Questo articolo fa parte del ciclo di articoli dal titolo “Iran: sei ritratti di un paese che non conosciamo” dedicati all’Iran, alla sua storia, alla sua economia e alla sua composizione sociale.
Giudicare la Repubblica islamica è esercizio in cui si sbaglia quasi sempre, perché è facile cadere in due opposti specchiati (tralasciando chi pregiudizialmente parte da una posizione antioccidentale e vede nell’Iran il campione della “resistenza”): l’apologia di chi vede solo le scuole costruite e i vaccini distribuiti, e la requisitoria di chi vede solo le impiccagioni e gli aghazadeh che ostentano Lamborghini su Instagram. La verità, come accade talvolta per i regimi longevi, è che entrambe le immagini sono vere, e convivono dentro lo stesso sistema. Per provare a fare un bilancio onesto di quasi mezzo secolo di teocrazia, conviene allora rinunciare ad un giudizio semplificato e leggere il regime su quattro piani distinti: lo sviluppo culturale ed educativo, lo sviluppo umano e sanitario, la protezione sociale, e l’economia produttiva. I quattro piani hanno traiettorie diverse, e proprio dalla loro divergenza emerge il ritratto più accurato del paese.
Sul piano culturale ed educativo, la Repubblica islamica può rivendicare una linea continua di successi, ininterrotta dal 1979 a oggi nonostante guerra, sanzioni, repressioni e crisi.
Il tasso di alfabetizzazione è salito dal 47% del 1976 all’88% di oggi, con punte oltre il 98% tra i giovani. La scolarizzazione femminile, partita da percentuali umilianti soprattutto nelle aree rurali, è esplosa: oggi le donne sono la maggioranza degli studenti universitari iraniani, oltre il 60% in molte facoltà scientifiche. Il paese conta sessanta università pubbliche, quasi cinque milioni di iscritti, e si colloca stabilmente tra le prime quindici nazioni al mondo per pubblicazioni scientifiche in matematica, ingegneria e nanotecnologie. È un risultato che il regime ottenne in parte per scelta, in parte per inerzia: le famiglie tradizionali del bazar e dei villaggi, che lo Scià non era riuscito a convincere a mandare le figlie a scuola, si fidarono della scuola “islamica” e aprirono le porte. Khomeini educò il paese più di qualsiasi suo predecessore, anche se quella stessa istruzione produsse poi la generazione che oggi ne contesta il progetto paese e, forse, lo seppellirà.
Sul piano dello sviluppo umano e sanitario, la traiettoria è altrettanto continua e altrettanto solida. L’aspettativa di vita è passata da 51 anni nel 1979 ai 77 di oggi. La mortalità infantile, ovvero la quota di bambini nati vivi che non arrivano al primo compleanno, è crollata da oltre 100 per mille a circa 12, livello da paese sviluppato. La copertura vaccinale ha raggiunto i villaggi più remoti già negli anni Ottanta, in piena guerra con l’Iraq. La rete sanitaria pubblica capillare, costruita pazientemente in mezzo secolo, è probabilmente l’eredità materiale più solida e meno contestabile del regime, e funziona ancora oggi nonostante le sanzioni. Lo Scià modernizzava Teheran e poche altre città; la Repubblica islamica ha portato medici e maternità nei villaggi del Khorasan, del Sistan, del Lorestan, dove non erano mai arrivati. È una redistribuzione territoriale che fa parte del bilancio, anche per chi del regime non ha alcuna nostalgia.
Sul piano della protezione sociale la traiettoria si fa ondivaga, e qui si vede il volto più strumentale del sistema. I sussidi nascono nei primi anni della rivoluzione come strumento di consenso anti-Scià: pane, carburanti, energia, beni di base venduti a prezzi politici irrisori. Sopravvivono alla guerra come argine alla disperazione, vengono parzialmente smantellati negli anni Novanta da Rafsanjani in nome dell’efficienza, e tornano in forma nuova nel 2010 con Ahmadinejad e il sistema dei yarane, bonifici diretti che oggi raggiungono oltre 70 milioni di iraniani (su 90 milioni di cittadini). Da allora oscillano tra tagli e rilanci, in funzione delle pressioni inflazionistiche e delle proteste di piazza. È un patto sociale di consenso comprato: il regime offre pane economico, benzina quasi gratis e bonifici, e in cambio chiede silenzio sulle libertà. Quando l’inflazione erode il valore reale dei sussidi, come è accaduto con violenza dal 2018 in poi, il patto si rompe ed esplodono le proteste. Non è un caso che le ondate del 2017, del 2019, del 2022 e del gennaio 2026 siano cominciate tutte da rincari di prezzi sussidiati.
