Guerra e pace: un esercito a che serve?

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Un mondo senza guerre sarebbe un mondo migliore.

E un mondo senza armi è la strada più efficace per raggiungere questo risultato.

Quindi dovremmo tutti smettere di spendere soldi in armi: otterremmo vantaggi economici e maggiore sicurezza.

Semplice come l’uovo di Colombo.

Però…

Purtroppo c’è spesso un però. In questo caso il però è questo: ma se il “noi” che ci disarmiamo è un noi che non comprende “tutti” ma solo “una parte” che succede? Che succede se il “noi disarmato” incontra un “loro” che è armato e non ci pensa neppure a disarmarsi?

Quando si parla di pace è il problema è sempre quello. Già i romani, che la pace la conquistarono e la imposero in tutto il mondo di allora, sapevano che la pace per esistere ha bisogno di essere sostenuta con la forza.

Passando dai romani ad epoche più recenti, ci ricordiamo il tempo della guerra fredda che fu un tempo pericoloso. Buio. Certo, nessuno vorrebbe tornare a quel periodo. Il mondo ricorda ancora con un brivido di terrore i 13 giorni della crisi dei missili di Cuba. Andammo davvero vicini ad uno scontro nucleare. Troppo vicino… e per questo poi si riuscì anche ad avviare delle politiche di riduzione degli armamenti nucleari.

Ma è indubbio che se non fosse stato chiaro che gli USA avrebbero retto il punto, a Cuba sarebbero arrivate delle testate nucleari puntate sulle città statunitensi. E, siccome la storia non si fa con i “se”, ci fermiamo e lasciamo che ciascuno pensi a come avrebbe potuto essere un mondo in cui la Russia avesse tenuto in scacco gli Stati Uniti. E, magari, riflettere su come sarebbero stati quegli anni in Europa, o in Germania Ovest, o a Berino Ovest. E, di conseguenza, come sarebbe il nostro oggi.

Allo stesso modo dovremmo chiederci come sarebbe oggi il mondo se uno stato autoritario e imperialista con mire espansionistiche dovesse ritenere che gli stati vicini non sarebbero in grado di difendersi da un attacco militare. Potrebbe un tale stato decidere di attaccare quel vicino che ritiene indifeso e provare a farne uno stato vassallo? Potrebbe superare, oggi, nel 2026, i propri confini e con le proprie forze armate puntare magari sulla capitale con l’obiettivo di catturare il vertice politico per instaurare una dittatura a propria immagine come è avvenuto tante volte in un passato più remoto? Siamo davvero arrivati a vivere in un mondo sufficientemente moderno e civilizzato da pensare che questo non possa più accadere?

A queste domande non si fatica a dare risposte: è quello che è accaduto all’Ucraina. E lo stato che credeva di poter fare come voleva era, e lo crede tuttora, è la Russia di Putin. Che si è poi ricreduta sulla facilità di una tale operazione, ma non ha affatto abbandonato un simile progetto e ancora punta alla conquista del vicino. Che ancora, nonostante una eroica resistenza motivata dal desiderio di preservare la propria libertà, è inferiore per mezzi e uomini.

Quindi sì, nel 2026 è possibile che uno stato decida che il suo vicino è “appetibile” e voglia conquistarlo con la forza delle armi. E questo non è neppure un caso isolato: lo vediamo come pericolo costante in Corea (dove il Nord minaccia da sempre un attacco al Sud e i due paesi sono tecnicamente “in stato di guerra” seppure sotto un fragile armistizio). E una situazione di effettivo rischio di invasione è quello in cui vive l’isola di Taiwan con la Cina che sistematicamente (più volte l’anno) fa delle esercitazioni di blocco navale di invasione dell’isola che ritiene ribelle.

Ma anche stando più vicini a noi abbiamo la polveriera del medio-oriente con evidenti tensioni non solo attorno a Israele e Palestina ma anche con il Corno D’Affrica; il difficile rapporto tra Turchia e Siria; l’instabilità del mondo Sciita e particolarmente attorno all’Iran vera scheggia impazzita del medio-oriente. Ma certo non dovremmo smettere di guardare all’Affrica (anche quella del nord) che ribolle di guerre interne e anche ai vicinissimi Balcani dove il vento di Mosca arriva forte e fomenta fibrillazioni mai sopite.

Neppure il fronte relativamente tranquillo tra Grecia e Turchia, fonte di tensioni geopolitiche dai tempi della guerra di Troia, è esente da serie preoccupazioni. Non con questa Turchia dalla vocazione imperialista e che sta rapidamente dismettendo ogni forma residua di stato liberale e democratico: il leader dell’opposizione, e sindaco di Istanbul, İmamoğlu è detenuto nel carcere di Silivri da quasi un anno per presunta corruzione e sono stati richiesti per lui qualcosa come 2’500 anni di carcere complessivi (!!!) nel sostanziale silenzio della comunità internazionale e della società civile; o come Demirtaş, leader filo curdo, che è in prigione dal 2016 senza neppure un processo fino al 2024 poi condannato a oltre 40 anni di carcere.

La Turchia di oggi è attore impegnato attivamente nel tentativo di imporre la propria presenza strategica in quasi tutte le crisi dell’area (e quasi sempre in chiave antieuropea-antioccidentale): nella repressione delle popolazioni curde; nella già citata situazione con la Siria; nella guerra israeliana-palestinese; nella permanente situazione di tensione politico-militare di Cipro; nella divisione militare della Libia; nella guerra Russia-Ucraina. Quindi dobbiamo constatare che siamo di fatto al centro di situazioni belliche in corso e che il nostro mondo è un posto ancora pericoloso.

Quindi, no: non possiamo pensare che nel 2026 si possa dire che la guerra è un retaggio del passato e che nel nostro mondo di oggi si possa considerare un pericolo superato.

(Segue prossimamente…)

Andrea Bicocchi
Andrea Bicocchi
Imprenditore, editore de "Lo Schermo", volontario. Mi piace approfondire le cose e ho un'insana passione per tutto quello che è tecnologia e innovazione. Sono anche convinto che la comunità in cui viviamo abbia bisogno dell'impegno e del lavoro di tutti e di ciascuno. Il mio impegno nel lavoro, nel sociale e ne Lo Schermo, riflettono questa mia visione del mondo.

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