Égalité

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La Francia ha appena modificato la sua costituzione. Lo ha fatto per introdurre il diritto di aborto. La Tour Eiffel, a nome di tutta Parigi, ha festeggiato la notizia con una accensione straordinaria. Alla base della torre c’era una scritta: «mon corps, mon choix» (mio il corpo, mia la scelta).

Non che in Francia il diritto all’aborto non ci fosse prima di questa modifica. Anzi, la Francia è una delle nazioni che consentono l’aborto con grande facilità e con una delle età più avanzate del feto: 14 settimane (come solo la Spagna in Europa e dietro solo all’Inghilterra che porta il limite addirittura a 6 mesi).

Quindi, in termini reali, non cambia nulla.

La vera motivazione per la modifica è politica. La Francia (e quindi i francesi) hanno sempre ritenuto che il loro livello di attuazione dei «diritti civili» fosse una misura della «grandeur» della loro nazione, assieme all’esercito, al nucleare (civile e militare) e ai territori di oltremare. Una misura che rappresenta un elemento distintivo della «francesità», del loro essere unici al mondo. L’operazione è nata come tentativo politico di marcare una distanza tra sinistra e destra conservatrice. Una specie di trappola ideologica. L’obiettivo era compattare la sinistra, mettere in imbarazzo il presidente e mettere fuori gioco la Le Pen e le formazioni a destra.

Sotto questo profilo, l’operazione è fallita. Sulla chiamata alla scelta si sono mossi tutti, tutto l’arco costituzionale. Alcuni parlamentari (dell’area di centrodestra) con più dubbi; alcuni inizialmente con l’idea di votare contro; ma poi, spinti dai rispettivi partiti, la votazione finale è stata con una maggioranza soverchiante di oltre il 90%.

Il centro guidato da Macron ha annusato il pericolo e ha sposato la linea con decisione. La destra lepenista ha fatto lo stesso. Il risultato è stato un momento di unità nazionale; una specie di festa nazionale.

Compreso che il significato reale (l’effetto sulle persone) è sostanzialmente nullo e che anche il significato politico si è ridotto praticamente a zero, merita però fare una riflessione in più sul significato ideale della scelta.

Il tema dell’aborto è intimamente legato al concetto di rispetto per la vita. E questo indipendentemente dal fatto che uno si consideri cristiano, cattolico, credente in qualche altra religione o ateo. Il tema solleva inevitabilmente risvolti etici.

La domanda che si pone è quando il feto si può dire bambino. Cioè in che momento acquisisce la dignità di essere umano.

Una risposta, che è anche quella portata avanti tradizionalmente della Chiesa, attribuisce la dignità di essere umano al momento della prima formazione: lo zigote (l’ovocita fecondato). Altre posizioni sostengono che lo si debba identificare nel momento in cui si forma il tessuto nervoso e il feto comincia ad interagire con il mondo esterno. Recenti studi fanno supporre che già dalla 8° settimana il nascituro avverta odori (all’interno del liquido amniotico) e sia sensibile al tatto. È anche lo stesso periodo in cui comincia ad avvertire il dolore se qualcosa lo stimola.

La legislazione ha cercato di spostare il punto di definizione più avanti possibile, proprio per il problema etico di interazione con l’aborto. Ed è opportuno ricordare che tutt’oggi in Italia il feto non ha riconoscimento giuridico fino a quando non esce dall’utero, sebbene non possa essere soppresso a partire dalla 13° settimana (12 settimane e 6 giorni). Un minuto prima di nascere non è qualificato “bambino”, il minuto successivo sì.

Difficile dire che il feto non è nulla di significativo e che non è un essere umano fino a quando non nasce. La domanda diventa quindi a quali condizioni la vita di un essere umano (la madre) ha il diritto di essere tutelata maggiormente di quella di un altro (il nascituro). E per quali motivi tale diritto si possa spingere fino al punto da sopprimere quest’ultima. I casi facili e banali sono quelli di sopravvivenza della madre, le cosiddette esigenze sanitarie.

