Il punto finale della campagna elettorale.

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Fare sintesi delle proposte per la campagna elettorale non è facile.

La maggioranza dei leader non parla di temi ma di emozioni.

Sorvolando sulla scelta suicida del PD di presentarsi solo in campagna elettorale (rompendo sia a sinistra che al centro), è curioso osservare che le proposte di contenuto vengono dalle ali estreme (FdI e 5 Stelle) del panorama politico più che dalle componenti moderate.

Intendiamoci: tutti hanno messo giù dei programmi più o meno corposi (ve li forniamo qui avanti, se mai volete leggerli). FdI mette giù 40 pagine in 25 punti con rimandi ulteriori su internet (che però ripetono quanto scritto sul programma). La Lega presenta un programma di 202 pagine che affronta una infinità di proposte diverse in tutti i settori. Forza Italia ha un programma di 36 pagine e 24 aree. Azione/Italia Viva presentano un programma di 60 pagine diviso in 20 tematiche. Il PD ha un programma di 37 pagine divise in 3 aree tematiche. Infine, i 5 Stelle ne confezionano uno di ben 251 pagine e 4 aree tematiche.

Varia la lunghezza, varia lo stile comunicativo e varia anche il grado di retorica presente (da moderato a stucchevole). Tutti questi programmi, però, condividono la più assoluta genericità sul reperimento delle risorse o sui costi delle iniziative. In effetti, ad eccezione del programma di FI, nessuno si pone neppure il problema di costi e risorse. E anche chi lo fa (Forza Italia), si limita ad una pagina in fondo con il totale delle risorse complessive che si potrebbero liberare, ma sono assai ottimistiche.

Vista la genericità dei programmi, in questa breve analisi ci baseremo soprattutto sulle dichiarazioni dei leader. Infatti, se tutti hanno azioni programmatiche scritte da qualche parte e non ne parlano, vuol dire che non le ritengono importanti per l’elettorato.

Quindi anche noi ci occuperemo di ciò di cui i leader parlano e non di quello che hanno scritto (o fatto scrivere) nei programmi non raccontati.

Fratelli di Italia, con la Meloni, si presenta con una base programmatica abbastanza ben delineata: dialogo europeo con un obiettivo di riformare (o ridimensionare) le istituzioni comuni, controllo delle frontiere contro l’immigrazione con l’istituzione di hot-spot in Libia e “blocco delle partenze”, sicurezza interna, eliminazione del reddito di cittadinanza, allineamento internazionale con la NATO (compreso il sostegno, senza ambiguità, sulle sanzioni) e riforma presidenzialista. Un programma abbastanza esteso e frequentemente raccontato. Poca polemica con gli avversari se non in risposta ad attacchi personali e una linea comunicativa puntata sull’affidabilità. FdI sta puntando ad un elettorato moderato, probabilmente perché cosciente che quello di destra è già suo. I messaggi che propone sono di affidabilità e prudenza per mostrarsi pronta al governo del paese. Di fatto ha segnato buona parte dei temi della campagna costringendo gli altri a inseguirla o contrastarla.

Più movimentista appare la posizione della Lega. I temi su cui insiste sono i cavalli di battaglia di sempre, da quando la leadership è di Salvini: pensioni (stavolta con quota 41), immigrazione, sicurezza e, due novità di quest’anno, nucleare e pressante richiesta di uno sforamento di bilancio. Poi naturalmente la Flat Tax, che in sé sarebbe anche un tema serio, ma viene poi declinata su un improbabile fronte del 15%. Con queste posizioni, lo spostamento della Lega da forza di governo e dei ceti produttivi a forza populista e della spesa pubblica, diviene netto. Salvini, però, si dimostra soprattutto un “animale da folla”. Nessuno come lui è abile nel gestire il contatto con la gente. Nei comizi è capace di trascinare all’applauso anche le pietre e riesce a fare passare il messaggio “sono uno di voi”. Quindi, alla fine, il messaggio che la Lega salviniana manda all’Italia è tutto imperniato sulla spesa aggiuntiva (senza accennare alle coperture): pensioni a quota 41, bonus per le bollette, rottamazione delle cartelle esattoriali, difesa delle constituency come balneari e taxi, tasse basse per tutti. Mentre i temi di immigrazione e sicurezza finiscono un po’ in secondo piano.

