«Trump 2028» parte I. Il Gambetto Halloween

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Questo è il primo di una serie di articoli che immaginano una cronaca della corsa per le presidenziali USA del 2028. Parte dalla cena dei corrispondenti del luglio scorso, di cui abbiamo scritto, quando il presidente ha indossato un cappellino «Trump 2028» e annunciato di volersi candidare, e si chiede che cosa accadrebbe se Trump avesse un vero piano di azione. La storia è ambientata tra il 2027 e il 2029 e segue un percorso realisticamente percorribile sul piano tecnico. I fatti raccontati sono inventati; le norme, le sentenze e le procedure che li rendono possibili sono quelle in vigore oggi. Le persone pubbliche reali sono collocate in situazioni immaginarie e nessuna delle parole loro attribuite è stata pronunciata; senatori, funzionari e cittadini citati per nome sono personaggi di finzione.

Manchester, New Hampshire, 14 febbraio 2028

Era Halloween quando il mondo ha saputo che non era la solita sparata. Che era tutto vero. Donald Trump si era candidato come presidente per la corsa del 2028. Lo aveva fatto davvero nonostante il XXII Emendamento della costituzione lo vieti apertamente.

Era Halloween e le foto di quella sera mostrano bambini vestiti da scheletri davanti a case dove gli adulti erano come imbambolati, quasi degli zombie. Un effetto involontario e comunque estremamente eloquente.

È per via della data e della arroganza dell’evento che mi è venuto in mente il Gambetto Halloween, una delle aperture più sfrontate e irrispettose dell’avversario che si possa fare negli scacchi. Una apertura che nessun manuale consiglia. Alla quarta mossa il bianco sacrifica un cavallo e in cambio ottiene il centro della scacchiera e l’iniziativa. È una mossa egocentrica, un pugno in faccia all’avversario. La teoria dice che è perdente: contro un avversario preparato, che conosce la sequenza esatta di risposte, il bianco non ha chance. Il problema è che quasi nessuno la conosce. Fu battezzato così negli anni Novanta da un giocatore tedesco di circolo, perché a chi lo subisce fa paura. Il nero si ritrova con un pezzo in più e nessuna idea di cosa farne, e comincia a sbagliare.

È la mossa che se Donald Trump giocasse a scacchi amerebbe. Il cavallo che lui ha sacrificato il 29 ottobre scorso è il principio morale di rispettare la costituzione nella partita per le presidenziali che lo vedono candidato per la terza (o quarta come dice lui) volta. Da lì è passato un semestre senza che nessuno abbia attivato una valida difesa.

C’è chi ha detto che in fondo non c’è nessuna sorpresa. Il presidente aveva detto che si sarebbe ricandidato almeno venti volte in tre anni: alla NBC nel marzo 2025, alla cena dei corrispondenti nel luglio 2026 con il cappellino rosso in testa, e in cento comizi. Ma aveva detto anche che avrebbe annesso il Canada, comprato la Groenlandia, costruito un arco di trionfo. Nell’estate del 2026 poi parlava della vita in Florida dopo la Casa Bianca con la malinconia di un uomo che si vede già in pensione. Nessuno lo prendeva sul serio perché è lui, è quello che dice tutto e il contrario di tutto, che la spara grossa e se poi vede che è troppo giura che non lo ha neppure detto.

La sorpresa non è arrivata con una roboante comunicazione. È stato un modulo. Venerdì 29 ottobre 2027, ore 16:47, la Commissione elettorale federale ha ricevuto per via telematica il modulo 2, «Dichiarazione di candidatura», due pagine, a nome di Donald John Trump per la carica di presidente degli Stati Uniti. Lo ha notato un cronista di una testata online che scorreva il registro pubblico come ogni sera. Sono bastate poche telefonate per capire che era vero, che non era una bufala. Alle 17:03 lo sapeva il mondo. Il fine settimana di Halloween.

Il comizio è venuto il giovedì successivo, a Youngstown, in Ohio, davanti a quarantamila persone e a un fondale su cui stava scritto soltanto «Il lavoro non è finito». Non ha spiegato come. Non ne aveva bisogno. È pur sempre il Presidente e neppure nel 2016 il partito gli ha opposto molta resistenza. Ma da quella sera il gioco è stato scoperto. In molti contano che si sfracelli contro il muro della costituzione. E si stanno chiedendo chi lo fermerà: giudici, governatori, segretari di Stato, dirigenti di partito, deputati, senatori, elettori… Altri sono ammirati, entusiasti, adoranti: ha fatto l’impossibile e sono convinti che la spunterà. Da tre mesi il tema più dibattuto è chi abbia il potere di fermare The Donald. Perché questo è più complicato di quanto appaia visto da un pubblico europeo. Voglio quindi raccontarvi i tecnicismi che portano al voto e poi alla nomina di un presidente.

