Stefano Miliffi, il fotografo lucchese che cerca storie da raccontare in giro per il mondo

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A vent’anni ha lasciato la nostra Lucca per inseguire un sogno, quello della fotografia. Oggi vive e lavora come fotografo a Berlino, dove riesce ad esprimere al meglio la sua arte e a farsi apprezzare per le sue qualità professionali. Coinvolgimento, coerenza, sensibilità e curiosità: sono questi gli ingredienti che, in giro per il mondo, hanno ispirato ed ispirano il fotografo lucchese Stefano Miliffi.

Come e quando è nata la tua passione per la fotografia?

La mia passione per la fotografia è nata durante gli studi superiori in grafica pubblicitaria, precisamente quando ho imparato le tecniche di ripresa con il banco ottico e lo sviluppo all’interno della camera oscura. Un giorno la mia professoressa mi chiamò e mi disse che aveva presentato una mia fotografia ad un concorso, comunicandomi che avevo vinto il primo premio in denaro. Così, senza neppure sapere bene come, mi mise in mano i miei 200 euro vinti faticosamente sul campo di battaglia! A quel punto ho pensato che se vincere era così facile, avrei potuto fare un sacco di soldi! A parte gli scherzi, con il passare degli anni mi sono ovviamente reso conto che la realtà è ben diversa. Comunque, per tornare all’origine di questa mia passione, è chiaro che per fare questo lavoro la curiosità è alla base di tutto. Quindi, a prescindere da quelle che sono poi le esperienze professionali, è ovvio che il guizzo e la voglia di approfondire ce li devi avere dentro. E queste sono cose che nessuno ti insegna!

Come lavori e, soprattutto, come nasce l’idea di un nuovo progetto?

Gli ingredienti principali della mia pratica fotografica sono il coinvolgimento emotivo in ciò che voglio raccontare e la coerenza con la persona che sono. Io, sinceramente, non mi considero un fotoreporter perché non amo stare in prima linea durante gli eventi di cronaca insieme ad altri fotografi: tutti a fotografare la stessa cosa, non fa per me e lo dico senza problemi! Per carità, l’ho fatto e nei miei progetti mi sono trovato varie volte in situazioni simili, ma ho sempre provato a metterci del mio e a raccontare quello che vedevo in maniera differente. Diciamo che io sono un fotografo documentarista che lavora a progetti a lungo termine e, come tale, più che rispondere alla domanda:”cosa sta succedendo?”, provo sempre a rispondere alla domanda:“perché questa cosa sta succedendo?”. E questa, credimi, è una differenza fondamentale nell’approccio al mio lavoro e alla fotografia. È ovvio che per fare questo è necessario essere molto sensibili, non fermarsi mai alla superficie delle cose e creare delle relazioni con i luoghi e le persone che si intendono fotografare. Peraltro, nella fotografia a lungo termine succede spesso di avere un effetto sorpresa, ovvero di ritrovarsi davanti a cose o situazioni che non avresti mai immaginato durante la fase di preparazione del progetto. E qui devi essere bravo a cogliere il momento e le sue sfumature, a saper cambiare rotta in corso d’opera.  Non sempre uno ci riesce, ma ci deve provare costantemente. Nell’ultimo periodo, poi, ho lavorato molto in coppia con dei giornalisti e mi sono trovato davvero bene. Credo, infatti, che in alcuni casi la fotografia non possa spiegare tutto. Certamente quello che posso fare io è creare un’atmosfera, ma poi c’è bisogno di un testo che spieghi e contestualizzi certe cose. Il lavoro in coppia è utile per osservare le cose da punti di vista diversi, e sinceramente aiuta anche me ad essere più critico e autocritico. È un approccio al lavoro che, con il passare del tempo, sto apprezzando sempre di più.

Sei andato via da Lucca all’età di vent’anni, qui ci sono poche prospettive di lavoro nel tuo settore? Pensi di ritornare, un giorno?

Sono andato via perché sentivo il forte bisogno di esplorare e conoscere nuove realtà alle quali non ero abituato. Sicuramente le motivazioni che mi hanno spinto ad andarmene non sono legate alle prospettive lavorative che ci possono essere, o meno, a Lucca. Io vivo di fotografia, in tutti i sensi. Però ti dico sinceramente che ad oggi la fotografia documentaria a cui mi riferivo poco fa è un settore che non occupa tutta la mia attività fotografica. Questo perché emergere come documentarista è molto difficile, la concorrenza è tanta e la qualità dei lavori anche. Penso di ritornare un giorno? Non lo so. Spesso mi manca vivere in Italia e riuscire a comunicare con maggiore semplicità con le persone. Altre volte, invece, sono felice dove sono e preferisco tornare a casa e dagli amici di una vita solo durante le feste.