La campagna elettorale di Forza Italia, e del suo leader Silvio Berlusconi, è stata sottotono, in gran parte per l’età del leader che ne ha limitato la possibilità di intervento. Inoltre, è mancato un vero tema portante.  Gli interventi del vecchio leader sono stati tutti indirizzati a presentarsi come il «garante»: garante della posizione europeista e atlantista, garante della moderazione dello schieramento, garante della moderazione della credibilità istituzionale del possibile nuovo governo. In tutto questo, però, FI si è trovata più che altro a inseguire. Le proposte su dentiere e pensioni hanno avuto un sapore più di prebenda elettorale che di progetto. E il tema degli alberi, oltre che essere troppo decontestualizzato da un progetto ecologista per avere il titolo di proposta, è fortemente estraneo al pensiero tradizionale del partito e del suo fondatore, come lo era l’animalismo nel recente passato. Di fatto sono appendici evidentemente posticce e poco attraenti così come sono state presentate. Lo smottamento dell’ultimo giorno di campagna elettorale verso Putin, con l’incredibile intervista a Porta a Porta, mette però seriamente in ombra la strategia del garante e la sua capacità di giudizio mentre sembra decisamente evidenziare la paura di un tracollo elettorale con conseguente tentativo, in zona Cesarini, di recuperare un qualche elettorato non più coperto dagli altri leader del centrodestra.

Il PD si presenta solo con moti di sentimento e di paura: antifascismo, svilimento dell’Italia in Europa, paura per la perdita di non ben precisati diritti, paura per riforme istituzionali che sfascerebbero l’Italia. Condita con qualche promessa da paese del bengodi come la “dote” ai maggiorenni in cui, però, non sembrano credere poi tanto. Più che altro si addita la paura per l’altro (5 Stelle/Terzo Polo o Meloni/Salvini) come motivazione al voto. Manca ogni forma di vera strategia programmatica e di posizionamento politico. La dialettica è incentrata sul contrasto agli altri. Come dicevano una volta, tanta protesta ma pochissima proposta. L’identità di partito di sinistra viene messa in discussione da Conte apertamente e Letta non pare in grado di contrastarlo con idee e proposte. Al centro è Renzi, più che Calenda, ad insidiare il PD tanto da chiedere dall’esterno, in modo assai poco ortodosso, un ricambio al vertice del Partito Democratico. Lo smottamento elettorale sia verso Conte che verso il Terzo Polo è evidente. Se i numeri finali di questi due soggetti saranno importanti, per il PD si aprirà una fase di necessario ripensamento della propria posizione.

Il Terzo Polo, in maniera speculare e contraria al PD, gioca soprattutto sul «sentimento di lutto» per la fine di un governo Draghi che aveva fatto bene e che era apprezzato dalla cittadinanza. Sorvolando sul fatto che l’esistenza di quel governo era la condanna di una intera classe politica. I temi ricorrenti sono quindi l’agenda Draghi, declinata su: alleanze internazionali, necessità di accelerare sui rigassificatori, PNRR. Poco di nuovo, molto di continuità ma, soprattutto, molta nostalgia. Infatti, non spigano come potrebbe tornare il clima di unità nazionale che consentirebbe una nuova edizione dello stesso governo Draghi se non tramite un ulteriore collasso della politica e dei partiti. Collasso possibile, sebbene non probabile, e, certo, non auspicabile. Nel complesso però riescono a passare un’idea di affidabilità fatta dalla capacità politica di Renzi e dalla verve di Calenda. E lasciano la suggestione (o la speranza), a cui non riescono a dare, però, giustificazione razionale, che il Terzo Polo possa essere la radice di un nuovo assetto del paese.

Per i 5 Stelle la campagna elettorale ha virato progressivamente sul triviale. L’idea è quella di offrire tutto a tutti o, almeno, a tanti, con zero problemi sulla tenuta dei conti pubblici. Sono andati a solleticare il peggiore istinto dell’Italia e, particolarmente, di quella meridionale. La posizione è quella di elargire bonus e spesa pubblica senza sostanziale controllo né progetto di rilancio. Una specie di “panem et circenses” in chiave moderna. In particolare, il Movimento ha fatto del reddito di cittadinanza la sua migliore chance di affermazione. Senza neppure più provare a sostenere che sia una misura temporanea o di sostegno al reinserimento lavorativo, preferendo stressarne il ruolo di misura universale per la povertà, estesa, magari, anche ai ceti medi. Del resto, era la suggestione iniziale di Grillo quella di un reddito universale indifferente all’obbligo di lavoro. Di fatto, però, la sensazione che se ne ricava è quella di una riedizione delle costosissime e inutili politiche per il sud degli anni ’80 che tanto danno hanno fatto al paese: politiche di sostegno per chi non ce la fa sono doverose; ma se rendono svantaggioso il reinserimento lavorativo e nel ciclo produttivo, innescano una dipendenza da sussidi che distrugge intere generazioni e suscita la voglia di rivalsa del resto della popolazione, disgregando la solidarietà.

La somma di tutte queste considerazioni la lasciamo a ciascun elettore.

Andrea Bicocchi
Andrea Bicocchi
Imprenditore, editore de "Lo Schermo", volontario. Mi piace approfondire le cose e ho un'insana passione per tutto quello che è tecnologia e innovazione. Sono anche convinto che la comunità in cui viviamo abbia bisogno dell'impegno e del lavoro di tutti e di ciascuno. Il mio impegno nel lavoro, nel sociale e ne Lo Schermo, riflettono questa mia visione del mondo.

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