Migranti: zero valore, zero soluzioni, zero prospettive.

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Il nuovo decreto legge sulla gestione dei salvataggi in mare è stato approvato. Il che ci spinge a fare una breve riflessione sullo stato della situazione. Sulla legge. Sull’opera condotta dalle ONG che sono coinvolte. Sul sistema.

Ammettiamolo, non è una cosa facile. Non tanto perché la materia, in sé, sia complessa. Quanto perché nessuna parte di questo sistema sta funzionando. E il problema dei migranti, con il suo carico di disperazione, ci si presenta nella sua drammatica quotidianità senza soluzione o prospettiva.

Il nuovo regime prevede che chi fa salvataggio in mare debba, quanto più prontamente possibile, tornare a terra per far sbarcare i salvati. E debba andare verso il porto sicuro che gli verrà indicato dal coordinamento SAR (Search and Rescue – ricerca e salvataggio), che non sarà necessariamente il più vicino. Infine, dovrà avviare le pratiche di riconoscimento e raccogliere le richieste di asilo. Tre azioni, ciascuna con uno scopo reale di limitare l’azione delle ONG, con il retro-pensiero di poter limitare il problema dei clandestini limitando l’azione delle ONG. E, al tempo stesso, ciascuna, evidentemente, giustificata.

Se la motivazione della prima norma è palese, far giungere le persone soccorse prima possibile al sicuro, lo è anche lo scopo reale: togliere le navi di soccorso per il maggiore tempo possibile dalle zone di salvataggio e aumentare i costi di queste missioni. Che sono già parecchio costose per parte propria: armare una nave, pagare stipendi, il carburante, il cibo. Costi che le ONG coprono con i loro bilanci che, a loro volta, si formano a partire da donazioni private e convenzioni pubbliche (in parte internazionale, come ONU e organismi simili, in parte nazionali, a secondo delle nazioni di provenienza). Quindi la nuova norma ha una ratio comprensibile: portare le persone al sicuro in tempi brevi. E una motivazione nascosta, ma non troppo: aumentare i costi e ridurre il tempo di azione delle navi di salvataggio. 

Il secondo punto è quello di “chiedere” un porto sicuro. Il che costringe le navi a “non scegliere” il porto più vicino ma ad andare dove gli viene indicato. Anche qui è evidente la necessità di non aggravare la situazione di alcune aree di Italia in cui la pressione dei migranti è molto alta (con centri di accoglienza largamente oltre le capienze massime, anche oltre il doppio) e di distribuire meglio il carico di gestione. Ed è altrettanto evidente il tentativo di allungare la strada per le operazioni di sbarco con costi a carico delle ONG.

Infine il più insidioso: la richiesta che siano avviate le pratiche di identificazione e richiesta di asilo direttamente a bordo. Qui la motivazione è tecnica: il Regolamento di Dublino prevede infatti che sia il paese che identifica il migrante a doversene fare carico. Se viene identificato e fa richiesta di asilo su una imbarcazione battente bandiera tedesca, per esempio, allora la gestione deve essere a carico della Germania e, una volta a terra, deve essere condotto verso tale paese. Il che ha un duplice scopo: da una parte procedere con una redistribuzione forzata (e non più volontaria) dei migranti; dall’altra mettere a rischio le convenzioni pubbliche di queste ONG con i rispettivi stati che potrebbero non voler più finanziare queste iniziative.

Ma non è così che operano abitualmente le ONG. Di norma restano in zona fino a quando la situazione a bordo comincia ad essere difficile da supportare. E, con in zona, si intende bordeggiando le coste libiche in attesa di segnalazioni di natanti in difficoltà. Ne raccolgono fino a che possono, quindi si dirigono verso un porto sicuro, possibilmente in Sicilia o a Malta che sono vicine alla zona che è più frequentata dalle navi umanitarie. Così da poter tornare il prima possibile nelle aree di soccorso. Una specie di pesca degli uomini. 

Il percorso di salvataggio condotto dalle ONG è solo uno dei percorsi di approdo in Italia, ed anche in calo, come numeri, per via dell’attenzione mediatiche che vi si è focalizzata sopra. E che spinge molti “commercianti del dolore” a preferire altre vie per il proprio tragico business. Le ultime stime ci dicono infatti che solo il 10% dei migranti di quest’anno appena trascorso sono giunti tramite le navi delle ONG. Il resto ha trovato altre strade. 

