Questo articolo fa parte del ciclo di articoli dal titolo “Iran: sei ritratti di un paese che non conosciamo” dedicati all’Iran, alla sua storia, alla sua economia e alla sua composizione sociale.

Il suo nome era Jîna, che significa “vita”. Fu uccisa a ventidue anni quando, il 13 settembre 2022, la polizia morale di Teheran la arrestò all’uscita della metropolitana di Haqqani. Questo strano scherzo del destino tra il suo nome e il suo fato, così potente nella nostra immediata percezione, fu forse il detonatore di una generazione di iraniane e iraniani.
Noi la conosciamo come Mahsa Amini, la cui uccisione ha dato il via al movimento donna, vita, libertà. Era arrivata in città quel giorno da Saqqez, una città del Kurdistan iraniano, insieme al fratello, per visitare dei parenti. La conosciamo come Mahsa perché così era scritto sui documenti. Un nome persiano accettabile, ma a casa, in famiglia, era Jîna, “vita” in curdo. In Iran è proibito registrare all’anagrafe nomi di origine non persiana o islamica, e moltissimi curdi vivono questa scissione tra nome ufficiale e nome reale come una piccola umiliazione quotidiana. Quel giorno Jîna indossava un velo, ma a quanto pare non come si conviene: qualche ciocca di capelli usciva dal hijab. Gli agenti la portarono nella stazione di Vozara per un “corso di rieducazione” rapido. Dentro l’edificio, secondo la versione del fratello e delle altre detenute, fu picchiata. Tre ore dopo, era in coma. Tre giorni dopo, era morta. Il regime parlò di un attacco cardiaco. Le radiografie diffuse clandestinamente dagli ospedali mostravano un cranio fratturato.
Non sapremo mai con certezza se il trattamento riservato a Jîna fu particolarmente brutale anche perché era curda, sunnita in un paese sciita, provinciale in una capitale che disprezza le sue periferie, e parlante con un accento riconoscibile. Gli attivisti curdi lo sostengono, e portano come elemento il fatto che il fratello, anche lui curdo, presente all’arresto, fu minacciato verbalmente ma poi lasciato andare. Le ricostruzioni più caute notano che le esecuzioni e i pestaggi nelle stazioni della polizia morale colpivano sistematicamente donne di ogni provenienza, e non servirebbe l’identità etnica per spiegare il caso. Quello che è certo è che la prima ondata di protesta esplose proprio a Saqqez, al suo funerale, dove le donne tolsero il velo e cominciarono a intonare “Jin, Jiyan, Azadî”: donna, vita, libertà, un grido del femminismo curdo radicale nato decenni prima nelle montagne tra Turchia, Siria, Iraq e Iran. La coincidenza simbolica era totale: Jiyan, “vita”, è la stessa parola da cui deriva il nome Jîna. Quelle donne, gridando “Jiyan”, gridavano anche il suo nome dentro lo slogan. Solo nei giorni successivi il movimento iraniano lo tradusse in persiano come Zan, Zendegi, Âzâdi, e lo trasformò nel grido generazionale che oggi conosciamo.
Mahsa, o meglio Jîna, è il punto da cui conviene partire per capire un paradosso che il regime non ha mai saputo risolvere: la Repubblica islamica, nata per riportare la donna iraniana al focolare, ha finito per produrre la generazione femminile più istruita, più ribelle e politicamente più avanzata del Medio Oriente. È un destino, non un incidente di percorso, ed è probabilmente la chiave per leggere il futuro del paese.
I numeri raccontano la prima parte della storia. Nel 1976, ultimo anno pieno della monarchia Pahlavi, il tasso di alfabetizzazione femminile in Iran era del 35%, e nelle aree rurali precipitava sotto il 20%. Oggi è sopra l’85%, con punte oltre il 98% tra le donne sotto i venticinque anni. Nelle università iraniane le donne sono la maggioranza degli iscritti dal 2001, e oggi per ogni 100 maschi iscritti ce ne sono 101 femmine. Nelle facoltà di medicina, biologia, farmacologia e ingegneria biomedica le donne superano il 60% degli studenti.
