a molti altri. Ma è un carico di lavoro che va aumentando: 1400 fascicoli iscritti nel 2023, a fronte di un numero limitato di tutori. Secondo la dott.ssa Ciuffoletti la legge Zampa, istitutiva della tutela volontaria, è un grande strumento di diritto, le cui premesse di principio e teoriche sono davvero importanti. Ha cambiato la prospettiva con cui guardavamo alle persone minorenni che arrivavano in Italia, secondo un principio cardine di diritto internazionale: la non discriminazione. Non è banale dire che ad una persona apolide si deve la stessa tutela che ad una con cittadinanza, se non addirittura una di grado di tutela maggiore, in funzione delle sue vulnerabilità.

La prima vulnerabilità è la minore età, da cui discenda la necessità di “affidarsi”. Affidarsi ad una persona adulta che faccia sentire la sua voce, ma senza che la voce del minore sia affievolita. Per questo la legge Zampa prevede che il minore sia sentito dal Tribunale. E prima ancora che si chieda al minore di presentarsi, siamo noi adulti che dobbiamo presentarci, raccontare chi siamo. La seconda vulnerabilità risiede nel fatto che questi minori sono non accompagnati. Questo non significa che siano soli nel mondo: le famiglie in patria spesso ci sono, e devono continuare ad essere presenti, anche se sono lontane. Le famiglie sono spesso uno dei motivi per cui si intraprende il viaggio. Per Ciuffoletti, che queste persone non siano sole è una forza e un vantaggio che deve essere sfruttato. Questo poi smentisce la tesi secondo cui l’affido non funziona perché non c’è una famiglia dove tornare. Le famiglie ci sono in modo forte e complesso. Tra l’altro, spesso si sono indebitate per pagare il viaggio. E quel dono non è “liberalità”, pesa infatti tantissimo sulle spalle delle persone che arrivano qua. E sul concetto di famiglia chiosa la dottoressa Ciuffoletti: dobbiamo aprire una riflessione culturale, sociale, giuridica e pluralista, sul diritto di famiglia ed il diritto alla famiglia. Nella legge Zampa troviamo uno dei migliori completamenti normativi che noi abbiamo oggi al concetto di famiglia. Deriva del diritto internazionale, cito l’art. 20 delle Convezione di New York: “Gli Stati […] devono garantire una forma di cura e assistenza [… che] può comprendere, tra l’altro, l’affidamento, la «kafala» prevista dalla Legge islamica, l’adozione o, in caso di necessita, la sistemazione in idonee istituzioni”. Non a caso il primo termine citato è l’affidamento e la Zampa reitera questo punto, prevedendo anche l’affidamento a persona singola.

Ma sul tema dell’affido, per Ciuffoletti stiamo disattendendo quanto la legge Zampa aveva previsto. In Toscana, sui 1400 fascicoli ricordati si registra un solo caso di affido familiare.

Ma chi sono e cosa fanno i tutori? Lo ha raccontato Giulia Dagliana, presidente dell’Associazione Tutori Volontari MSNA Toscana: spero di poter rappresentare tutti i tutori, non solo i soci dell’associazione, e tutti quelli che lo diventeranno. La legge Zampa ha il grande merito di aver fatto nascere il tutore volontario, innovando in questo l’istituto della tutela, che già esisteva ed era svolta in modo professionale, introducendo il concetto molto bello di “genitorialità sociale”. Cosa caratterizza il tutore? Credo che la cosa sia più importante sia il rapporto uno a uno con il minore. Il tutore volontario è l’unico, tra i tanti soggetti coinvolti nell’accoglienza e nella cura, che può farlo e lo fa operando assieme con le comunità di accoglienza, con i servizi sociali, lo fa con il Tribunale, soprattutto con i Giudici Onorari, con le famiglie, in un contesto sociale strutturato e complesso.

Dagliana fornisce poi il dato: a fronte dei 1400 minori iscritti in Toscana nel 2023, i tutori sono circa 200. Troppo pochi. Forse è un ruolo poco conosciuto e pubblicizzato. Spesso è anche poco riconosciuto. Particolarmente all’inizio (la legge Zampa è del 2017, ndr) abbiamo avuto difficoltà a farci riconoscere dalle istituzioni. Abbiamo bisogno di essere supportati, anche da nuovi tutori. Altrimenti si perde la caratteristica essenziale del rapporto uno a uno. Dagliana torna poi sul tema dell’ascolto: il tutore prima ascolta e poi deve rendere udibile la voce del minore davanti alle istituzioni. Ma deve ascoltare anche le sue aspettative per il futuro, non solo la storia passata. Molti ragazzi sono già grandi, hanno ben chiaro dove vogliono andare e sono consapevoli delle scelte che li hanno condotti qui. Dobbiamo ascoltarli, anche se la loro idea è culturalmente molto lontana dalla nostra, senza contare l’ulteriore difficoltà di comprensione legata alle aspettative delle famiglie, richiamate anche da Sofia Ciuffoletti. Questo può creare molta frustrazione sul piano personale. Spesso la relazione che ci aspettiamo non è quella che avremo. Ma dobbiamo essere consapevoli che c’è una famiglia e che dà delle indicazioni. Che per i minori vengono prima, in termini di valore, rispetto a quelle che diamo noi tutori.

