Nessuno tocchi la scuola, ma senza fare gli ipocriti. Dimostriamo davvero interesse verso l’istruzione?

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È vero, la scuola al primo posto. Impossibile sostenere il contrario. D’altronde l’istruzione, la crescita non solo culturale, ma anche sociale dei bambini e delle nuove generazioni passa, per forza, da lì, dalla formazione scolastica. Poi però accade che il paese si debba fermare: c’è un virus che si espande e fa instare gli ospedali. Talvolta, uccide. Che obbliga i governi a bloccare e quindi danneggiare le economie. E la scuola? 

“Nessuno tocchi la scuola” si ripete ogni giorno dai banchi della politica, sulle bacheche vorticose di Facebook, dove lo scontro tra mamme negazioniste, attendiste, ipocrondriache, è più feroce di un faccia a faccia in un bar di Firenze tra un tifoso viola e uno della Juve. 

Nessuno tocchi la scuola, è vero. Tutti noi siamo passati da lì e sui banchi, in classe, nei bagni a fumare le prime sigarette, seduti sul muretto nel giardino, ci abbiamo passato sicuramente gli anni più belli della nostra vita. Le ansie, le preoccupazioni per l’interrogazione di chimica, le sveglie all’alba per ripassare l’ultimo capitolo sul Romanticismo, sul significato di  “Sturm Und Drang”, quella strana espressione che facciamo fatica a ricordare. Bellissimo. Oggi siamo anche ciò che siamo stati a scuola.

È lì che abbiamo imparato a diventare grandi, a gioire dei primi successi e a dover digerire delusioni che ancora oggi ci fanno male. A scuola abbiamo costruito amicizie, ci siano innamorati e abbiamo imparato a capire l’importanza del sapere. Perché oggi sappiamo che sapere è importante anche se ci faceva fatica imparare la storia della Mesopotamia e del sovrano babilonese Nabucodonosr.

Nessuno tocchi la scuola, lo penso anche io, ma non facciamo ipocrisia. Lo chiedo prima di tutto ai politici del nostro paese, ormai identificabili a saltimbanchi nemmeno troppo simpatici ai quali sembra non interessino le sorti del nostro paese, ma spararne una al giorno a caso nel mucchio per sperare di beccarne una buona ogni tanto. Avete ridotto la scuola italiana uno schifo, un modello che non funziona, che non prepara più a niente, che non serve a nessuno e ora che stiamo vivendo tutti mesi drammatici, volete convincerci della vostra buona fede quando urlate “la scuola deve restare aperta per il bene dei nostri figli”? No, non ci cadiamo in questa fregatura

A noi interessa che le scuole funzionino bene, non vogliamo più frasi fatte, campagne opportunistiche per convincere le persone a votarvi. Facciamola funzionare la scuola e poi, se necessario, in un periodo di emergenza sanitaria chiudiamola, attiviamo la formazione a distanza seriamente. Nemmeno quella siete riusciti a organizzare. Poveri insegnanti, perlopiù bravissimi nel loro lavoro e innamorati del ruolo fondamentale che rappresentano nella società. Anche loro vittime, anche loro stanchi. Anche loro, spesso, sfiduciati. 

Per dire due numeri oggi in Italia il 20% degli studenti di scuola primaria non comprende un testo di italiano, il 28% ha insufficienze in matematica (in Campania e Calabria si arriva al 35%). Pochissimi imparano l’inglese. In un paese, l’Italia, dove il tasso di analfabetismo è pari a allo 0,8% fa impressione constatare che nel 2019 uno studente su cinque non capisca un articolo di giornale o delle semplici istruzioni. Poi c’è il problema dei genitori: davanti a un brutto voto o una nota del figlio, vent’anni fa si puniva il figlio, ora la colpa viene data unicamente all’insegnante, ritenuto non in grado di valutare equamente lo studente. Non proseguo per non infierire. 

Come in quasi tutta Europa, anche nel nostro paese, le scuole, durante questi lunghi mesi a combattere il contagio del Coronavirus, sono state chiuse in una prima fase e riaperte a settembre. Teniamole aperte d’accordo, ma non ci raccontate, soprattutto voi genitori, che combattete per tenere aperte le scuole perché vi interessa l’istruzione. Mica voglio generalizzare, ma molto spesso mi sembra che la scuola si ritenga necessaria perché così c’è un luogo sicuro dove lasciare il figlio per andare a lavorare (che è sacrosanto) o magari anche in palestra, ma perché in tutti questi anni non abbiamo combattuto tutti insieme per migliorarla questa scuola? Non è che siamo tutti un po’ ipocriti come i nostri politici? 

Perché, durante un’intera estate non siamo stati in grado di migliorare la DAD (didattica a distanza)? Io a differenza di altri, la reputo un’opportunità, penso che la tecnologia possa contribuire a migliorare la gestione della nostra vita. Magari è colpa nostra che non sappiamo utilizzare questi strumenti. Facciamocela questa domanda perché sì, è vero, nessuno tocchi la scuola. Ma senza ipocrisia.

Andrea Spadoni
Andrea Spadonihttp://www.andreaspadoni.com
A 25 anni potevo aver già fatto tutto: il diploma di ragioniere, il lavoro in banca e la villetta a schiera. Non è andata così. Sono un giornalista mio malgrado, e oggi mi guadagno da vivere aiutando le persone a comunicare su internet, ma il mio sogno è sempre stato quello di tagliare il prosciutto di Parma al banco di una gastronomia.

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