Il 6 maggio, nella chiesa di San Francesco, si è tenuto uno degli incontri promossi dalla Provincia di Lucca per accompagnare gli studenti nella scelta del nome del nuovo ponte sul Serchio.
Un’iniziativa che ha messo al centro una domanda tutt’altro che banale: che cosa significa, oggi, dare un nome pubblico?
Tra le proposte presentate, una in particolare ci ha colpiti per coerenza e profondità. È “Ponte della Cura”, un nome che prova a tenere insieme elementi diversi: il rapporto con il territorio, una riflessione sul presente e un riferimento culturale antico.
Il progetto richiama infatti il mito raccontato da Igino, in cui la dea Cura, attraversando un fiume, raccoglie l’humus e da questo plasma l’uomo. Un’immagine che lega il gesto della cura all’origine stessa dell’uomo e, al tempo stesso, al paesaggio fluviale.
Non è forse un caso che proprio in questi giorni il tema della “cura” stia tornando con forza anche nel dibattito culturale nazionale. Solo negli ultimi giorni Paolo Fallai ha dedicato sul Corriere della Sera un intervento a questa parola, mentre Concita De Gregorio ha pubblicato il libro La cura. Segni diversi, ma indicativi di quanto questo concetto sia oggi centrale nel modo di leggere il rapporto tra persone, comunità e territorio.
Alcune testate locali hanno già raccontato questa proposta, sottolineandone il carattere simbolico e il legame con il territorio. Proprio per questo sorprende notare che risulti completamente assente tra quelle pubblicate sui canali social della Provincia.
Non conosciamo le ragioni di questa assenza, ma ci è sembrato utile segnalarla, affinché chi desidera avere un quadro completo delle candidature possa conoscere anche questa proposta.
È possibile vedere una brevissima presentazione del progetto, che siamo riusciti a recuperare sul web.