Anche ammettendo che alcuni salvataggi siano “organizzati e ricercati”, è bene precisare che non è mai stato trovato nessun legame tra le ONG e le organizzazioni del traffico dei migranti, né questo legame appare logico, vista la spinta etica che muove gran parte dei prestatori di soccorso. E resta il punto che queste persone sono in uno stato di oggettivo pericolo e che lo sono anche prima di entrare in mare. Nel senso che anche sulle coste da cui si imbarcano sono considerati merce di scambio. È la disperazione come business, senza alcuna pietà o umanità. Le storie che vengono raccontate all’arrivo su una nave o in un centro di prima accoglienza sono raccapriccianti. Eppure non abbiamo alcuna risposta che possiamo dare loro. 

È bene ricordare che la via del mediterraneo è la più letale delle vie di immigrazione del mondo. Veramente letale: in uno degli ultimi dati disponibili risulta che il passaggio del mare dalla Libia è costato la vita ad una persona ogni 14 che hanno tentato (dato 2018). Uno dato impressionante che giustifica la definizione di cimitero data al mediterraneo.

Ma il vero problema è che il motore dell’accoglienza è inceppato. Tutto il meccanismo è opaco e incrostato. Opaco perché, una volta sbarcati, la gestione dei migranti è difficilissima, con leggi ideologizzate e mancanti di ogni senso pratico, e non coordinata adeguatamente. Incrostato perché il business del dopo-sbarco è assai ricco per chi ha pochi scrupoli (vicenda Soumahoro docet, ma anche le molte ombre su molti centri di accoglienza gestiti da varie associazioni, anche di livello nazionale…) e troppo povero e senza strumenti per chi vorrebbe fare per il bene di chi arriva. E il fatto che ci sia una sovrabbondanza di retorica e ideologia non aiuta a trovare soluzioni ragionevoli.

Allo stato, come detto, solo il 10% dei migranti arriva tramite ONG. Valore non piccolo ma minoritario. Il resto, il 90%,  arriva comunque, anche se le ONG non ci fossero. E non abbiamo dei veri percorsi di inserimento. 

Chi arriva viene messo nei centri di accoglienza. I quali non sono prigioni ma percepiscono una diaria per i giorni di permanenza dei migranti. E quindi non sono per nulla incentivati a farli uscire (e per la maggior parte di loro neppure possono farlo, visto che non hanno diritto di restare sul territorio italiano) o a fornirgli strumenti per la convivenza civile o a inserirli in modo attivo nel mondo del lavoro. Lavoro che, spesso, non possono neppure attivamente cercare visto che solo pochi di loro possono essere ammessi ai benefici della richiesta di asilo (o più precisamente, di richiesta di protezione internazionale). Che poi ad uscire ci pensano da soli dopo che hanno recuperato un po’ di forze: in genere si danno alla clandestinità per evitare di rischiare di essere rimandati in patria. Il che li porta a muoversi per le nostre strade come ambulanti (quando va bene) o ad essere reclutati nei settori in nero della nostra economia o, peggio, nelle aree della delinquenza.

Il sistema, infatti, prevede che i migranti economici (coloro che fuggono dalla povertà del loro paese in cerca di una vita migliore) debbano essere rimpatriati. Ma qui nasce uno dei problemi: perché il rimpatrio volontario, anche se economicamente incentivato, è ovviamente assai raro. E quindi si arriva ad uno stallo: non può restare ma è difficile mandarlo via. E nello stallo generiamo una massa di disperati senza futuro che divengono un problema sociale e di sicurezza per cui non abbiamo alcun progetto.

Nei centri di accoglienza non è previsto che venga insegnato nulla se non un po’ di leggi italiane. Neppure la lingua del nostro paese. Per loro non abbiamo un vero piano. Ma i migranti sono decisamente troppi per essere sussidiati per sempre. E, ovviamente, neppure loro lo vogliono. Così restiamo a metà, come sospesi: non integriamo, non respingiamo attivamente, non abbiamo idea di come gestire una massa di persone. Che in larga parte neppure vuole restare in Italia. Il che, effettivamente, sembra essere il vero motore del sistema: lasciare che, furtivamente, se ne vadano per l’Europa, prevalentemente verso Francia e Germania.

Così un sistema che non funziona continua a restare focalizzato su battaglie di retroguardia perché non ha progettualità.

riferimenti:

https://www.interno.gov.it/sites/default/files/allegati/la_guida_in_italiano.pdf

Foto di MART PRODUCTION da Pexels

Andrea Bicocchi
Andrea Bicocchi
Imprenditore, editore de "Lo Schermo", volontario. Mi piace approfondire le cose e ho un'insana passione per tutto quello che è tecnologia e innovazione. Sono anche convinto che la comunità in cui viviamo abbia bisogno dell'impegno e del lavoro di tutti e di ciascuno. Il mio impegno nel lavoro, nel sociale e ne Lo Schermo, riflettono questa mia visione del mondo.

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