Molto atteso poi, l’intervento del sindaco di Prato Matteo Biffoni, presidente di Anci Toscana e delegato Anci nazionale per l’immigrazione e le politiche per l’integrazione: noi partiamo da un impianto legislativo che in questo momento non è applicato dallo Stato italiano e che lascia il cerino in mano ai sindaci. Perché noi siamo i responsabili dei minori presenti sul territorio, ma l’immigrazione è di stretta competenza dell’Amministrazione centrale. Il problema per Biffoni è che ci dovrebbero essere centri di primissima accoglienza gestiti dal Governo mentre ciò che è affidato ai Comuni è la cosiddetta seconda accoglienza, ed è in questo secondo ambito che operano affido e tutori. Anche Biffoni si appoggia alle dimensioni quantitative per fornire un quadro del problema: i minori stranieri non accompagnati presenti sul territorio sono circa 23.000, ma solo 6.000 sono inseriti in progetti di accoglienza e ancor meno – appena 117 – in famiglia. La differenza tra i progetti di accoglienza e il totale è fatta da situazioni abborracciate (b&b, strutture provvisorie ecc.). E non ci sono risorse. Se poi si taglia il contributo giornaliero, come ha fatto il così esecrabilmente detto “decreto Cutro”, i bandi vanno deserti o si abbassa la qualità. Ci stiamo giocando un pezzo del futuro del nostro Paese.

Biffoni fa poi una riflessione tutta politica: Sono solo 23.000, non milioni o centinaia di migliaia. In un paese di quasi 60 milioni di abitanti, se siamo in crisi per 23mila ragazzi come minimo siamo poco organizzati – politicamente non amministrativamente. E non parlo solo questo governo, di destra perché questa è una posizione politica che brucia le mani a chiunque la tocchi. Questo governo poi è al quarto decreto sull’immigrazione. Sempre decretazione d’urgenza. Non capisco, lo dico con il massimo rispetto, nemmeno la posizione di Regione Toscana, contraria al posizionare nel nostro territorio un centro di prima accoglienza. Per Biffoni si tratterebbe di un luogo dove eseguire adeguatamente un prima presa in carico e dare il tempo per trovare un luogo adatto alla seconda accoglienza, collaborando con i tutori – che sono un aiuto per sindaci, ne alleggeriscono i compiti e consentono loro di seguire meglio i minori – ed eventualmente lavorando all’inserimento in famiglia. Biffoni cita in proposito l’iniziativa Anci chiamata la carta di Padova: una sperimentazione con le famiglie affidatarie che consente di attuare il SAI (sistema di accoglienza e integrazione) in ambito familiare, in cui l’inclusione e la cittadinanza si contestualizza nella famiglia. Certamente i numeri sono ancora minimi, ma sono raddoppiati dopo la Carta. Ma sia chiaro, questa è la seconda accoglienza. Sono contrario all’accesso immediato del minore in famiglia. Questi ragazzi sono portatori di storie molto diverse. C’è bisogno di una presa in carico che gestisca e medi il percorso di approccio alla famiglia.

Francesca Meoni, direttrice area inclusione sociale consorzio CO&SO, ha posto l’accento sul rischio che, davanti ai numeri, ci si dimentichi che si sta parlando di minori. Con l’ultimo decreto è stato per esempio previsto che, in situazioni di emergenza, possano essere collocati in strutture per adulti. Ancora in caso di emergenza, è consentito che l’accertamento dell’età non sia condotto da un’equipe ma si possa procedere con una semplice radiografia (dall’accrescimento osseo si può stimare approssimativamente l’età, ndr). In “situazione di emergenza” è facile dimenticarsi che sono minori. Ma quando arrivano sono spaesati, hanno avuto a che fare con ruoli adulti molto negativi. Hanno aspirazioni, bisogni e un forte bisogno di affermazione e di autonomia. Il “decadimento del sogno” è un processo molto veloce: dall’aspirazione ad un futuro ideale ad un lavoro qualunque, pur che sia – è spesso anche questo piccolo desiderio rimane frustrato. Questa parola: “emergenza”, pesa troppo sull’accoglienza dei minori. Perché permette di fare cose che sui minori di solito non si possono fare. E poi perché in emergenza ci si accontenta: “l’importante è che siano al caldo”. Infine parlare di emergenza dà l’impressione di una situazione comunque precaria che prima o poi finirà, rendendo effimero l’eventuale investimento.

