Trump 2028: non può (ma potrebbe riuscirci lo stesso)

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Venerdì sera, al Waldorf Astoria di Washington, Donald Trump ha parlato per un’ora e quattro minuti davanti ai corrispondenti della Casa Bianca. Era la replica della cena di aprile, quella interrotta dagli spari,  e il presidente l’ha impiegata in buona parte per irridere i giornalisti seduti ai tavoli. Poi, arrivato in fondo, ha estratto un cappellino rosso con la scritta «Trump 2028» e ha annunciato quella che ha definito una notizia in anteprima: l’intenzione di candidarsi per un quarto mandato. La sala non ha riso.

Il dettaglio che conta è quell’aggettivo numerale. Non terzo: quarto. È la conferma che il conteggio personale del presidente include il 2020, l’elezione che continua a considerare rubata, e che la provocazione non è improvvisata ma poggia su un impianto argomentativo coltivato da anni.

Coltivato, letteralmente. La battuta ha una storia seriale: comparve nel novembre 2024 davanti ai deputati repubblicani, tornò nel marzo 2025 in un’intervista alla NBC dove Trump aggiunse di non stare scherzando, riemerse nell’ottobre successivo con la precisazione che la scorciatoia della vicepresidenza gli sembrava troppo furba, si ripresentò nel febbraio di quest’anno e di nuovo a marzo. Venti mesi di reiterazione a intervalli regolari. Nessuna battuta sopravvive così a lungo per caso.

Ora, la cornice della cena impone una cautela. Il rapporto fra questo presidente e la stampa è notoriamente pessimo, e si era preso il disturbo di ricordato per un’ora buona insultando non genericamente la categoria ma ciascuno dei presenti uno a uno. Il cappellino è arrivato come colpo di coda di una serata costruita contro chi ascoltava, e in quel contesto vale soprattutto come sberleffo.

Il guaio è che prenderla sul serio significa cadere nella trappola, e non prenderla sul serio significa caderci ugualmente. Serve quindi fare un approfondimento e guardare i numeri, perché sono impietosi. Il ventiduesimo emendamento, ratificato nel 1951 dopo i quattro mandati di Franklin Delano Roosevelt (che è stato l’unico presidente nella storia americana a fare più di due mandati), stabilisce che nessuno possa essere eletto presidente più di due volte. Per modificare un emendamento della costituzione l’articolo V prevede due strade, entrambe strette: la maggioranza di due terzi in entrambe le camere, cioè duecentonovanta voti su quattrocentotrentacinque alla Camera e sessantasette su cento al Senato, oppure una convenzione richiesta da trentaquattro stati. In ogni caso, alla fine, serve la ratifica di trentotto stati su cinquanta.

Anche ipotizzando che tutti i repubblicani possano seguire questo diktat (cosa assai difficile su una simile materia), il Congresso attuale conta duecentodiciotto repubblicani alla Camera e cinquantatré al Senato. Mancherebbero circa settanta voti democratici da una parte e quattordici dall’altra: numeri che non esistono in nessuna proiezione plausibile. Sul versante statale, ventotto legislature sono interamente controllate dai repubblicani,  (MultiState) dieci in meno di quelle necessarie. La proposta formale peraltro esiste – la depositò il deputato del Tennessee Andy Ogles il 23 gennaio 2025  (Local3News.com) – ma non ha raccolto un solo cofirmatario, nemmeno nel proprio partito, ed è ferma in commissione Giustizia.  (The Fulcrum)

C’è poi il tempo, che è un ostacolo altrettanto duro e meno discusso. In duecentotrentacinque anni la Costituzione americana è stata emendata ventisette volte. Il passaggio più rapido di sempre fu quello del ventiseiesimo emendamento nel 1971, poco più di cento giorni, con un consenso bipartisan pressoché unanime. Le scadenze per il deposito delle candidature alle primarie del 2028 cadono a fine 2027. Anche ipotizzando un miracolo politico, la finestra è aritmeticamente chiusa.

Restano le scorciatoie, e qui il discorso si fa interessante. La più citata è il ticket rovesciato: Trump candidato vicepresidente accanto a un capolista compiacente, vittoria, dimissioni immediate del titolare. Si regge sull’idea che il divieto riguardi l’essere eletti e non il servire. Ma il dodicesimo emendamento sbarra la strada, stabilendo che nessuno costituzionalmente ineleggibile alla presidenza possa essere eleggibile alla vicepresidenza.

Esiste anche una variante più barocca: elezione alla Camera, la presidenza dell’aula, la successione. In questo caso sarebbero necessari ben tre passaggi: un presidente che si dimette, un vice che pure si dimette, una camera che nomina Trump speaker. Qui l’ostacolo è però soltanto una legge del 1947 che pone sullo speaker le stesse limitazioni del presidente in quanto parte della successione, ma le leggi ordinarie – non costituzionali – si cambiano a maggioranza semplice.

Il punto per queste ipotesi, però, non è giuridico. Tutte queste vie hanno in comune una caratteristica: consegnerebbero la presidenza a Trump per concessione di qualcun altro. Un vice che si fa da parte, un partito che gliela passa, un successore che gliela restituisce. Ognuna di esse produrrebbe un debito, e un creditore.

È questa, più dei duecentonovanta voti che non ci sono, la ragione per cui non le percorrerà. Un uomo che ha costruito quarant’anni di persona pubblica sull’idea di non dovere niente a nessuno non accetterà di ricevere la Casa Bianca come un favore. Non a caso, quando nell’ottobre scorso gli chiesero della candidatura da vicepresidente, la liquidò indicando Vance e Rubio come ottimi successori. Non era modestia: era rifiuto della subordinazione. È Trump nella sua essenza.

Tutto questo, però, riguarda ciò che a Trump è consentito fare. È una domanda diversa da quella che conta davvero, e che nessuno si sta ponendo con la dovuta attenzione: chi, esattamente, avrebbe il compito di fermarlo?

Perché nel sistema americano – e questa è la parte che a un lettore europeo riesce più difficile da credere – non esiste alcun organo indipendente incaricato di verificare i requisiti di un candidato alla presidenza.

Ma di questa strada ne parliamo nella seconda puntata…

Andrea Bicocchi
Andrea Bicocchi
Imprenditore, editore de "Lo Schermo", volontario. Mi piace approfondire le cose e ho un'insana passione per tutto quello che è tecnologia e innovazione. Sono anche convinto che la comunità in cui viviamo abbia bisogno dell'impegno e del lavoro di tutti e di ciascuno. Il mio impegno nel lavoro, nel sociale e ne Lo Schermo, riflettono questa mia visione del mondo.

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