Dov’è finito Achille Lauro? Più che David Bowie e Renato Zero assomiglia a una fake news

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C’è stato un momento in cui sembrava fosse arrivato il nuovo messia della musica italiana. Il salvatore della anime libere, quello che tirava fuori dal sottobosco sociale, dall’emarginazione, dai luoghi più inconsci e reconditi, la voce di chi non aveva avuto il coraggio di farlo prima. In realtà, analizzando bene il fenomeno, ci trovavamo di fronte a un simpatico performer griffato Gucci che cantava un gradevole giro di rock. Niente di più, niente di meno che una fake news in carne e ossa. 

Questo era per me e resta tale anche oggi Achille Lauro che, invece, molti anche del settore della musica, giornalisti, opinionisti dei social network avevano addirittura accostato a David Bowie e Renato Zero, provocando probabilmente forti dolori addominali a chi ammira e conosce la profondità artistica di due mostri sacri che hanno segnato il tempo, rendendolo immortale con la loro opera.

E oggi? Dove è finito Achille Lauro? Si può dire che vi eravate sbagliati? Che, come al solito, nel nostro fantasticamente volubile paese avevamo osato disegnare una dimensione eccessiva e ridicola a qualcuno / qualcosa che, in effetti, non doveva stare in quel posto, lassù in mezzo alle stelle? 

Nessuno sente più parlare di questo ragazzo che negli ultimi cinque anni ha cambiato pelle, genere musicale, esposizione artistica e racconto di se stesso, passato dal povero maledetto che intonava (si fa per dire) testi trap arricchiti dal volume dell’autotune o rime urlate come Thoiry insieme a Gemitaiz con il benestare di Marcelo Burlon, all’androgino della cover “Gli uomini non cambiano” sul palco dell’Ariston. Un mix bestiale tra il rutto libero fantozziano e il why always me? di Balotellliana memoria

Nessuno fantastica più su quel genio apparso come una luce improvvisa in un paese cupo e cavernicolo, facendo cantare vittoria tutte le comunità lgbt di ogni angolo del pianeta dopo il bacio omosessuale con il prode amico di una vita Boss Doms e nessuno lo erge più a demiurgo di un nuovo mondo, un’epoca diversa o, come amano chiamarla i più moderni, “fluida”. 

Ma nessuno perché si è chiesto se, per caso, questo ragazzo tutto marketing a tatuaggi ci ha preso in giro? Proprio in questi giorni ho letto un’intervista ad Antonio Ricci, patron di Striscia La Notizia, che ha confermato i miei dubbi intorno ai messaggi che Achille Lauro ci aveva mandato. “Penso sia un ottimo prodotto di marketing, un perfetto indossatore per Gucci – ha dichiarato a Il Fatto Quotidiano – Per fare il trapper raccontava nelle interviste di essere cresciuto nella miseria, tra droga e carcere, ma poi è venuto fuori che suo padre è un magistrato di Cassazione e che andavano in vacanza a Cortina”. 

Ecco, è questo il punto. I messaggi di confine di ogni cosa, dalla sessualità, alla posizione sociale, sono più tenui e trovo giusto che si parli delle minoranze come realtà esistenti e non secondarie, come trovo giusto che la libertà di essere ciò che sentiamo dentro di noi, debba essere il principale valore sul quale scrivere la società moderna. Basta dogmi, tabù, sopraffazioni, razzismi. Prima di tutto bisogna essere liberi, ma è necessario anche imparare a leggere e posizionare i messaggi che ci arrivano nel modo giusto, insieme a chi ce li trasmette. Perché, onestamente, non basta traverstirsi dal personaggio di Ziggy Stardust per rappresentare certi valori. Quello lo facciamo anche noi che non saliamo sul palco, ogni anno a Carnevale. 

Godiamoci Achille Lauro per la sua naturale voglia di far parlare di sé e per i pezzi carini che ci propone (il mio preferito è “1969”), ma per il resto possiamo dirgli tranquillamente “me ne frego”. 

Andrea Spadoni
Andrea Spadonihttp://www.andreaspadoni.com
A 25 anni potevo aver già fatto tutto: il diploma di ragioniere, il lavoro in banca e la villetta a schiera. Non è andata così. Sono un giornalista mio malgrado, e oggi mi guadagno da vivere aiutando le persone a comunicare su internet, ma il mio sogno è sempre stato quello di tagliare il prosciutto di Parma al banco di una gastronomia.

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