Guerra e pace: i confini della pace

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Vogliamo proseguire la riflessione avviata nel precedente articolo. Ci eravamo lasciati con la sconfortante constatazione che la guerra fosse una realtà costantemente presente anche lungo i confini della nostra Europa.

Ma, anche se abbiamo visto che la pace non è affatto una condizione scontata ai nostri giorni fuori dai nostri confini, possiamo domandarci: ma davvero la guerra è un “rischio per noi”?

È legittimo infatti dire che la nostra nazione oggi non corra significativi rischi: le situazioni di guerra o di tensione sono vicine ma non a ridosso dei nostri confini nazionali. Possiamo di conseguenza noi scegliere di non preoccuparci di eserciti e armamenti magari con il doppio risultato di avere più fondi per altro (ad es. il nostro costosissimo welfare) e magari facendo da fulgido esempio di demilitarizzazione che possa ispirare il mondo?

Che poi è un modo elegante di farsi un’altra domanda: se la guerra e la violenza sono problemi “degli altri” (altri paesi, altre popolazioni, diverse da noi perché non europee o non italiane), possiamo voltarci dall’altra parte e vivere felici con i nostri soldi e le nostre ordinarie preoccupazioni? È legittimo pensare alle nostre preoccupazioni ignorando il resto del mondo visto che possiamo?

Dobbiamo constatare che, come Europa, non siamo così immuni ai rischi di guerra (vedi i costanti sconfinamenti che la Bielorussia sta facendo su Lituania e Polonia che rischiano di essere avvisaglie di più seri problemi). Ma neppure si può dire che questo sia un problema realisticamente immediato. O almeno non è tale se consideriamo l’Europa una realtà dai confini “flessibili”: in fondo perché dovremmo preoccuparci della Lituania, che due terzi della popolazione non sa neppure se è davvero in Europa e ancora meno saprebbe trovarla su una cartina geografica?. E certo non sarebbe la prima volta che il continente si chiede se vale la pena di “morire per Danzica”.

Alle domande sopra possiamo rispondere in due modi: o che ognuno pensa a sé; o che esiste una reale fratellanza, un legame che ci rende solidali e responsabili verso gli altri e che non possiamo credere che se i problemi sono di altre persone non riguardano noi.

È curioso però osservare che tutta una fascia culturale (che tradizionalmente abbraccia anche la Chiesa Cattolica) che ha sempre detto che non possiamo voltarci dall’altra parte rispetto alle sofferenze di altre nazioni e popoli, trovi su un pacifismo peloso, deresponsabilizzato ed egoista, una piattaforma comune con un populismo sovranista.

È evidente che la campagna populista del no alla guerra “che è sempre incivile” è, nella realtà, uno scarico di responsabilità. Una via per voltare le spalle ad ogni sofferenza di popoli che agognano libertà e pace. E a nobilitare questa scelta, che premia solo noi stessi consentendoci di goderci la nostra pace e, soprattutto, i nostri soldi.

Precisiamo: non è che la forza, qualunque tipo di forza, anche la più responsabile e controllata, possa risolvere tutti i problemi. Gli ultimi 50 anni di tentativi di esportare la democrazia stanno lì a dimostrarlo: pochissimi i successi (Germania e Giappone post II Guerra Mondiale, qualcosa nei Balcani, un po’ di traballante est Europa, Corea del Sud ma solo dopo feroci contorsioni) e una lunghissima serie di insuccessi, alcuni dei quali estremamente dolorosi (Vietnam, Afganistan, Iraq, ogni intervento in Africa ma la lista sarebbe lunghissima).

Quindi non si tratta di pensare la forza di un esercito come strumento di imposizione delle democrazie ma neppure solo come mero strumento di difesa dei confini geografici. Perché la storia ci ha mostrato che un esercito potente (nella “nostra” storia quello americano) ha avuto più efficacia come deterrenza che non quando è stato usato davvero. È quell’esercito, e quella forza militare e strategica, che ha tenuto libero il Giappone dalla Cina, tutta l’Europa dalle mire russe, consentito a Taiwan di sopravvivere fino ad oggi (ma che sarà domani?), calmierato le crisi mediorientali e centroamericane, garantito la sopravvivenza della Corea del Sud.

Alla fine il tutto si decide su una domanda: una potenza di deterrenza (ossia un esercito e la conseguente facoltà di usarlo) oltre che dai rischi da cui può proteggerci direttamente è anche come fattore di stabilità internazionale?

Il pacifismo imperante dici di no. Che un esercito e le armi sono, nel migliore dei casi, uno spreco di risorse; che intervenire in uno scenario di guerra sia sempre una forma di imperialismo; che tanto ci si muove solo per interesse economico e l’unica scelta giusta è negare ogni azione militare.

Personalmente ritengo che non possiamo voltare le spalle al mondo sebbene non possiamo neppure essere coinvolti in ogni situazione di ingiustizia e guerra (neppure se ci guardiamo complessivamente come occidente allargato: Europa, America e “Est occidentale”). Ritengo però che il mondo abbia bisogno anche della forza: di una forza mite e calmierata, condotta da leader democratici che possano essere spinti a non cercare l’uso e l’abuso della forza da popolazioni che sono pacifiche per cultura di massa e che non vedano nella guerra una possibilità di espansione o una redenzione nazionale. E quindi ritengo che anche la forza, quella forza calmierata e mite, sia un elemento necessario per garantire che il mondo conosca epoche di pace. E che senza quella forza non si abbia maggiore pace ma solo maggiore insicurezza globale, più guerre e più sofferenze.

Andrea Bicocchi
Andrea Bicocchi
Imprenditore, editore de "Lo Schermo", volontario. Mi piace approfondire le cose e ho un'insana passione per tutto quello che è tecnologia e innovazione. Sono anche convinto che la comunità in cui viviamo abbia bisogno dell'impegno e del lavoro di tutti e di ciascuno. Il mio impegno nel lavoro, nel sociale e ne Lo Schermo, riflettono questa mia visione del mondo.

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