Amplificare le voci silenziose. La Comunicazione Aumentativa Alternativa.

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La comunicazione ci consente di connetterci con gli altri, esprimere i nostri pensieri e bisogni, e partecipare attivamente alla società. Ma cosa accade quando le parole scritte o parlate non sono un’opzione? In questo contesto, la Comunicazione Aumentativa Alternativa (CAA) diventa uno strumento cruciale per amplificare le voci silenziose. La CAA offre un modo alternativo e potente per comunicare con e per coloro che hanno difficoltà a utilizzare il linguaggio verbale.

Se ne è parlato il 30 maggio scorso a Castelnuovo, durante il seminario “InCAAmminiamoci verso un mondo più inclusivo – Comunicazione Aumentativa Alternativa e tecnologie per la disabilità” organizzato dalla Cooperativa C.RE.A. a favore di assistenti scolastici, docenti, familiari. L’incontro ha visto la partecipazione della psicologa a psicoterapeuta Maria Cristina Olivieri, che ha offerto all’affollata sala una riflessione, ricca di spunti tratti dalla prassi terapeutica, sulla comunicazione basata sulla comprensione reciproca: prima di trattare dei mezzi per aumentare la capacità di comunicazione delle persone è necessario infatti cercare di capire come si sente una persona priva dei “comuni” canali di dialogo. Il punto di partenza è dare ascolto, riconoscimento e valore al repertorio di quella persona, come base da cui partire per lavorare su quel repertorio, modificarlo ed ampliarlo.

La Comunicazione Aumentativa Alternativa offre in questo un ausilio potente. È un campo interdisciplinare che si occupa di metodi e strumenti utilizzati per facilitare la comunicazione delle persone che non sono in grado di utilizzare il linguaggio verbale tradizionale. Questo può includere persone con disabilità fisiche, sensoriali o cognitive, come ad esempio persone con paralisi cerebrale, autismo o lesioni cerebrali. La CAA sfrutta una vasta gamma di strumenti e tecniche per facilitare la comunicazione: schede di comunicazione con immagini o simboli, dispositivi elettronici con sintesi vocale, software di comunicazione assistita, comunicazione basata su gesti e segni, e molto altro ancora. L’obiettivo principale della CAA è quello di fornire alle persone un modo efficace per esprimere i propri pensieri, desideri e bisogni, consentendo loro di partecipare attivamente alla comunicazione e all’interazione sociale.

Proprio questo punto è stato affrontato nella testimonianza di Eleonora Frati, operatrice ed educatrice specializzata in CAA, che ha voluto evidenziare come oggi si riconosca la disabilità come una dinamica di relazione (problematica) con l’ambiente ed il contesto sociale e non più come una condizione personale. La disabilità quindi non definisce l’individuo in sé, ma descrive la qualità della relazione reciproca tra la persona e l’ambiente. 

Negli ultimi anni, sono stati fatti notevoli progressi nella CAA grazie all’avanzamento della tecnologia. I dispositivi elettronici portatili, come tablet e smartphone, hanno reso la CAA più accessibile e conveniente. L’intelligenza artificiale e il machine learning stanno inoltre consentendo lo sviluppo di soluzioni personalizzate e predittive per le esigenze di comunicazione individuali. Questi sviluppi stanno aprendo nuove possibilità per migliorare la CAA e renderla sempre più efficace ed efficiente.

La CAA amplifica le voci silenziose, offrendo a individui con disabilità fisiche, sensoriali o cognitive la possibilità di comunicare in modo efficace e significativo. Con i progressi nella tecnologia, la CAA continua a evolversi, aprendo nuove opportunità per l’inclusione e l’empowerment delle persone. È importante che la società continui a sostenere e promuovere l’accesso alla CAA, in modo che tutti possano avere la possibilità di far sentire la propria voce.

