La grande frana di Niscemi in Sicilia occupa le cronache italiane da una settimana. Una frana di grandi dimensioni che ha interessato il Comune di Niscemi, in provincia di Caltanissetta, già dal 16 gennaio scorso determinando le prime criticità sull’area a ridosso della parte occidentale del centro abitato. Poi domenica 25 gennaio una seconda frana di maggiore entità ha riattivato un vecchio fronte a ridosso della parte sud del centro abitato, compromettendo gran parte della viabilità locale, la stabilità di numerosi edifici nell’area e determinando l’interruzione dei servizi essenziali.
Inevitabile tornare a parlare delle frane un po’ ovunque. Anche e soprattutto nel nostro territorio provinciale di Lucca dove si sono registrate nel tempo devastazioni e lutti a causa delle frane.
Proprio sabato scorso, 31 gennaio, Marcello Brugioni, presidente dell’Ordine dei geologi della Toscana, alla luce di quanto accaduto a Niscemi ha dichiarato: «Certamente quanto successo ha posto l’attenzione ancora una volta su quanto siano fragili i nostri luoghi. Anche in Toscana ci sono numerose frane attive e aree potenzialmente instabili, diffuse più o meno in tutti i versanti, sia nella parte appenninica che nei rilievi del centro e del sud della regione. Tuttavia in Toscana esiste un livello di conoscenza sulla distribuzione e sulla tipologia di questi fenomeni (sono circa 90mila le frane censite) che è uno dei più approfonditi in assoluto. Il lavoro di indagine e di continua analisi svolto sia dall’Autorità distrettuale dell’Appennino Settentrionale, in cui ricade la quasi totalità del territorio regionale, sia dalla Regione Toscana fa sì che per l’intero territorio siano disponibili mappe e banche dati estremamente corpose e rilevanti».

«Questi dati sono disponibili a più livelli di dettaglio e sono essenziali non solo per andare a vedere se quando succede qualcosa il dissesto era conosciuto o meno, ma anche e soprattutto per sapere con quali criteri certi insediamenti o attività possono coesistere in queste aree, e con quali accorgimenti si può svolgere con una certa serenità il nostro lavoro e la nostra vita. A questo – ha aggiunto Marcello Brugioni (nella foto sopra)– servono le mappe e i geologi: la presenza ai talk show è importante, ma non è certamente il nostro principale ruolo. È importante ribadirlo dato che, come quasi sempre accade, all’indomani di un evento disastroso come la frana di Niscemi, la geologia e i geologi diventano protagonisti: interviste sui giornali e in tv, presenze prestigiose nei vari talk show per fornire spiegazioni in merito a quanto successo e, per indagare sulle cause, riflettere sulla pericolosità e fragilità del nostro territorio ‘abbandonato’ dalle cure che invece in passato gli venivano dedicate, fare conti su quanti milioni di euro servirebbero per ‘mettere in sicurezza’ (locuzione quanto mai sbagliata e abusata perché la sicurezza assoluta non esiste), una nazione intera e così via. Il geologo in questi frangenti diventa il riferimento con cui media, istituzioni e cittadini si interfacciano per dare credito o contrastare le più varie ed anche divergenti opinioni. Anche se il professionista, perché di questo si tratta, cerca di rimanere su argomenti e spiegazioni di carattere tecnico, le domande finali restano sempre quelle: “di chi è la colpa?”, “quanti miliardi di euro sono necessari?”, “perché si è costruito lì dove è ‘evidente’ che non si doveva?”. E così via».

Purtroppo l’esperienza, ma anche interessanti studi scientifici internazionali, hanno dimostrato ormai da 20 anni e più il perché non riusciamo ad imparare dai disastri. In sintesi: il sistema “prova e sbaglia” sul quale si basano gran parte dell’esperienza e della cultura umane non funziona per eventi che hanno tempi di ritorno molto lunghi, e che una persona potrebbe non sperimentare nel corso della propria vita. Così se la funzione di trasmissione culturale viene affidata a miti e leggende ogni persona si forma un modello mentale di cosa sia un disastro, di come accada e di come si possa sopravvivergli. A questo punto un modello sbagliato non contribuisce a diminuire il rischio anzi rischia di aumentarlo. Ciò vale per le frane, per i terremoti, per le alluvioni e per altri dissesti. Se le persone, oggi sempre più per affetto dei social, vanno a caccia di falsi responsabili non si iniziano le necessarie misure di prevenzione e di riduzione del rischio, così andiamo incontro al successivo disastro annunciato.
Incredibile ritrovare in questo atteggiamento le stesse radici che ne “I promessi sposi” di Manzoni vengono abbinate alla figura di don Ferrante la cui morte, causata dalla peste, diventa occasione per mettere in ridicolo le sue presunte conoscenze scientifiche e il carattere della filosofia dell’epoca, all’origine di tante errate credenze riguardanti la terribile epidemia. Don Ferrante nega che il contagio possa propagarsi da un corpo all’altro e si esibisce in un complesso ragionamento che lo porta ad attribuire la peste agli influssi astrali sostenendo che è inutile prendere precauzioni come quelle prescritte dai medici.
A distanza di quattro secoli da quella peste appare assurdo cercare cattivi e/o colpevoli per dissesti che si potrebbero evitare.
In questo caso non si parla dei medici ma dei geologi. Passata l’attenzione al disastro si vorrebbe non parlarne più rimuovendo nuovamente il problema. «Questo modo di vedere le cose – aggiunge Marcello Brugioni, presidente dell’Ordine dei geologi della Toscana – non è certo solo rivolto alla geologia, ne fanno le spese anche altre professioni, tuttavia negli aspetti legati alla fisicità e alla sostenibilità in termini di fruizione dei nostri rilievi e delle nostre pianure, chi si occupa di gestione di frane e alluvioni viene visto come una Cassandra con tanto di scongiuri annessi. È indubbiamente evidente che non può e non deve essere così, e in particolare il mondo dell’imprenditoria ma anche la pubblica amministrazione si stanno accorgendo che interpellare prima chi di gestione di dissesti presenti e/o possibili in futuro non è certo una perdita di tempo, anzi porta ad un congruo risparmio in termini economici in quanto costruire dove è possibile e con accorgimenti tali da fronteggiare con danni minimi le calamità avverse è certamente molto meno dispendioso che dover delocalizzare o ripristinare in toto attività ed insediamenti».

Ricordiamo che esattamente due anni fa, il 5 febbraio 2024, ci siamo occupati della fragilità del territorio lucchese sul fronte delle frane, evidenziando che il rischio è presente in un quarto del territorio provinciale: qui l’articolo.
Merita ricordare che circa il 10 per cento del territorio del bacino del Serchio è soggetto a frane. Si tratta di 173,14 chilometri quadrati sul totale di 1.624,88 chilometri quadrati. Guardando alle classi di rischio più alte si parla (dati al gennaio 2024) di 23,4 chilometri quadrati nella classe R3 con ben 21.149 aree a rischio, e 3,8 chilometri quadrati nella classe R4 con 5.670 aree a rischio.
Frane, terremoti, alluvioni e altri dissesti avverranno ancora e ancora. Inutile agitarsi nelle direzioni sbagliate oppure pensare che non capiterà proprio a noi. Diciamo basta alla storia che di fronte ai dissesti non si può fare niente. È soltanto una forma di autoassoluzione che spesso porta alle catastrofi e talvolta anche ai lutti.
