Quando la storia sfuma: un equivoco che non è poesia

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Nel racconto dell’ultimo viaggio di Giovanni Pascoli, il film Zvanì introduce un’ambiguità tra memoria poetica e verità storica, oscurando il ruolo di Severo Bianchini: scienziato e intellettuale lucchese che organizzò quel viaggio in ogni dettaglio e lo condivise come gesto di antica e profonda amicizia.Un film che si presenta come storico deve scegliere: o dichiarare apertamente il proprio simbolismo, oppure rispettare i fatti. Quando non lo fa, il rischio non è l’interpretazione, ma la confusione. È ciò che accade in Zvanì, proprio nel punto più delicato del racconto: l’ultimo viaggio di Giovanni Pascoli. Il film esordisce con un’affermazione netta: sul convoglio erano presenti soltanto due autorità, il politico e il professore. È un dato tutt’altro che marginale, perché colloca subito la scena in una cornice storicamente riconoscibile. E quel professore, senza possibilità di equivoco, è Severo Bianchini. Le basi storiografiche sono solide: Bianchini, clinico di alto profilo e primario dell’ospedale di Lucca, era realmente su quel treno, accanto al poeta, e ne organizzò il viaggio in ogni dettaglio. Le fonti coeve lo attestano con chiarezza.

Eppure, nel corso del film, o almeno nella sua ricezione, affiora una seconda figura chiamata Severino, descritta come amico d’infanzia. È qui che si apre una frattura che non può essere liquidata come semplice licenza poetica. Questo Severino sembra sovrapporsi a una persona che, al momento della morte di Pascoli, non poteva essere presente: morto da circa otto anni e già da tempo afflitto da gravi problemi di natura mentale, per questa ragione purtroppo sottratto alla vita sociale.

Il ruolo di Severino Ferrari fu senza dubbio importante nella formazione e nella giovinezza di Pascoli, ma non esclusivo né attivo negli ultimi anni; presentarlo come unico e presente riferimento affettivo, senza una chiara cesura temporale, finisce per produrre una sovrapposizione di identità che può risultare fuorviante. La domanda, allora, è inevitabile: siamo di fronte a una riesumazione narrativa non dichiarata, a una fusione impropria tra memoria poetica e cronaca storica? Il problema non è la suggestione in sé, ma il silenzio che la accompagna. Il film non segnala mai questo slittamento, e così una presenza reale, documentata, rischia di essere diluita e confusa con una figura che appartiene a un altro tempo, a un altro destino. Non è un dettaglio: è il punto in cui la veridicità storica viene messa alla prova, soprattutto quando il racconto arriva al grande pubblico e tende a fissarsi come versione dei fatti. In questa prospettiva, il film sembra suggerire che nel lungo periodo di Castelvecchio, tra i più stabili e maturi della vita di Pascoli, si apra una sorta di vuoto affettivo, colmato quasi esclusivamente da legami familiari. Eppure proprio in quegli anni il poeta aveva costruito una rete solida e viva di relazioni: dal professor Severo Bianchini, ad Alfredo Caproni, medico e amico, fino ad Alfredo Caselli, presenza costante, punto di riferimento imprescindibile e figura centrale della vita culturale lucchese. Ridurre questa trama umana complessa a un silenzio relazionale significa distorcere la verità storica.

Ed è proprio qui che la questione si allarga oltre il singolo episodio. Se un film che si propone come biopic può permettersi una distorsione di questa portata, rendendo “presente” un personaggio morto da anni senza farne percepire chiaramente la dimensione onirica o simbolica, allora è lecito chiedersi cos’altro possa essere stato piegato alle esigenze della sceneggiatura.

Il dubbio riguarda anche altri snodi delicati del racconto, come la rappresentazione di un sentimento tra fratelli caricato di tonalità morbose: su quali basi storiche solide si fonda davvero? È una responsabilità tutt’altro che astratta. Chi studia Pascoli oggi, come probabilmente molti dei cinquecentomila studenti che quest’anno affronteranno la maturità insieme a me, spesso guarda a questi film come a una fonte di chiarimento. E lo spettatore, alla fine, si alza e se ne va portando con sé, senza accorgersene, ciò che gli è stato raccontato come vero.

Basterebbe tornare alle fonti. Nel saggio L’ultimo viaggio, pubblicato nel 1924, Severo Bianchini scrive in prima persona. Il tono è sobrio e commosso, privo di enfasi, lontano da ogni costruzione mitica. Il legame con Pascoli non nasce nell’eccezionalità dell’addio: è un rapporto antico, condiviso dalle famiglie, fatto di consuetudini, di case frequentate, di una vicinanza che attraversa gli anni. È dentro questa continuità che si colloca l’ultimo viaggio, non in una dimensione visionaria o simbolica. Qui emerge anche il tratto che rende Bianchini una figura tanto essenziale quanto poco celebrata. Medico e scienziato di primo piano, curò uomini di straordinaria rilevanza pubblica, da Pascoli a Puccini, fino a regnanti d’Italia e d’Egitto, ma non fu mai attratto dal prestigio che ne sarebbe potuto derivare. La sua autorità era silenziosa, fondata su una competenza altissima e su una profonda umanità, che lo portava a riservare le attenzioni più premurose ai più fragili, ai miseri, ai sofferenti. Non è un caso che il suo monumento lo ricordi come studioso delle cose buone e amante delle cose belle, un medico che ebbe cuore per tutti ed ebbe il cuore di tutti.

 Ma è ancora una volta il documento del 1924 a parlare più di ogni interpretazione. In quelle pagine Pascoli non è un’icona: è un uomo che chiede aiuto.

«Severino, salvami, ho ancora tante cose da fare.»

Parla l’uomo. E quando lascia la casa di Castelvecchio, Pascoli esce appoggiandosi al suo medico. Si ferma, guarda le montagne che erano state rifugio e patria interiore, e le saluta sapendo che non vi avrebbe fatto ritorno. In quella scena non c’è allegoria: c’è una mano che sostiene, un passo che vacilla, uno sguardo che si congeda.

È lì che Severo Bianchini va collocato. Non come ombra poetica, non come figura ambigua, ma come presenza reale, discreta, decisiva.

La poesia non ha bisogno di confondere la storia per essere vera. Le basta non tradirla.

Riferimento bibliografico:

Severo Bianchini, L’ultimo viaggio, 1924.

Duccio Nencini

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