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1 commento

  1. Leggo in relazione all’argomento “… cercare di capire come si sente una persona priva dei “comuni” canali di dialogo…”, riferito più che altro a persone con disabilità.
    Ieri sono uscito dopo tanto tempo, dato che continuo a sentirmi fragile e non riesco ad interrompere la “agorafobia” da Covid, per recarmi in una zona periferica di Roma, zona dove, come capita spesso, la segnaletica non è delle migliori per quanto riguardi le indicazioni stradali.
    Guidava mia moglie ed il navigatore non voleva funzionare.
    Mi sembra che la segnaletica apposta in certe zone sia quasi ritenuta superflua; come se, tali zone, fossero riservate agli abitanti, o frequentatori abituali, che già le conoscano e nelle quali essi pretendono di correre al doppio della velocità consentita, clacsonando chiunque, non conoscendo la zona, annaspi nel cercare, tra le varie rotonde “intelligenti”, o quasi, che hanno sostituito i semafori, qualche indicazione per avere riferimenti verso il nostro obiettivo; ma non appena si rallentava – si fa per dire, dato che rallentare equivale ormai a rispettare i limiti massimi segnalati, dato che tutti corrono al doppio del consentito, tutti i gran fichi, autoproclamatisi piloti da formula 1, iniziavano a suonare il clacson, verso i rimbambiti che ostacolavano il loro rally urbano.
    Mentre noi cercavamo di orizzontarci per raggiungere il nostro obiettivo lottando con tali “avversari”, mi è venuto un mente un film molto angoscioso del regista George A. Romero ” The Amusemente Park”, che avevo visto proprio la sera prima su “Fuori orario”, film che parlava, per l’appunto, della esclusione degli anziani dalla vita sociale, come se non esistessero
    – nel film un anziano incerottato (immagino le ferite morali ricevute) diceva di non volere più uscire nel mondo esterno, avvisando un altro che lo voleva fare che “là fuori non c’è niente” –
    salvo profittare della loro eventuale capacità economica per sfruttarli.
    Allora ho capito il significato della normale assurda situazione in cui cercavamo di districarci, ed ho iniziato a riflettere proprio su un punto che mi faceva vedere come un anziano, indipendentemente dal suo essere relativamente in buona salute, sia escluso dalla società solo perché tale, perché anziano e, quindi, in grado di agire secondo la educazione ricevuta al riguardo del rispetto delle regole e, come, quando queste cadano, si possa sentire escluso rispetto a chi abbia imparato a navigare nel mondo senza regole reali.
    “Imparato”, forse, è un termine improprio, destinato a chi abbia coscienza, anzi autocoscienza, del suo essere e del significato della sua vita; l’impressione è che molti, ormai, siano esseri robottizzati che agiscano di riflesso ad impulsi primari ed a bisogni indotti dalla società dei consumi abbinata a quella della digitalizzazione intesa nel suo significato peggiore, senza avere una precisa percezione del perché, e del come, essi vivano. E di dove vadano, così di corsa.
    Per tornare al post, questa impietosa ricostruzione, per la quale mi scuso sin da ora ma che sento più che vera, mi fa pensare che, a parte le purtroppo situazioni citate nello stesso, forse , la mancanza di comunicazione che ti fa sentire – ieri mi è capitato quasi per la prima volta – escluso dalla comunicazione col mondo che esiste “là fuori” (per citare Romero), e “dove non c’è niente”, possa essere applicata anche alla categoria degli anziani, indipendentemente dal loro stato di salute fisica o mentale, a meno che tu non sia un personaggio ricco, prestigioso e famoso.
    Perché, forse è vero che “là fuori non c’è niente” per loro; ma, secondo me, c’è poco da comunicare, dato che “là fuori non c’è niente” e non è compito degli anziani dover insegnare a vivere a chi non lo desideri, ma agisca solo come soggetto robottizzato dai media.
    Inutile parlare con chi, se solo ti vede, ti tira una saracinesca in faccia perché sei un anziano e “non gli interessa” non solo non avere rapporti con te ma, semplicemente, non ti considera “esistente”.
    Naturalmente si parla in generale, per fortuna.
    Per concludere, come nella premessa di Romero, o, perlomeno come la ricordo, avviserei:
    “ricordate che tutti diverrete anziani”.
    Spero di non essere andato “out of post”.

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