Capire l’Iran oggi significa guardare contemporaneamente a tre cose: un impero antico che non ha mai smesso di pensarsi tale, una rivoluzione religiosa che ha quarantasette anni e mostra tutte le rughe del caso, e una società giovane, istruita e profondamente divisa tra ciò che lo Stato pretende che sia e ciò che è davvero. Pochi paesi al mondo presentano una distanza così marcata tra retorica ufficiale e vita quotidiana, e proprio in quella distanza si gioca il futuro della regione.
La storia recente comincia con i Pahlavi. Reza Shah, salito al potere nel 1925, modernizza l’Iran con piglio autoritario sul modello di Atatürk: codici civili, scuole, infrastrutture, un’idea laica e nazionalista del paese. Suo figlio Mohammad Reza prosegue, ma con minore polso e maggiore dipendenza dall’estero.
Nel 1951 il parlamento iraniano elegge primo ministro Mohammad Mossadegh, avvocato, aristocratico di formazione europea, nazionalista laico e popolarissimo. La sua prima mossa è la nazionalizzazione dell’Anglo-Iranian Oil Company, la futura BP, che da decenni estraeva il petrolio iraniano versando a Teheran royalties umilianti e rifiutando perfino di aprire i libri contabili al governo locale. Per gli iraniani non è solo una questione economica: è una questione di dignità nazionale, la prima volta in cui un paese del Sud del mondo rivendica il controllo delle proprie risorse contro una potenza coloniale. Mossadegh diventa in pochi mesi un simbolo, il Time lo nomina uomo dell’anno 1951.
Londra reagisce con un embargo sul petrolio iraniano e, non riuscendo a piegarlo da sola, convince Washington che Mossadegh stia scivolando verso i comunisti del Tudeh. È un pretesto: il primo ministro era un liberale ostile a Mosca, ma la guerra fredda permette qualunque semplificazione. Nell’agosto del 1953 la CIA e l’MI6 attuano l’operazione Ajax: folle pagate riempiono le strade di Teheran, ufficiali fedeli alla corona arrestano Mossadegh, lo Scià, fuggito a Roma qualche giorno prima per paura di aver perso la partita, rientra nel paese portato di fatto sui tank americani. È il primo colpo di Stato della storia organizzato apertamente da servizi occidentali contro un governo democraticamente eletto, ed è un precedente di cui Washington pagherà il prezzo per generazioni.
Da quel momento la monarchia Pahlavi porta un marchio che non riuscirà mai a cancellare. Lo Scià non è più un sovrano nazionale che si appoggia a Occidente per modernizzare il paese; è un uomo rimesso sul trono da stranieri, e ogni sua riforma successiva, per quanto razionale o benefica, viene letta attraverso quella lente. La frattura non è soltanto politica, è morale: gli iraniani hanno imparato che un governo scelto da loro può essere abbattuto da Londra e Washington quando tocca interessi sgraditi, e che il loro re preferisce il trono alla sovranità del paese. È su questo risentimento lungo venticinque anni che Khomeini innesterà la sua rivoluzione.
Negli anni Sessanta e Settanta la “Rivoluzione bianca” voluta dal sovrano porta riforme agrarie, alfabetizzazione, voto alle donne. Sono cambiamenti reali, che però arrivano dall’alto e si scontrano con due fronti: il clero sciita, che vede erosi privilegi millenari, e il bazar, l’antica borghesia mercantile che sente minacciato il proprio ruolo economico. È in questo terreno che cresce la figura di Ruhollah Khomeini, ayatollah esiliato prima in Turchia, poi a Najaf in Iraq.
Qui entra in scena un capitolo spesso rimosso: il ruolo della Francia. Quando nel 1978 Saddam Hussein, su pressione dello Scià, espelle Khomeini, la Francia di Valéry Giscard d’Estaing gli concede asilo a Neauphle-le-Château, un paesino della banlieue parigina. Sembra un gesto umanitario; in realtà è una scelta politica mal calcolata. Da quel salotto suburbano, dotato di telefoni internazionali e libertà di stampa che né l’Iraq baathista né l’Iran imperiale potevano offrire, Khomeini in quattro mesi fa ciò che in quattordici anni a Najaf non era riuscito a fare: organizza la rivoluzione, parla ai media occidentali, spedisce cassette audio che vengono ascoltate nelle moschee di Teheran. Parigi credeva di gestire una pedina utile per il dopo-Scià; le si rivelò un re.
Tornato in patria nel febbraio 1979, Khomeini liquida in pochi mesi gli alleati liberali, nazionalisti e di sinistra che la rivoluzione l’avevano fatta con lui, e impone la velayat-e faqih, la “tutela del giurista”: un sistema in cui un alto religioso ha l’ultima parola sopra ogni istituzione elettiva. La guerra con l’Iraq (1980-1988), voluta da Saddam ma trasformata da Khomeini in epica fondativa della Repubblica islamica, salda la nazione attorno al regime e gli regala una generazione di reduci e martiri su cui edificare una mitologia. Da quella guerra nasce anche il Corpo dei Guardiani della Rivoluzione, i Pasdaran, oggi vero centro del potere reale.
L’Iran di oggi è uno Stato a sovranità sovrapposta, e in piena crisi di transizione. C’è un presidente eletto, il riformista Masoud Pezeshkian, succeduto a Raisi morto in elicottero nel 2024; c’è un parlamento, ci sono elezioni vagliate da un Consiglio dei Guardiani che decide chi può candidarsi. Sopra tutti, fino a poche settimane fa, la Guida Suprema Ali Khamenei, ottantasei anni, alla guida del paese dal 1989. La sua uccisione, il 28 febbraio 2026, in un attacco congiunto americano e israeliano sul complesso di Teheran, ha aperto la prima vera crisi di successione della Repubblica islamica.