Il primo passo è la Commissione elettorale. A un europeo pare ovvio che l’organo che riceve una candidatura ne verifichi i requisiti. Eppure non è così: la Commissione ha competenza sui finanziamenti, e su nient’altro. Registra, non valuta l’eleggibilità. Così il modulo è stato protocollato come quello di chiunque altro, e da quel momento un uomo che la Costituzione dichiara non eleggibile è, agli effetti amministrativi, un candidato.

Il secondo passo sono i tribunali. Sei ricorsi in una settimana, altri quattordici entro Natale. I primi due sono stati respinti a dicembre senza entrare nel merito: chi ricorreva – associazioni, elettori, un ex procuratore – non subiva un danno personale e diretto dalla candidatura. Per la legge americana se un soggetto non ha subito un danno non ha titolo a ricorrere. Un giudice federale del Michigan ha scritto che la questione era «rimessa dalla Costituzione a un altro potere». Forse per pudore, forse per dispetto, non ha detto quale.

Il terzo passo sono gli Stati. Undici segretari di Stato, tutti democratici, hanno annunciato che non stamperanno quel nome sulle schede di novembre. E qui la cosa è divenuta un déjà-vu. Nel marzo 2024 la Corte Suprema aveva stabilito all’unanimità, nel caso del Colorado, che non spetta agli Stati applicare i requisiti costituzionali ai candidati federali. Allora Trump vinse contro la sentenza della Corte Suprema del Colorado che lo aveva escluso dalla scheda, su ricorso di un gruppo di elettori, per il suo ruolo nell’assalto al Campidoglio. In quel caso la Corte fu unanime. L’udienza è fissata per aprile ma visto come è andata l’ultima volta pochi ritengono possa finire diversamente.

Il quarto passo è il partito. Il Partito Repubblicano è un’associazione privata e le sue primarie sono affari suoi: chi può parteciparvi lo decide un regolamento interno. Certo in 250 anni di democrazia mai i repubblicani o i democratici hanno presentato un candidato ineleggibile. Ma non c’è nessuna legge che gli impedisca di farlo. È parte del fair play istituzionale, è una tradizione pluricentenaria e si può anche dire che è nel sentire comune. Ma non è una legge. La Costituzione dichiara che nessuno può essere eletto una terza volta, non che non si possa candidare. E la storia, anche recente, ha visto dei candidati che non avevano i requisiti per essere eletti (ma non nel campo dem o rep).

Il comitato nazionale ha votato il 9 novembre, 142 a 26, che il presidente in carica è ammesso alle primarie. I ventisei ci sono, hanno un nome e hanno parlato. Non è bastato, e a nessuno è sembrato strano che una regola costituzionale dipendesse dal voto di un consiglio di amministrazione.

Il quinto passo sono i grandi elettori. Qui la storia potrebbe prendere i toni della commedia dell’equivoco. Quando martedì 19 dicembre prossimo si troveranno a votare, peserà una sentenza del 2020 – anch’essa unanime – che consente agli Stati di vincolarli al vincitore del voto popolare. In molti stati questo meccanismo è automatico, in altri l’elettore ha una certa teorica libertà di voto. In alcuni stati a maggioranza repubblicana si sta pensando di approvare in fretta delle leggi che vincolano i grandi elettori al voto popolare sotto la copertura della sentenza del 2020. Molti, soprattutto nel campo dem, si augurano infatti che qualche grande elettore in questa fase neghi il suo voto a Trump per una forma di obiezione di coscienza. Ma altri segnalano le difficoltà tecniche. E molti di più temono l’effetto di una simile azione sulla legittimazione di chi verrebbe così eletto e sull’ordine pubblico. I fantasmi del 6 gennaio del 2021 son ben desti. Per ora osserviamo che quella sentenza fu scritta per proteggere il risultato delle urne da elettori che volevano ribaltarlo. Nel 2028 potrebbe proteggere il risultato anche da chi vorrebbe far rispettare la Costituzione.

Il sesto passo è il Congresso. Il 6 gennaio del prossimo anno dovrà contare i voti secondo una legge del 2022 pensata dopo l’assalto al Campidoglio per impedire a chiunque di interferire con il conteggio e che impone di procedere alle valutazioni senza potersi mai fermare davvero con tempi contingentatissimi. Se Trump sarà escluso sarà solo una formalità, altrimenti sarà un passaggio drammatico.

La Camera democratica ha approvato il 20 gennaio scorso, con 231 voti contro 198, una legge che stabilisce che i voti espressi per una persona ineleggibile non sono regolarmente espressi. Anche tredici repubblicani hanno votato a favore. Ma è stato più che altro una affermazione di principio. Al Senato non arriverà mai, e se anche arrivasse, il presidente porrebbe il veto sulla legge che lo riguarda e pochi dubitano che lo userebbe.

Poi naturalmente ci sono gli elettori. Si troveranno a decidere non solo chi potrebbe rappresentarli e guidarli ma anche se la costituzione sia giusta o sbagliata. C’è un’attesa fortissima per queste elezioni e le interpretazioni che si daranno al voto sono talmente ampie da apparire imprevedibili.