Che esperienze hai fatto e dove sei stato da quando hai lasciato Lucca?

Durante gli ultimi 10 anni ho viaggiato molto per lavoro: in definitiva cercavo storie da raccontare. Avevo in mente qualcosa e sentivo di dover visitare alcuni luoghi, per un arricchimento sia professionale che umano. Nonostante io sia un fotografo molto giovane, credo che il mio lavoro più significativo sia quello di documentazione dello sviluppo urbano e dei processi di democratizzazione (anche mancata) in Marocco. È un progetto iniziato 5 anni fa che, oggi, è ancora in continua evoluzione. Un progetto a cui ho dato molto e che mi ha dato molto, non te lo nego. È già stato esposto e pubblicato a capitoli, ma il mio sogno nel cassetto è quello di poterlo presentare in tutta la sua interezza e far trasparire al meglio il mio punto di vista sulla questione.

Raccontaci qualche aneddoto interessante della tua vita da fotografo giramondo.

Ci sono state varie esperienze negative che, comunque, hanno contribuito alla mia crescita personale. Esperienze di vita che porto sempre con me e che mi hanno senz’altro forgiato. A parte questo, una volta stavo fotografando una nuova città marocchina e mi sono ritrovato a cucinare una spaghettata di pesce per la famiglia di un grosso politico dentro una villa di una zona esclusiva di Rabat: ricordo ancora gli sguardi interdetti e stupiti della servitù! Potevano immaginare tutto tranne un ospite che cucinava per una famiglia così importante. Negli anni, poi, il nostro rapporto di amicizia si è consolidato e ho avuto modo di fotografarli…e di cucinare per loro in altre occasioni, perché la mia spaghettata gli era piaciuta eccome! Ecco, anche questo è il bello del mio lavoro.

Adesso dove sei collocato? Ti trovi bene?

Da circa due anni mi sono stabilito a Berlino. Lavoro come fotografo commerciale e, per fortuna, comincio ad avere un giro mio anche come documentarista. In Germania mi trovo molto bene perché la mia categoria viene tutelata e rispettata anche dalle istituzioni. In definitiva le mie giornate le trascorro entrando in casa di sconosciuti che mi chiedono servizi fotografici nelle più disparate zone della città. In questo modo sto cominciando ad appassionarmi anche alla fotografia di interni, e appena posso mi dedico ai miei progetti! Sono abbastanza felice, si.

A cosa stai lavorando?

A febbraio ho iniziato un nuovo progetto che indaga sulla turistificazione e sulla finanziarizzazione del mercato immobiliare delle città del sud Europa e sugli effetti di questo fenomeno sulle popolazioni locali. È un progetto ambizioso pensato insieme a Francesco Marchi, giornalista e ricercatore con cui collaboro sempre con grande piacere. Ovviamente la pandemia e i recenti avvenimenti ci hanno obbligati a fermarci e a rimodellare la storia in base ai cambiamenti che l’industria del turismo subirà e alle scelte politiche che verranno prese a riguardo. L’anno scorso, invece, sono tornato in Lucchesia e nei luoghi della mia infanzia per lavorare ad un progetto più personale, legato ai luoghi dove sono cresciuto. Per il momento mi sono lasciato trasportare solo dall’istinto senza pensare troppo al dopo, poi si vedrà…

Cosa c’è nel tuo futuro?

Spero di continuare a viaggiare quanto più possibile. Spero di poter imparare sempre cose nuove e di avere vicino Cecilia, la mia compagna. Lei mi supporta tutti i giorni e, soprattutto, mi sopporta. Mi sprona ad essere una persona migliore, e questo è fondamentale.

Immagine in evidenza: Stefano Miliffi | diritti riservati

Giovanni Mastria
Giovanni Mastria
Nato a Lucca, classe 1991. Scrivo con passione di cultura, attualità, cronaca e sport e, nella vita di tutti i giorni, faccio l’Avvocato. Credo in un giornalismo di qualità e, soprattutto, nella sua fondamentale funzione sociale. Perché ho fiducia nel progetto "Oltre Lo Schermo"? Perché propone modelli e contenuti nuovi, giovani e non banali.

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