La scomparsa di monsignor Pietro Gianneschi

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È morto monsignor Pietro Gianneschi. Nato a Capezzano Pianore (Camaiore) il 28 Febbraio 1937 da Onorato e Vincenza Cristallini, don Pietro ha studiato nel seminario arcivescovile di Lucca. Ordinato sacerdote il 26 Giugno 1960, è stato cappellano della parrocchia di San Lorenzo a Vaccoli e successivamente segretario di monsignor Enrico Bartoletti, già Vescovo di Lucca e Segretario della Cei.

Di ritorno da Roma, ha insegnato nel seminario di Lucca ed è stato assistente della Fuci, Federazione Universitaria Cattolica Italiana. Inoltre nell’aprile del 1984 ha ricoperto la carica di vicario generale della Diocesi. Dal 19 settembre 1990 al 19 maggio 1991 è stato amministratore diocesano, eletto dal collegio dei Consultori. Il 1° Ottobre 1992 è stato nominato parroco moderatore di San Paolino in Viareggio, incarico che ha ricoperto fino al momento della sua nomina a parroco di San Vito, avvenuta il 14 settembre del 2000.

Il ricordo e la sua figura in una lettera di Antonio Lovascio

Carissimo don Pietro, ora che hai raggiunto serenamente la Casa del Padre, nella quale ritrovi i tuoi Vescovi, tanti confratelli nel sacerdozio, tantissimi parrocchiani ed amici, non posso non esprimerti con la Preghiera tutta la mia gratitudine. E quella di numerosi altri “compagni di viaggio” che hanno condiviso le nostre esperienze nel campo delle Comunicazioni Sociali. Penso alla tua semina feconda: sei stato per noi un Maestro prezioso, paziente, illuminato e illuminante. Te l’avevo scritto quando – celebrando i 60 anni dall’apertura del Concilio Vaticano II – Papa Francesco ha sollecitato la Chiesa a non chiudersi ma a stare con umiltà fra la gente, attenta ai più poveri, consapevole della propria natura e missione. Quando ha invitato noi tutti a vincere la tentazione di mettere le agende personali prima del Vangelo, di lasciarci trasportare dal vento della mondanità per inseguire le mode. Il volto di Dio “è amore e accoglienza”. Ecco da dove “nasce e rinasce la fede: non dal dovere, ma da uno sguardo d’amore” accompagnato da semplicità, gioia e unità.

Una Chiesa innamorata di Gesù non ha tempo per scontri, veleni e polemiche.

Bergoglio ha così risposto a parte degli interrogativi di oggi ed a quelli sollevati nel corso degli ultimi decenni all’interno della stessa comunità ecclesiale ed all’esterno in una società sempre più secolarizzata, registrati con sottile ironia in un recente libro dal comune amico don Franco Cerri. Quelle usate dal Pontefice, sono le stesse parole tramandate dai tuoi Maestri: San Paolo VI, che tu hai sempre chiamato “il traghettatore” (è vero: è stato l’artefice della coraggiosa e sapiente svolta conciliare iniziata da Giovanni XXIII), la bussola che ha orientato il tuo ministero sacerdotale. Nel quale molto ha inciso il fatto di essere stato per 15 anni il più stretto collaboratore di monsignor Enrico Bartoletti (già Pastore di Lucca dal 1958 al 1972) soprattutto negli anni romani in cui “il vescovo” è stato chiamato da Papa Montini alla segreteria generale della CEI e si è consumato fino alla morte per preparare il grande convegno del 1976 su “Evangelizzazione e promozione umana”.

Senza dimenticare l’altro fiorentino, monsignor Giuliano Agresti, che ti ha voluto come Vicario generale, prima che realizzassi il tuo essere prete “in mezzo al gregge”, nelle comunità parrocchiali di San Paolino a Viareggio e (per lunghi anni) di San Vito a Lucca.

La “lezione” di Paolo VI è entrata spesso nelle nostre conversazioni. Sei sempre stato affascinato dal “Papa pellegrino”, che con i suoi viaggi ha aperto le porte del mondo. Tra i suoi numerosi insegnamenti mi hai sempre ricordato due grandi Encicliche, tuttora cariche di attualità: l’“Ecclesiam suam” e l’“Evangeli nuntiandi”.

Nella prima invita la Chiesa a mettersi in dialogo con tutta l’umanità; nella seconda ad annunziare il Vangelo a tutte le genti. Di grande e perenne attualità, in questa seconda Enciclica – me lo hai spesso sottolineato – sono le parole sul rapporto tra i maestri e i testimoni. E come non richiamare l’angosciosa preghiera rivolta a Dio in occasione dei funerali di Aldo Moro?

Se Montini ha alimentato la tua missione sacerdotale (hai voluto imitarlo anche accettando l’incarico di assistente diocesano della “sua” FUCI per dedicarti alla formazione dei giovani universitari) monsignor Bartoletti è stato per te come un padre. Eri e sei tuttora fiero della sua “eredità” spirituale, che hai storicizzato in tre importanti volumi ed in altri interessanti saggi che sono al vaglio della Congregazione per le Cause dei Santi perché ne riassumono il profilo pastorale. Con il Convegno su “Evangelizzazione e promozione umana” giustamente si affermò, pur in un contesto socio-culturale molto difficile, che “Il Concilio era finalmente giunto anche in Italia”. Infatti subito dopo il vertice della CEI riuscì con il piano pastorale su “Evangelizzazione e sacramenti” a dare il primato all’evangelizzazione, alla Parola di Dio, completando così un progetto ideato perché la Chiesa italiana realizzasse pienamente il Concilio, ponendosi nel mondo al servizio dell’umanità (ecco la “Gaudium et spes”). Ma mi sono sempre dichiarato d’accordo con te nell’affermare che il Convegno su “Evangelizzazione e promozione umana” ebbe anche una grande importanza per superare una dolorosa frattura, creatasi nel mondo cattolico in occasione del referendum sul divorzio (1974).

