L’Italia è una repubblica (af)fondata sulle pensioni

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“La costituzione più bella del mondo” (copyright di Roberto Benigni) sta mostrando i segni del tempo. E, in più parti ha bisogno di qualche ritocchino.

Sicuramente nella seconda parte ma anche l’articolo 1 merita una proposta di modifica.

Era parte della coscienza dei padri costituenti che l’Italia avesse bisogno di lavoro. Il paese era in macerie. La guerra aveva lasciato distruzione in ogni parte della penisola. Inoltre eravamo un paese arretrato. In gran parte ancora agricolo, diviso territorialmente in zone molto eterogenee. Dire che l’Italia era fondata sul lavoro era una osservazione quasi banale nella sua ovvietà e, al tempo stesso, rappresentava l’unica prospettiva di stabilità e crescita.

Poi l’Italia è cambiata.

Ha lavorato, e tanto. Ha costruito il “miracolo economico” che in gran parte è stato il miracolo di aver messo tantissime persone a lavorare e di aver supportato un percorso di creazione di campioni nazionali in varie aree. In questo l’IRI fu preziosa e potente.

L’Italia in pochi anni divenne una potenza industriale. Accrebbe le sue competenze e fortificò la sua economia.

Poi la politica cominciò a vedere che il benessere aveva messo radici. Che la situazione del paese non era così grave e che si poteva trarre vantaggio dal benessere senza far collassare immediatamente il paese.

È uno dei vantaggi della crescita economica: il sistema resta stabile anche se ci si permette qualche lusso.

Ma, si sa, quando si assaggia il lusso è poi difficile avere moderazione. E noi non la avemmo. Affatto.

Erano i temi di Craxi ma anche delle parti più “sfacciate” della DC. Erano gli anni 80. Era la decade che fece impazzire l’Italia. Un decennio in cui portammo il debito pubblico da un modesto 60% a oltre il 100%.

Soprattutto era il periodo in cui la politica fece assaggiare e gustare alla gente l’idea che si potesse fare debito. Che il costo delle scelte potesse ricadere su degli “altri” senza problemi. E quando si assaggia il gusto del “pasto gratis”, è difficile smettere.

È lì, in quel periodo, che l’Italia cominciò ad amare l’idea del “pasto gratis”. E tra tutte le forme di “pasto gratis”, trovò una vera passione per le pensioni.

Furono tempi felici: pensioni per tutti, grandi e piccini, italiani e stranieri. Pensioni in cambio di voti. Più elargivi più la gente di premiava. E chi faceva la Cassandra, ricordando che era una follia, finiva emarginato e punito dal voto popolare.

Certo c’era quel piccolo problema: chi pagava il conto di questo immenso ristorante?

Ma non era un grande problema per quel periodo: il bello (e il brutto) dei debiti è che non vanno pagati subito. Che si può rimandare. Generalmente di anni. Se poi il debito lo fa lo stato, si può rimandare di decenni, anche molti decenni. E la politica vive su tempi di pochi anni, talvolta di mesi, soprattutto durante la prima repubblica dove i governi non duravano mai una intera legislatura. Dove ci inventammo le più varie specie di governi, compresi quelli “balneari” ad indicare governi la cui durata era quantificabile in giorni.

Tornando alle pensioni elargite con magnanimità, erano i tempi in cui i baby boomer erano in massa a lavorare. Il rapporto tra lavoratori e pensionati, nonostante le maglie larghissime, rimaneva molto vantaggioso.

Non che ai politici sfuggisse il dato: queste pensioni, questi regali, sarebbero stati da pagare da parte di chi era appena nato o non ancora nato.

Sì perché il meccanismo delle pensioni funziona così: a chi lavora si prelevano risorse e con quei soldi si paga le pensioni. Finché a stare in pensione sono molti meno che a lavorare tutto ok. Ma se poi i boomer vanno in pensione e non ci sono un numero maggiore di giovani che entrano nel mondo del lavoro a sostenere i costi di queste pensioni, il sistema collassa.

Era chiaro già allora. Ma era pure evidente che il problema non lo avrebbero dovuto gestire gli stessi politici che lo stavano creando. Quindi anche questo era un “pasto gratis”: oggi mi prendo i benefici elettorali di scelte dissennate e domani qualcun altro si prenderà il dividendo negativo di problemi che causo io.

In fondo ogni nazione ha i politici che merita: se la popolazione vuole “pasti gratis” non potrà considerare una colpa il fatto di essere imprevidenti.

Così arriviamo, di pensione in pensione, alla Fornero che si sentì incaricata (dall’Europa, non dai cittadini) di cominciare a mettere qualche paletto. Che che se ne dica, paletti assai poco restrittivi e morbidi rispetto al problema.

Da allora abbiamo continuato a cercare di aggirare le stesse regole che, numeri alla mano, erano già insufficienti a sostenere in modo adeguato il peso crescente delle pensioni. E l’Italia ha continuato ad amare le pensioni.

Sono il primo tema di analisi di ogni finanziaria; il più significativo dei temi elettorali; l’argomento che tutti vogliono davvero sapere. Quanto ricche saranno le nostre pensioni? Ma, soprattutto, chi mi manderà prima in pensione?

È questo il tema caldo ogni anno tra Natale e capo d’anno. Il tema delle finanziarie. E il tema centrale di ogni campagna elettorale.

Più della sanità. Più dell’ordine pubblico. Molto di più dell’economia. Le pensioni.

È per questa nostra passione nazionale che umilmente propongo di modificare l’articolo 1 della nostra bellissima costituzione:

“L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sulla pensione. La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”

Andrea Bicocchi
Andrea Bicocchi
Imprenditore, editore de "Lo Schermo", volontario. Mi piace approfondire le cose e ho un'insana passione per tutto quello che è tecnologia e innovazione. Sono anche convinto che la comunità in cui viviamo abbia bisogno dell'impegno e del lavoro di tutti e di ciascuno. Il mio impegno nel lavoro, nel sociale e ne Lo Schermo, riflettono questa mia visione del mondo.

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