Ma Meoni vuole sottolineare anche la soddisfazione per i percorsi riusciti bene, la capacità di costruire e la rapidità di reazione dei ragazzi. C’è tutto un mondo in questa fascia d’età, sempre troppo vicina all’età adulta, che gira vorticosamente con il poco tempo che ha. Ed è qui che si collega il tema dell’affido: non è facile, anche da un punto di vista amministrativo/burocratico, collocare un minore in famiglia in tempi stretti. Ma è una pratica che produce grandi effetti positivi. E comunque, a dispetto dei tempi della burocrazia, sui territori si possono e si devono promuovere anche azioni di prossimità, vicinanza.

L’ultimo contributo è affidato a Paolo Gaddini e Giuseppe Petrini, due operatori impegnati nel rilancio del Centro Affidi Piana di Lucca: Dal novembre 2022 abbiamo ricevuto l’incarico di promuovere la cultura degli affidi – racconta Gaddini, psicologo e vice presidente della Cooperativa L’Impronta  – Abbiamo cominciato prima di tutto a rilevare i bisogni sul territorio, poi con i Comuni abbiamo cercato di capire come muoverci. Sono seguiti eventi pubblici di presentazione e sensibilizzazione. Ci siamo accorti che mancava una conoscenza della normativa, del fatto ad esempio che ci sono molti affidi e non uno solo. Dalle persone abbiamo rilevato il timore di una norma non conosciuta e di un’idea che passa dalla narrazione degli eventi negativi che di solito si immagina siano all’origine degli affidi.

Ma la paura c’è anche in chi ha una conoscenza esatta dell’affido: la paura di prendersi un impegno grande e non essere supportati dal sistema, la paura di affezionarsi. Per Gaddini i rimedi ci sono: prima di tutto raccontare, testimoniare. Poi va implementato il senso di comunità, l’essere rete. Andando a bussare alla porta di chi è già “rete”: le scuole, le associazioni di volontariato, lo sport, i consorzi. Ancora, bisogna ripartire da una narrazione che dia il senso di appartenenza e comunità. Siamo in ottobre, il mese dell’affido, ma sui giornali non c’è nulla. E poi lavorare sul concetto di responsabilità e del ruolo dell’adulto in una società in cui si tende a restare indefinitamente “ragazzi”.

Un esordio personale e coinvolgente, quello di Giuseppe Petrini, educatore professionale e docente: lunedì 16 ottobre, dopo 35 anni di lavoro con i minori, ho presentato domanda come tutore volontario. Ho sentito che era arrivato il tempo. E questa parola – “tempo” – che dobbiamo mettere al centro: ci dobbiamo dare il tempo, dobbiamo dare il tempo alle nostre parole, perché sono l’unico strumento che abbiamo per far sì che qualcuno si affidi a noi.

Petrini si sofferma sul tema della parola, raccontando dei laboratori che cura come docente: se chiedo ai miei studenti di chiudere gli occhi e dire cosa evoca loro la parola “affido”, le razioni sono di rifiuto. Le parole-risposta sono: paura, stanza vuota, freddo, percorso faticoso. In un altro laboratorio, ho raccontato la storia di un affido di successo (Petrini non lo dice ma durante il racconto si capisce presto che è la storia di Mosè adottato dalla figlia del Faraone, ndr). Le parole evocate sono state: rivincita, vita, opportunità, speranza, amore. Per Petrini, esiste un diritto dei minori di vivere in un ambiente familiare a cui corrisponde il dovere degli adulti di far sì che ciò accada. E gli strumenti da impiegare per farlo sono tempo e parole.

Spetta al vicesindaco Francesconi il compito di chiudere i lavori: traggo dalla giornata di oggi due indicazioni, due direttrici di lavoro. Sul profilo alto, c’è un problema di sistema e c’è bisogno che ci sia un’attivazione del livello nazionale per semplificare e incentivare il sistema affidi. Riguardo al livello territoriale, che invece ci compete, vedo tante risorse e tante iniziative che partono dal basso, e questo ci convoca ad un impegno. Di lavorare con le cooperative, le associazioni, gli addetti ai lavori e la cittadinanza attiva. È un dovere delle amministrazioni.

In chiusura, è stato ricordato a tutto il pubblico presente che è ancora aperto il bando per iscriversi al nuovo corso per tutori volontari.

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