Caro don Pietro, a volte mi interrogo su che lettura darebbe “il Mosè del Vaticano II” (così lo definì nel 1980 il cardinale Carlo Maria Martini in una affollatissima assemblea del clero fiorentino convocata dal cardinale Giovanni Benelli) della crisi di oggi e soprattutto come l’affronterebbe. È vero che nel Terzo Millennio la società è cambiata, ma è anche vero che il Concilio ha tuttora bisogno di essere conosciuto e attualizzato. Penso a quanto mi hai ribadito nell’ultima intervista. Ossia al primato della Parola di Dio. Penso alla Chiesa del Concilio come evento ed esperienza di comunione, nella quale tutti ci sentiamo corresponsabili, pur nella diversità dei servizi. Penso infine a quanto il Concilio affermò nella sua ultima Costituzione “La Chiesa nel mondo contemporaneo”: “Le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi, dei poveri e di tutti coloro che soffrono, sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo”.

Nel nostro tempo segnato dalle guerre, dalla crisi della politica, mi sforzo anche di intuire cosa farebbe il Vescovo Bartoletti per rivitalizzare l’impegno dei cattolici.

L’Italia è mutata, la situazione socio-culturale e religiosa non ha più niente a che vedere con quella degli anni del Concilio ed in quelli seguenti. Però ricordo bene che per Bartoletti l’impegno politico dei cattolici è sempre stato inscindibile dall’essere cristiani. Con Paolo VI sosteneva che “la politica è la forma più esigente della carità”.

Nei suoi rapporti con gli uomini politici (Moro, Fanfani, Zaccagnini, Andreotti, ecc.) e nel suo insegnamento sempre affermava che il cristiano laico deve unire insieme la “grazia e la competenza”. E qui in Toscana non aveva difficoltà ad indicare Maria Eletta Martini (già dal 1946 animatrice della rivista lucchese Regnum Christi) e Giorgio La Pira (ora Venerabile) come sicuri punti di riferimento; indicandoli come modello per incoraggiare l’impegno dei laici al servizio del bene comune. Non a caso, a partire da quegli anni, Lucca è diventata una sorta di capitale italiana del Volontariato, grazie alla spinta del suo successore, monsignor Giuliano Agresti e alla generosità di alcuni cattolici in ascesa politica come Giuseppe Bicocchi. Guardando a ritroso, immagino che mi risponderesti: “il problema della Chiesa in Italia non è anzitutto il fatto che non c’è più un partito cattolico (con molto rispetto occorrerebbe domandarci se la DC lo è sempre stato!), ma l’assenza di una integrale formazione dei cristiani laici”. Di qui la mancanza di speranza, che spesso si avverte un po’ a tutti i livelli del mondo ecclesiale. Anche in quello della Comunicazione.

Dove fortunatamente resistono ed hanno un ruolo fondamentale nella Chiesa di Papa Francesco due testate che tu hai contribuito a far nascere ed a lievitare. Con Bartoletti sei stato uno dei più convinti sostenitore di “Avvenire”. Immagino che sovente ripensi con nostalgia a quei tempi, essendo stato impegnato per oltre quattro anni nella redazione della pagina di Lucca del quotidiano cattolico (come non ricordare l’allora direttore Angelo Narducci, un amico per entrambi?) che ha avviato al giornalismo Oriano De Ranieri e Paolo Mandoli e tanti altri giovani collaboratori che avevano un solido punto di riferimento nell’allora “inviato” Angelo Scelzo e sul fronte de “La Nazione” in Franco Barghini. Con un certo orgoglio potresti invece ritornare al 1983, quando il tuo intervento a fianco del vescovo Agresti fu decisivo nel portare avanti con il card. Piovanelli il progetto di “Toscana Oggi”, non solo per l’affetto e la stima che vi legava ad Alberto Migone, primo direttore. Sono gli anni in cui – con la mia presenza nella redazione lucchese de “La Nazione” – si è consolidata la nostra amicizia. In incontri quasi quotidiani e nelle periodiche serate (anche conviviali) in quella sorta di “cenacolo” che era la canonica di San Michele in Escheto. Don Franco Baroni, don Sirio Valoriani, Oriano De Ranieri e Massimo Lucchesi non sono più tra noi e tu li hai appena raggiunti nella Casa del Signore. Ma con Franco Barghini, Paolo Mandoli, Giampiero Della Nina e Domenico Tani penserò spesso a quell’Agape fraterna che per anni ci ha consentito di tenere viva una “fiaccola” di testimonianza cristiana nel mondo dell’informazione.

Non possiamo fermarci. Ma con un’attenzione al contesto socio-culturale di “oggi”, dobbiamo individuare vie nuove perché la Cultura e la comunicazione sociale possano svolgere il loro prezioso servizio. Come spesso ci ripetevi, sono strumenti indispensabili per mediare il Vangelo in questi nuovi tempi difficili, ma bisognosi di una costante ed intensa evangelizzazione.

La tua testimonianza di Gesù ci accompagni per sempre.

Antonio Lovascio

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