Il dato di genere, però, racconta solo una parte della storia. Nella generazione sopra i quarant’anni il divario tra uomini e donne resta significativo: 93% di alfabetizzazione maschile contro l’85% femminile. È nella generazione sotto i venticinque anni che il sorpasso è avvenuto: lì la parità è completa, anzi le ragazze hanno mezzo punto di vantaggio sui coetanei. Sui laureati, le rilevazioni UNESCO mostrano una sostanziale parità sopra i 25 anni (intorno al 17% sul totale popolazione adulta), ma nelle coorti urbane più giovani il sorpasso femminile è ormai un dato di fatto. A Tehran le donne laureate sotto i 40 anni hanno superato gli uomini, e nelle coorti urbane giovani la quota di laureate supera il 30%. Una donna persiana urbana di Tehran nata dopo il 1985 ha statisticamente più probabilità di essere laureata di una sua coetanea italiana o francese: dato sorprendente per chi continua a immaginare l’Iran come un paese arretrato, e che basterebbe da solo a smontare lo stereotipo occidentale.
La frattura vera, allora, non è più di genere ma territoriale. Tra Tehran, Isfahan e le città centrali, dove l’alfabetizzazione femminile sfiora il 98%, e le periferie etniche del paese, ci sono ancora venti o trenta punti di differenza: nel Sistan-Baluchistan, provincia sunnita e baluci ai confini con il Pakistan, l’alfabetizzazione femminile rurale resta intorno al 73% e la quota di laureate è inferiore al 10%, mentre il matrimonio infantile tiene fuori dalle scuole un numero significativo di ragazze. La “donna iraniana” non esiste in senso uniforme: ne esistono almeno tre, la donna urbana persiana laureata, la donna delle classi popolari delle grandi città, e la donna rurale delle minoranze etniche. La rivolta del 2022 ha unito le prime due ma ha avuto presa più debole sulla terza, ed è uno dei limiti politici del movimento, da non sottovalutare quando se ne misurano le prospettive.
Khomeini, naturalmente, voleva l’inverso. La sua dottrina sociale prevedeva una donna velata, madre, custode della famiglia islamica, distante dagli ambienti misti dell’università e del lavoro. Ma il regime aveva bisogno di capitale umano per due ragioni concrete che la teologia non poteva contraddire. La prima era la guerra Iran-Iraq, otto anni di sanguinosa attrizione bellica che richiesero la mobilitazione di chiunque sapesse leggere, scrivere, fare conti, gestire infermerie, organizzare retrovie. La seconda era la modernizzazione del paese, che il regime voleva pari a quella dello Scià ma libera dalla dipendenza occidentale: per averla, occorrevano ingegneri, medici, scienziati. Servivano, e in numero. Mandare a scuola anche le ragazze divenne quindi un calcolo necessario, addolcito dall’idea che la scuola “islamica” fosse sicura, controllata, separata. Le famiglie tradizionali del bazar, dei villaggi del Khorasan, dei monti del Lorestan, quelle che lo Scià non era mai riuscito a convincere a istruire le figlie, si fidarono. E mandarono le bambine a studiare.
Il risultato era prevedibile per chiunque conoscesse la storia dell’istruzione femminile altrove: le bambine che vanno a scuola crescono, leggono, si confrontano, e diventano impossibili da contenere. Il regime provò a invertire la rotta limitando l’accesso femminile a certe facoltà tra il 2012 e il 2015, sotto la presidenza Ahmadinejad ma la spinta era ormai irrefrenabile. Non era più possibile allontanare le figlie di donne istruite da una formazione che le madri stesse sentivano come fondamentale per non perdere quei brandelli di emancipazione faticosamente conquistati. La transizione demografica racconta meglio di qualunque altro indicatore l’entità del cambiamento: dai 6,5 figli per donna del 1980 ai 1,7 di oggi, una delle riduzioni più rapide della storia mondiale. L’Iran è oggi più “occidentale” demograficamente di molti paesi europei: una donna iraniana fa meno figli di una francese, di una svedese, di una britannica.
Ma se l’istruzione è cresciuta, il lavoro no, ed è qui che il sistema istruzione-lavoro mostra la sua frattura più scandalosa. La partecipazione femminile al mercato del lavoro è precipitata al 13% nel 2024, dato confermato dalla Banca Mondiale e dall’ILO, contro una media mondiale del 51%. Per ogni dieci uomini economicamente attivi, solo due donne lo sono. Il 48% delle donne occupate è laureato, contro il 23% degli uomini occupati. Il 71% delle donne disoccupate ha un titolo universitario, contro il 29% per gli uomini disoccupati. È un dato impressionante. Significa che il paese istruisce massicciamente le proprie figlie e poi sistematicamente le esclude dai posti che si meriterebbero. Le donne iraniane sono in media più qualificate degli uomini, e mediamente disoccupate, sottoccupate o costrette in lavori al di sotto delle loro competenze. È uno dei più colossali sprechi di capitale umano del mondo contemporaneo, ed è strutturale: non è il risultato di una recessione, è il risultato di una scelta politica continuata per decenni.
