Se ci fosse Don Ferrante… sarebbe un no mask! (e no vax e no…)

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Ve lo ricordate Don Ferrante? Era uno dei personaggi dei “Promessi Sposi”, croce/delizia di tutte le generazioni (i Promessi Sposi mica Don Ferrante che ha una particina piccola piccola).

Don Ferrante era una “persona perbene”. Uno che, nel suo piccolo, studiava, ci provava. Cercava di capire, di conoscere. Poi, dalle sue conoscenze traeva la risposta sbagliata. Ma lo faceva con tanta buona volontà.

Per Manzoni era l’esempio di chi legge ma non capisce.

Eppure, Don Ferrante è anche qualche cosa di più. È la decisione di non credere a chi, in un certo campo che non conosciamo, ha studiato più di noi. È la scelta di pensare che “la peste non è sostanza e non è accidente” e quindi, non rientrando in nessuna delle categorie che conosceva lui (e che perciò credeva dovessero definire il mondo), ne traeva l’inevitabile conseguenza che “la peste non esiste”.

È la volontà di essere controcorrente per autocompiacimento anche quando, in fondo, si sa che è sbagliato. Sono i terrapiattisti che affermano che tutto quello che vediamo è falso, i teorici del complotto quando non c’è nessun vantaggio per nessuno, i convinti che il COVID sia una montatura delle multinazionali, che i morti non esistono, che sono finti. O che i vaccini sono solo dannosi e non proteggono da nulla, le mascherine fanno ammalare, e via, e via.

E il punto (guaio?) è che non si tratta di poche persone. Si tratta di un numero elevato (stretta minoranza sì, ma non trascurabile) di soggetti. Di amici e conoscenti. Di persone che in altri momenti rispettiamo e conosciamo per essere raccomandabili. Le quali, ad un certo punto, dicono o fanno qualcosa di incomprensibile.

Ci si dovrebbe chiedere perché. Perché un certo numero di persone, normalmente ragionevoli, integrate in una società da cui non sono particolarmente esclusi, ad un certo punto, su certi argomenti, prendono una direzione così “diversa”, negando ciò che pare ai più (per non dire a tutti) chiaro.

Per taluni la risposta è anche evidente.

Ci sono naturalmente i cattivi maestri. Ne abbiamo visti tanti negli anni, su temi delicati e disperanti come le malattie, portare molte persone a credere a cure miracolose o a rifiutare cure pesanti ma con qualche possibilità di successo. Li abbiamo visti e abbiamo contato il triste tributo di dolore e morte che hanno riscosso. Magari avendo, per strada, ottenuto quello che desideravano: per taluni i soldi, per altri (i più) la fama. Che in realtà spinge le persone molto più dei soldi.

E i cattivi maestri vivono di deformazione della realtà. Di una narrazione che mescola vero e falso, realtà e finzione, cose verificabili con insinuazioni, violenza e blandizie. E fanno storytelling. Oggi spesso li chiamiamo anche influencer.

Per loro, e per quelli che fanno della violenza verbale e dell’offesa il loro modo di comunicare, lasciateci citare il Poeta: “non ti curar di lor ma guarda e passa!”.

Ma oltre i cattivi maestri ci sono “loro”. I molti che vanno e partecipano. I nostri amici, che conosciamo e, talvolta, non capiamo.

Per loro credo che valga di più il senso di volersi ribellare, di voler immaginare che il mondo sia, in fondo, diverso da come ci appare, migliore.

Tutti noi lo vogliamo un pochino. Con moderazione, certo, ma un po’ sì. Vorremmo che la nostra vita fosse diversa, migliore. E ci sentiamo stretti in un mondo che ci costringe sempre un po’ troppo. Un po’ è un bel posto, un po’ una camicia di forza. È lì che nasce quello che gli esperti chiamano il “wishful thinking” che in italiano, poeticamente, potremmo riportare come “pensiero speranzoso”. Ma che Wordreference traduce, spietato, in “pia illusione”.

A ben guardare ci sentiamo un po’ tutti Don Ferrante una volta ogni tanto. Lo sentiamo vicino quando affrontiamo temi complessi per cui non abbiamo conoscenze sufficienti e che quindi capiamo “il giusto”.

Oggi la scienza ha esteso enormemente i suoi confini. E quindi è difficile oggi conoscere bene più di un campo di studi. Negli altri ci perdiamo gran parte delle conoscenze. E così ci troviamo a discettare, a leggere giornali, magari di vaccini, magari facendo considerazioni sulle differenze tra vaccini basati su adenovirus e quelli basati su mRNA. Discutendo su quali produttori riteniamo più affidabili. Quali fare e quali non fare.

In fondo siamo sempre al Bar Sport a fare i Commissari Tecnici della Nazionale (o per chi non si occupa di calcio, di qualunque altra cosa gli piaccia). Tanto, in fondo in fondo, riteniamo che nessuno ne sappia davvero molto.

A noi e a loro vogliamo parlare.

Vogliamo dire che la fiducia che dobbiamo avere gli uni negli altri è il valore che ci sostiene. Che ci fa essere un popolo, una nazione. Che la fiducia che chiediamo agli altri quando facciamo la nostra professione, quando, nel nostro lavoro, diciamo o facciamo qualche cosa, la dobbiamo anche dare. Che credere agli altri, dare fiducia a chi ha studiato un campo del sapere, non è una sciocchezza ma un gesto di reciproco affidamento.

Certo che abbiamo il diritto (e anche il dovere!) di ragionare su quanto ci viene detto. Di confrontarci con chi dichiara di essere esperto. È sempre lecito dubitare di un singolo, soprattutto se quel singolo vuole presentarsi come guida per gli altri. Più complesso è capire come giustificare un dubbio contro tutta una categoria di persone. La prima posizione è quella di qualcuno che pensa e che vuole conoscere, capire. La seconda di chi vuole ribellarsi ma non ha un obiettivo per la sua ribellione. Che, allora, si ribella contro tutto.

Don Ferrante, ci racconta il Manzoni, per la sua imprudenza morì di peste. E trascinò con sé Donna Prassede, sua moglie. Possiamo essere incoscienti e mettere a rischio noi e gli altri. O possiamo prenderci cura gli uni degli altri e comportarci in modo prudente.

Andrea Bicocchi
Andrea Bicocchi
Imprenditore, editore de "Lo Schermo", volontario. Mi piace approfondire le cose e ho un'insana passione per tutto quello che è tecnologia e innovazione. Sono anche convinto che la comunità in cui viviamo abbia bisogno dell'impegno e del lavoro di tutti e di ciascuno. Il mio impegno nel lavoro, nel sociale e ne Lo Schermo, riflettono questa mia visione del mondo.

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