Sciopero generale, che succede davvero?

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15.

Sono stati 15 gli scioperi generali dal 1990 ad oggi.

Alzi la mano chi ritiene che questa finanziaria sia tra le 15 meno vantaggiose per i lavoratori e i pensionati degli ultimi 20 anni (cioè che non sia tra le 5 migliori).

Dei fondi per il taglio delle tasse, la grande maggioranza è andata ai lavoratori con il taglio dell’IRPEF concentrato sui redditi medio-bassi, l’aumento degli ammortizzatori sociali, la cancellazione dell’IRAP solo alle persone fisiche (quindi ai lavoratori e non alle aziende), aumento della no-tax-area, decontribuzione per i redditi medio-bassi, mantenimento del reddito di cittadinanza (pessimo nome per una misura che ha una sua necessità) e assegno unico per le famiglie (la misura sociale per riordinare i numerosi e disorganici sussidi precedentemente accumulati su INPS). Complessivamente una vera pioggia di miliardi di minori entrate e maggiori uscite concentrate su redistribuzione del reddito, non certo sulla riduzione dei carichi fiscali e contributivi sulle aziende.

E allora perché uno sciopero generale?

Intanto bisogna notare che questo sciopero non è unitario. La CISL non ha aderito e ha espresso significative riserve in merito. E anche questo è un indizio importante. Poi le motivazioni addotte dalle due sigle che lo hanno proposto: CGIL e UIL. 

La prima parla di un “metodo sbagliato da parte del governo”. La seconda di “troppi soldi date alle imprese rispetto ai lavoratori”. Ma come, pochi soldi ai lavoratori rispetto alle aziende? Sì, pochi se “confrontati con i 170 miliardi dati alle aziende ad inizio pandemia”. A parte la precisione delle cifre indicate, qualcuno avvisi Bombardieri (segretario della UIL e autore della dichiarazione) che era un altro il governo allora in carica e che i soldi in questione furono dati perché la scelta di mettere in lockdown tutta l’Italia ha reso necessario dare forti stimoli per non far fallire tutti. Oltretutto, quasi tutti quei soldi sono andati in cassa integrazione, cioè ai lavoratori. 

Complessivamente motivazioni tra l’incomprensibile (CGIL) e lo schizofrenico (UIL).

Quindi, a parte le giustificazioni addotte, quali sono le vere motivazioni?

Semplicemente il desiderio di auto conservazione della classe dirigente sindacale. 

Questo governo ha commissariato la politica che non ha grande autostima e pochissima stima del paese. Quindi ha accettato di buon grado questo commissariamento. Al punto che un autorevole ministro della maggioranza ha avuto modo di dire che “questo è il primo esempio di un Primo Ministro che concede la sua fiducia al Parlamento”. 

Il sindacato non ha la stima del paese. Ma ha una immensa autostima.

Non ha quindi accettato che Draghi lo convocasse senza rispettare le “liturgie” che, da sempre, impone ai governi. Ossia, lunghe settimane di tavoli per ascoltare le più astruse richieste, trattative inutili su punti che il sindacato presenta per bandiera ma che sa che dovrà cedere, psicodramma collettivo e, infine, dopo aver concesso un adeguato tempo a questo spettacolo, la conclusione della trattativa. Su cui magari fare un’accettazione “con riserva” al fine di fare un referendum con i lavoratori. Referendum e che viene pompato come necessario e che passa più o meno con larghezza.

Tutto questo non c’è stato. Il sindacato è stato convocato e gli sono stati presentati i soldi e la scelta di come intervenire, hanno detto la loro e ottenuto molto (Confindustria ha giustamente lamentato una sproporzione di divisione dei soldi). 

Ma tutto si è svolto senza “liturgia”. Senza perdere tempo e pressando il sindacato a fare presto.

“Inaccettabile nel metodo”, ha tuonato Landini.

Già, perché cosa ci stanno a fare le classi dirigenti sindacali se tutto si riduce a evidente razionalità e necessità. Se il lavoro lo avrebbe portato avanti qualunque funzionario e con la stessa efficacia, a che serve tutta la poderosa e costosissima macchina sindacale?

“Inaccettabile nel metodo”!!

Ora l’ultima risposta che attendiamo è il successo o meno della mobilitazione. I sindacati hanno fatto il possibile per scegliere una data che fosse vantaggiosa: non troppo vicino a Natale (ma si può dire Natale con la N maiuscola?) per non collidere con lo shopping, sperando non faccia troppo freddo. I tempi ravvicinati sono anche perché questo non è uno sciopero indetto per far pressione, nel tentativo di far cambiare idea all’interlocutore: le cose sono decise e non si vuole neppure tornare indietro. Ma per non dare troppo tempo neppure alla base sindacale di chiedersi se questa agitazione è veramente utile e necessaria. 

La scuola aderirà in modo apprezzabile, certo. La pubblica amministrazione, probabilmente, in modo meno massiccio (qui la componente della CISL è più importante).

Ma l’aspetto più importante sarà l’adesione del mondo del lavoro privato. Scontata la partecipazione quasi nulla dei dipendenti di PMI, resterà da vedere la partecipazione nelle grandi aziende. Se le sigle che hanno indetto l’agitazione non sapranno, nei pochi giorni rimanenti, vestire questo sciopero di motivazioni dignitose (operazione non facile vista la vera motivazione dell’agitazione), il prezzo di delegittimazione che pagherà sarà molto alto. 

Andrea Bicocchi @Andrea_Bicocchi

Andrea Bicocchi
Andrea Bicocchi
Imprenditore, editore de "Lo Schermo", volontario. Mi piace approfondire le cose e ho un'insana passione per tutto quello che è tecnologia e innovazione. Sono anche convinto che la comunità in cui viviamo abbia bisogno dell'impegno e del lavoro di tutti e di ciascuno. Il mio impegno nel lavoro, nel sociale e ne Lo Schermo, riflettono questa mia visione del mondo.

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