In un diner di Erie, Pennsylvania, un veterano dell’Iraq di cinquantadue anni, che ha votato Trump due volte, mi ha detto qualcosa che in tanti pensano: che «l’idea di un funzionario che decide per me chi può stare su una scheda mi fa orrore. È il popolo che decide i governanti in America. Magari avrei preferito che prima cambiasse la legge ma alla fine se vince è giusto così». A Philadelphia, in un altro diner, ho vissuto una scena analoga con un operaio: «è una vergogna che Trump possa calpestare la Costituzione e ignorare le leggi. Ci penserà Shapiro a invalidare i suoi voti o al massimo i nostri rappresentanti al congresso». C’è dentro tutta l’America: la diffidenza verso lo Stato che entra in una faccenda privata, e insieme il fastidio per la regola aggirata; il credere nel potere personale dei leader e il rispetto per chi ha raggiunto il potere.

La protesta è già salita con forza – Boston, Denver, Portland, la manifestazione del 6 novembre a Washington – ma per ora non è diventata un movimento perché non aveva un bersaglio: fin qui non c’è un colpevole di mancata azione. E l’istituzione mancante non si può assediare.

Intanto le primarie sono cominciate. In Iowa il presidente ha preso il 38%; a seguire Ron DeSantis (30%), Marjorie Taylor Greene – che aveva rotto con lui nell’autunno 2025 e corre come la candidata di un movimento che vuole sopravvivere al fondatore – (21%) e Brian Kemp per i moderati che stringe un misero 5%. Poi qui in New Hampshire, martedì, ha vinto con il 34%. Per ora vince ma non decolla. Non ha mai superato la metà, ma forse non gli serve: le regole del partito assegneranno da metà marzo tutti i delegati di uno Stato al primo arrivato, anche di un voto. Con tre avversari che si dividono il resto, il 36% vale il 100%. Il clima in casa rep è quello della partita a scacchi. Se bloccheranno il Presidente bisogna essere pronti a intercettare il vento favorevole. Si sta in scia e si aspetta, sperando, guardando il cielo e, forse, pregando che qualcun altro abbia il coraggio di fare qualcosa.

Dall’altra parte i moderati democratici hanno tre candidati e nessun candidato – i governatori della California e della Pennsylvania si sono spartiti la stessa corsia con programmi indistinguibili – ma anche la sinistra è arrivata divisa in tre alle prime tappe e le ha perse per questo. Domenica, a Burlington, un uomo di ottantasei anni – quel Bernie Sanders che è il vero grande vecchio della sinistra americana – è salito su un palco e ha detto che il movimento ha un nome solo. Da domani vedremo se basta. Alexandria Ocasio-Cortez ha già da un po’ cominciato a parlare come nessuno l’aveva sentita: salari, affitti, ospedali, e una distanza esplicita dagli eccessi di linguaggio del decennio scorso.

Giovedì sera, nella caffetteria del Senato, ho cenato con due senatori repubblicani dell’Ovest che conosco da dieci anni, entrati in aula lo stesso giorno del gennaio 2013 e inseparabili da allora. Owen Ridgeway, del Montana, ha annunciato in autunno che non si ricandiderà nel 2030. Dale Kessler, dell’Idaho, sì. Ho chiesto che cosa faranno a gennaio, se arriverà quel giorno. Ridgeway ha detto: «Voterò con la mia coscienza, che per fortuna non è più iscritta alle primarie». Kessler ha riso e ha detto: «Io voterò con i miei elettori, che per sfortuna sì». Hanno riso tutti e due. Ho riso anch’io. Everett Lassiter, l’ex senatore della Georgia ritirato da un anno, ha detto la settimana scorsa a un giornale di Atlanta che il suo partito sta per scoprire che cosa costa una regola senza custode. Nessuno lo ha ripreso. Se tra la gente il clima si sta incendiando, nei palazzi del potere ancora si ostenta una certa calma.

Scrivo questo articolo un po’ rincuorato dal confronto con i senatori, convinto anche io che qualcosa accadrà, che in qualche modo verrà rispettata la Costituzione. Lo scrivo perché la strada è complessa e di possibilità se ne vedono ancora molte. E perché la teoria degli scacchi è chiara: il gambetto Halloween perde contro chi conosce la difesa. Il nero ha un cavallo in più. Deve solo giocare le mosse esatte, nell’ordine esatto, senza sbagliarne una. Ma in sei mesi nessuno le ha ancora trovate, e il centro della scacchiera per ora è tutto del bianco.

Andrea Bicocchi
Andrea Bicocchi
Imprenditore, editore de "Lo Schermo", volontario. Mi piace approfondire le cose e ho un'insana passione per tutto quello che è tecnologia e innovazione. Sono anche convinto che la comunità in cui viviamo abbia bisogno dell'impegno e del lavoro di tutti e di ciascuno. Il mio impegno nel lavoro, nel sociale e ne Lo Schermo, riflettono questa mia visione del mondo.

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