Se sul lavoro le donne sono emarginate, è guardando al codice familiare iraniano che si capisce la cornice giuridica dentro cui questa generazione vive la discriminazione più umiliante, perché svolta nel contesto degli affetti più intimi. È qui che si consuma la più forte frizione, la più scandalosa ingiustizia, tra il mondo patriarcale sognato da Khomeini e la sensibilità che pervade le città e sta alla base delle rivolte di questi anni. L’età legale del matrimonio per le ragazze è di tredici anni, riducibile a nove con il permesso del padre e di un giudice religioso. La poligamia è legale fino a quattro mogli. Ancora più discriminante è l’istituto sciita del matrimonio temporaneo, il sigheh, che può durare da un’ora a novantanove anni e non comporta obblighi di mantenimento. Il divorzio è unilaterale per il marito (la formula talaq basta a sciogliere il matrimonio), praticamente impossibile per la moglie salvo casi codificati: impotenza del marito, sua follia, mancato mantenimento, oppure se il contratto prematrimoniale ha incluso clausole specifiche, cosa che le famiglie borghesi cominciano a fare ma che resta minoranza. La custodia dei figli, in caso di separazione, va al padre dopo i sette anni di età, indipendentemente da qualunque considerazione. Una moglie non può espatriare senza l’autorizzazione scritta del marito, anche se è un’atleta che deve andare alle Olimpiadi: il caso si è verificato più volte. L’eredità femminile vale metà di quella maschile, la testimonianza in tribunale vale metà di quella di un uomo. Il codice penale prevede ancora la lapidazione per adulterio, raramente eseguita ma mai abrogata.
In questo quadro giuridico le donne iraniane fanno una cosa che la legge rende quasi impossibile, e la fanno in massa: divorziano. Il tasso nazionale di divorzio è oggi tra il 30 e il 33%, e a Teheran supera il 40%. È la rivolta silenziosa più estesa e meno raccontata del paese, e ne dice molto: significa che decine di migliaia di donne ogni anno preferiscono affrontare un labirinto giuridico ostile, perdere la custodia dei figli, subire lo stigma sociale e quasi sempre l’impoverimento materiale, pur di uscire da matrimoni che non le contengono più. Sono donne istruite, urbane, connesse, che hanno conosciuto attraverso lo studio e i social media un altro modello possibile di esistenza, e che hanno smesso di accettare il modello previsto. Visto il quadro giuridico tratteggiato, questo dato racconta anche un’altra cosa importante: la coscienza della profonda ingiustizia del sistema è condivisa almeno in parte anche dalla popolazione maschile senza la cui adesione, in qualche modo, non sarebbe possibile il dato sui divorzi. Il regime, con la sua macchina giudiziaria, sta in pratica perdendo la battaglia matrimoniale uno scontro alla volta.
Per comprendere questa generazione di donne dobbiamo guardare a Narges Mohammadi. Avvocata, ingegnera, attivista per i diritti umani, vicepresidente del Centro per i Diritti Umani fondato da Shirin Ebadi, Narges Mohammadi ha collezionato negli ultimi vent’anni una serie di arresti, processi e condanne che sommati superano i quarant’anni di prigione. È stata sottoposta a torture, isolamento, sciopero della fame, separata per anni dai suoi due figli gemelli che vivono in Francia con il padre. Nel 2023, mentre era detenuta nel carcere di Evin, tristemente famoso innumerevoli per le storie di torture e uccisioni, le è stato assegnato il Premio Nobel per la Pace per la sua battaglia contro l’oppressione delle donne iraniane. Non ha potuto andare a Oslo a ritirarlo. Il suo discorso di accettazione, letto dai suoi figli, era stato scritto a mano su carta di contrabbando, fatto uscire dal carcere foglio dopo foglio. La sua frase più citata, da quel discorso, è diventata un manifesto generazionale: “Vincerò. Anche se mi tengono qui per il resto della vita, vincerò. Perché i miei carcerieri non sono il futuro. Le donne iraniane sono il futuro.” È fuori dal carcere dal dicembre 2023, in libertà vigilata per problemi di salute, e continua a parlare. Ogni dichiarazione che fa, ogni intervista che concede, ogni testo che pubblica clandestinamente è un atto di sfida che il regime non sa più come punire senza dare alla causa femminile un’ulteriore figura iconica.