L’apparato ha indicato come nuovo Rahbar il figlio Mojtaba, a lungo preparato dietro le quinte, ma il passaggio è tutt’altro che lineare: la sepoltura ufficiale del padre è stata rinviata oltre il quarantesimo giorno, un’anomalia clamorosa per la tradizione sciita, e Mojtaba non è comparso alle commemorazioni principali, alimentando voci insistenti sulla sua salute e sulla solidità della sua presa. Accanto, e di fatto al di sopra delle istituzioni civili, restano i Pasdaran, che controllano un impero economico stimato in un terzo del PIL, dalle telecomunicazioni alla cantieristica al contrabbando. Le bonyad, fondazioni religiose nate per assistere i reduci, sono diventate conglomerati esentasse. Bazar e clero restano forze decisive ma non più egemoniche. È in questo vuoto al vertice che si decide oggi se l’Iran scivolerà verso una giunta militare di fatto guidata dai Guardiani, verso una restaurazione clericale faticosa, o verso qualcosa che ancora non ha nome.
La popolazione, circa novanta milioni di persone, racconta un altro paese. Il tasso di alfabetizzazione supera l’88% e nelle università le donne sono spesso la maggioranza degli iscritti. Eppure la partecipazione femminile al mercato del lavoro resta sotto il 15%, schiacciata da leggi che impongono il velo, limitano l’eredità, condizionano il divorzio. La protesta del 2022 esplosa dopo la morte di Mahsa Amini, con lo slogan “Donna, vita, libertà”, non è stata un episodio passeggero: è stato il momento in cui una generazione di iraniane istruite, urbane e connesse ha mostrato che il patto sociale del 1979 è rotto. La repressione è stata feroce, ma il velo, nelle strade di Teheran, oggi si vede sempre meno.
L’economia vive un paradosso. L’Iran non è arretrato: ha industria automobilistica e farmaceutica nazionali, una produzione scientifica tra le prime quindici al mondo, una metropolitana a Teheran con sette linee, una classe media urbana che vive con lo smartphone in mano e scia sull’Alborz nel weekend. Eppure lo stesso paese convive con un’inflazione che oscilla da anni tra il 30 e il 50%, una valuta in caduta libera, una fuga di cervelli che ogni anno priva il paese di oltre 150.000 laureati, e una concentrazione di ricchezza nelle mani della casta di regime, i nuovi aghazadeh, prole di funzionari che vive tra Dubai e Toronto ostentando un benessere che in patria sarebbe blasfemo. È un capitolo che merita un discorso a sé, e a cui torneremo presto.
Sul piano regionale, l’Iran ha costruito per decenni il cosiddetto “asse della resistenza”: Hezbollah in Libano, milizie sciite in Iraq, governo Assad in Siria, Houthi in Yemen, Hamas a Gaza. Il 7 ottobre 2023 ha innescato la sequenza che ne ha smontato i pilastri uno dopo l’altro. Anche a questo dedicheremo un focus più avanti. L’Iran resta una potenza, ma per la prima volta dal 1979 si trova in posizione strategicamente difensiva, costretto a ripensare la propria postura prima ancora che la propria leadership.
Resta la domanda più difficile: in cosa credono davvero gli iraniani? Sarebbe un errore liquidare l’ideologia khomeinista come pura imposizione. L’antimperialismo, il sospetto verso l’Occidente, l’orgoglio per una civiltà tre volte millenaria, una certa solidarietà con i palestinesi sono sentimenti condivisi ben oltre le fila del regime. Anche un iraniano laico, ostile al velo, magari segretamente sollevato per la fine di Khamenei, può provare un disagio profondo nel vedere il proprio paese bombardato da aerei stranieri, e non desiderare affatto un cambio di regime calato dall’alto da Washington o Tel Aviv: la memoria del 1953 è ancora viva, e il fantasma di Mossadegh torna a fare politica ogni volta che le bombe cadono sull’altopiano.
Ma il pacchetto teocratico, l’idea che un religioso debba avere l’ultima parola sulla vita di tutti, è oggi accettato sinceramente da una minoranza sempre più ristretta, concentrata nelle aree rurali, nei ceti più anziani, nei beneficiari diretti del sistema come ci hanno mostrato plasticamente le varie proteste che in questi anni si sono succedute. Il resto è un’impalcatura tenuta in piedi dalla paura, dalla forza dei Pasdaran e dall’inerzia di chi non vede alternative immediate. Le proteste del gennaio 2026, represse nel sangue con migliaia di vittime, lo hanno ricordato a chi ancora dubitava: il consenso al regime, là dove esiste ancora, si misura più in caserme che in moschee.
Capire l’Iran quindi è un complesso esercizio. Non è il “regime dei mullah” delle vignette, né il paese segretamente filo-occidentale che certi esuli raccontano. È una nazione antica con un regime oggi orfano del suo ultimo padre fondatore, una società moderna con istituzioni arcaiche, una potenza regionale in declino strategico ma capace ancora di nuocere e forse, cosa che più conta nelle prossime settimane, di implodere. Chi vorrà negoziarci, conviverci o contenerla dovrà tenere insieme tutte queste facce, sapendo che la più imprevedibile è quella che lo Stato non controlla davvero: i suoi novanta milioni di abitanti.