Sul piano dell’economia produttiva il giudizio diventa più complesso, e contraddice molti luoghi comuni. L’Iran ha costruito qualcosa che la maggior parte dei paesi del Golfo non ha: un’economia diversificata, industrialmente articolata, relativamente meno dipendente dalla sola rendita del petrolio (è la differenza tra un’economia “rentier”, come quelle saudita o qatarina, e un’economia industriale). Idrocarburi pesano oggi sul PIL iraniano per il 17-22%, contro il 40-45% saudita, oltre il 50% iracheno e kuwaitiano, oltre il 60% del Qatar. Il paese produce oltre un milione di autoveicoli l’anno (Iran Khodro è tra i primi venticinque produttori al mondo), oltre 30 milioni di tonnellate di acciaio l’anno (top ten mondiale), è tra i primi cinque produttori di cemento, ha una petrolchimica avanzata, un’industria farmaceutica autosufficiente all’80%, un settore agricolo che occupa ancora il 15-18% della forza lavoro, una scena tecnologica interna con piattaforme nate per aggirare l’esclusione dai sistemi internazionali (Digikala, Snapp, un ecosistema di app di pagamento). È il paradosso virtuoso dell’isolamento: chi importa tutto non impara a produrre nulla, chi non può importare impara per forza. Nelle stime più recenti del Fondo Monetario l’Iran è la diciannovesima economia mondiale per PIL a parità di potere d’acquisto, davanti a Olanda, Polonia, Belgio.
Il rovescio della medaglia è però altrettanto reale, e va detto per non scivolare nell’apologia. Questa industria è inefficiente, tecnologicamente arretrata di una o due generazioni, dipendente dai sussidi statali su energia e materie prime. Non sarebbe competitiva sui mercati internazionali neppure in assenza di sanzioni che ne limitano lo sviluppo. E non sarebbe sostenibile in patria senza dazi all’importazione. Le auto Iran Khodro vendono in Iraq e in Venezuela, non in Europa. L’acciaio fatica a esportare e reggerebbe la competizione internazionale solo per il costo basso dell’energia in patria. È un’industria che esiste ma che non sopravvivrebbe a una vera concorrenza, e che proprio per questo difende il regime delle sanzioni come paradossale ombrello protettivo: i Pasdaran, che ne controllano grandi pezzi, sono i meno interessati a un accordo con l’Occidente. In quasi cinquant’anni il PIL pro capite reale dell’Iran è tornato grossomodo dov’era nel 1976, ultimo anno pieno dello Scià: nel medesimo periodo la Turchia ha quintuplicato il proprio reddito, la Corea del Sud lo ha decuplicato. La Repubblica islamica ha educato, curato e nutrito i propri cittadini, ma non li ha resi ricchi.
Sovrapposta a queste quattro traiettorie c’è una scansione cronologica in tre fasi che illumina la deriva morale del regime. La prima fase, dal 1979 al 1989, è quella rivoluzionaria e bellica, segnata dall’austerità imposta dalla guerra Iran-Iraq, dall’ascetismo personale di Khomeini, dalla repressione brutale degli alleati liberali e di sinistra, ma anche dalla prima estensione di scuola e sanità alle masse rurali. È un regime povero ma ideologicamente coerente, in cui i Pasdaran sono ancora forza ideale prima che casta economica.
La seconda fase, dal 1989 al 2005, è quella tecnocratico-pragmatica di Rafsanjani e Khatami: ricostruzione post-bellica, apertura economica controllata, primo tentativo riformista, dialogo culturale con l’Occidente. Le bonyad iniziano a diventare conglomerati e i Pasdaran ad accumulare potere economico, ma il sistema mantiene un equilibrio. Il riformismo politico però fallisce, schiacciato dal Consiglio dei Guardiani e dalla magistratura, ma quegli anni producono un’effervescenza culturale (cinema, stampa, università) di cui ancora oggi si vivono le conseguenze.
La terza fase, dal 2005 a oggi, è quella patrimoniale e militare. Ahmadinejad la inaugura, Rouhani la attenua sul piano diplomatico ma non la ferma, Raisi la consolida. I Pasdaran prendono il controllo dell’economia, gli aghazadeh diventano casta visibile e scandalosa, la teocrazia diventa schermo per un capitalismo di Stato corrotto. La forza ideologica si è esaurita e viene sostituita dalla repressione pura.
È un modello antropologico classico delle rivoluzioni invecchiate: l’eros morale della prima generazione si trasforma in privilegio dinastico nella terza. Il regime sopravvive non più per adesione ideale della maggioranza, ma perché chi beneficia del potere non vuole perderlo e deve sostituire la forza del consenso con crescenti dosi di repressione mentre chi vi è sottoposto non ha strumenti per opporsi ad una violenza che cresce. L’adesione morale ai principi rivoluzionari, che nella prima generazione era diffusa sia tra i leader che tra la popolazione, resta solo in una minoranza che viene culturalmente alimentata da fanatismo e privilegi e, un po’ alla volta, inaridisce anche lì.
Il bilancio, allora. Sul piano umano ed educativo la Repubblica islamica ha vinto: ha trasformato un paese semianalfabeta in una nazione istruita e longeva. Sul piano economico ha costruito di più di quanto abbia distrutto, ma molto meno di quanto avrebbe potuto e la stabilità e la prospettiva di questa realizzazione sono almeno incerte. Sul piano sociale ha mantenuto un patto fragile che oggi si sta rompendo. Sul piano morale e politico ha fallito, e il fallimento è leggibile nello stesso passaggio dinastico Khomeini-Khamenei-Mojtaba che oggi mette in crisi il sistema. Una rivoluzione nata per liberare il popolo dai re finisce per avere i suoi propri re, con la differenza che i re Pahlavi modernizzavano per imitazione dell’Occidente, mentre i nuovi re hanno modernizzato contro l’Occidente. Il paradosso storico è che entrambi, con metodi opposti, hanno trasformato la stessa società. Solo che la generazione attuale di iraniani dimostra di non volere più né gli uni né gli altri.