L’ondata che si chiama “Donna, vita, libertà”, esplosa nel settembre 2022 dopo la morte di Mahsa Amini, non è stata un episodio passeggero. È stata il momento in cui una generazione di iraniane istruite, urbane e connesse ha mostrato che il patto sociale del 1979 era irreversibilmente rotto. Migliaia di donne hanno bruciato in pubblico il velo, decine di migliaia di studentesse hanno disertato lezioni e bagni segregati nelle università, fino a quando il regime ha represso con violenza estrema: secondo l’ONU, almeno 500 morti accertati, oltre 22.000 arresti, una decina di esecuzioni. Eppure la repressione non ha funzionato come prima. Il velo, nelle strade di Teheran, di Isfahan, di Shiraz, oggi si vede sempre meno. Le donne che escono senza coprirsi i capelli sono passate dall’eccezione coraggiosa del 2022 alla regola silenziosa del 2024-25, e il regime ha dovuto accettare di fatto una situazione che la legge continua a vietare. È una sconfitta culturale gigantesca, anche se non scritta da nessuna parte.
Il culmine, finora, è stata la rivolta del gennaio 2026. È stata l’insurrezione più estesa e violenta della storia della Repubblica islamica, ed è quasi passata inosservata in Occidente perché schiacciata mediaticamente dagli eventi apocalittici di quei mesi, la guerra israelo-iraniana, il collasso dell’asse, l’avvicinarsi del cataclisma del 28 febbraio. Ma chi guarda i dati capisce che quella rivolta è stata l’evento decisivo. Cominciata il 30 dicembre 2025 con manifestazioni in tredici città, esplosa nelle notti dell’8 e 9 gennaio 2026 a Teheran, Mashhad, Isfahan, Shiraz, Karaj, Rasht. Per alcune ore, in diverse città, le forze di sicurezza furono respinte dai quartieri. La repressione fu di una brutalità che il paese non vedeva da decenni: Khamenei stesso, in un discorso pubblico il 17 gennaio, parlò di “migliaia di morti”. Le stime delle organizzazioni indipendenti vanno dai 3.117 ufficialmente ammessi dal Consiglio Supremo iraniano ai 5.000 indicati dalla Relatrice ONU Mai Sato, fino a oltre 20.000 secondo alcune fonti mediche locali ed oltre 50.000 arrestati. Il dato cruciale, però, non è la dimensione: è la composizione. Per la prima volta dalle proteste del 2009, le donne non erano una componente del movimento ma il suo perno organizzativo. Erano loro a coordinare i gruppi di quartiere, a diffondere le informazioni nonostante lo shutdown internet, a raccogliere e nascondere i feriti, a tenere insieme la protesta quando gli uomini venivano arrestati. Lo slogan dell’insurrezione era Sal-e khoon-e, Seyed Ali sarnegoon-e, “Quest’è anno di sangue, Seyed Ali (Khamenei) sarà rovesciato”. Cinquanta giorni dopo, Khamenei era effettivamente morto, anche se per mano americana e israeliana, non per mano popolare. Ma chi era nelle strade di Teheran in quelle notti, secondo le ricostruzioni successive, capiva che sarebbe finito comunque, in un modo o nell’altro.
Quello che resta, ora che il paese entra nella prima vera transizione del dopo-Khamenei, è una constatazione politica: in qualunque scenario futuro, chiunque governi il prossimo Iran dovrà fare i conti con questa generazione femminile. Non c’è restaurazione clericale possibile senza una repressione di massa contro decine di milioni di donne istruite, e nessuna restaurazione del genere ha funzionato in nessuna società comparabile nel mondo moderno. Non c’è giunta militare di Pasdaran che possa governare a lungo un paese in cui il 60% degli universitari sono donne politicizzate. Non c’è transizione democratica seria che possa prescindere dalla riscrittura del codice familiare. Le figlie della rivoluzione sono diventate, loro malgrado, la variabile decisiva della politica iraniana. È il regime che le ha create, attraverso le scuole, le università, gli ospedali capillari, l’alfabetizzazione di massa. È un’eredità che ora chiede il conto.
Mahsa Amini è morta a ventidue anni. Narges Mohammadi ha cinquantatré anni e ha passato vent’anni in carcere. La differenza tra loro è anagrafica, ma c’è una continuità che è anche il messaggio politico più chiaro arrivato dall’Iran negli ultimi anni: queste donne non si fermeranno. Non perché siano coraggiose in modo eccezionale, anche se lo sono, ma perché hanno alle spalle una massa critica di pari che la rende impossibile da sterminare. Sono troppe, sono ovunque, e sono state istruite da chi adesso vorrebbe disimpararle. Una rivoluzione che nasceva per chiuderle in casa le ha invece preparate, una per una, a non rientrarci mai più.
Memorialgraffiti per Jina Mahsa Amini, Frankfurt am Main. Foto di Ostendfaxpost su Wikimedia Commons, pubblicata sotto licenza CC BY 4.0.