Il livello successivo è la considerazione del livello di qualità della vita della madre.

La nascita di un figlio è un evento che può essere traumatico se non desiderato. Che può mutare la vita e portare dei vincoli. Il punto è che l’aborto è un biglietto per stracciare quei vincoli, per riconquistare una serenità e una qualità di vita altrimenti compromessa. Ma, ovviamente, a discapito della vita di un altro.

La scelta dell’aborto è quindi l’affermazione di un diritto su un altro diritto: quello di esistere di un terzo. Del diritto della donna di potersi riprendere la propria serenità di vita se ritiene che la gravidanza sia stata un errore. È l’affermazione che il diritto della donna di vivere una vita come le aggrada sia più importante della vita del nascituro.

Non è una scelta inconsueta: è una scelta che facciamo tutti noi in diversi modi. Ed è anche, sotto certe condizioni, sostenibile eticamente. Noi tutti difendiamo uno stile di vita e un diritto a mantenerlo anche a discapito di chi è fuori. L’uomo lo ha sempre fatto: a volte con una ragionevolezza etica, a volte con sopruso. Quando, ad esempio, si fa una guerra si accetta implicitamente che delle persone moriranno perché altre possano ottenere (o conservare, se sono gli attaccati) più ricchezze, più sicurezza, uno stile di vita migliore. Quando chiudiamo le frontiere, accettiamo che delle persone possano morire di fame o affogate piuttosto che accettare che la nostra società rischi la disgregazione o la nostra cittadinanza non abbia adeguate garanzie di sicurezza o di benessere. E sarebbe sciocco non considerare serio questo rischio. Sarebbe sciocco non considerare che, per esempio, il rischio di mancanza di sicurezza potrebbe significare, per altri versi, la perdita di vite o sofferenze significative. Neppure la Chiesa raccomanda una immigrazione incontrollata per restare sullo stesso esempio.

Così anche il diritto della donna ad avere una vita serena non può essere sminuito ma neppure può assurgere a diritto inalienabile o diritto indiscutibile. È un diritto che va confrontato con i rischi e il benessere che può essere perso. E, ovviamente, con il valore della vita che si va a sopprimere.

È eticamente orribile accettare la pratica dell’aborto come rimedio anticoncezionale ordinario. Vuol dire che la vita del feto non vale neppure lo sforzo di un po’ di attenzione. Ma anche la pratica dell’aborto come mero strumento di recupero del controllo della propria vita è sicuramente discutibile. È difficile accettare l’idea che il diritto della donna al controllo della propria esistenza è di un livello superiore ad ogni considerazione ed ogni riflessione.

Ed è precisamente questo aspetto che appare discutibile riguardo all’iscrizione in costituzione di un tale diritto. Equivale a iscrivere una superiorità di diritto di un soggetto su un altro. Una diseguaglianza che non fa certo onore a chi della parola «égalité» aveva fatto un faro per il mondo. Il passaggio da «égalité» a «mon corps, mon choix» appare stridente.

Andrea Bicocchi
Andrea Bicocchi
Imprenditore, editore de "Lo Schermo", volontario. Mi piace approfondire le cose e ho un'insana passione per tutto quello che è tecnologia e innovazione. Sono anche convinto che la comunità in cui viviamo abbia bisogno dell'impegno e del lavoro di tutti e di ciascuno. Il mio impegno nel lavoro, nel sociale e ne Lo Schermo, riflettono questa mia visione del mondo.

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4 Commenti

  1. A mio avviso sarebbe necessario favorire la prevenzione delle nascite, con l’informazione e con l’assistenza sanitaria e psicologica adeguata, potenziando una rete di consultori sul territorio. L’interruzione della gravidanza deve rappresentare l’extrema ratio e non un comodo mezzo anticoncezionale. Nel nostro Paese la materia è regolata dalla legge 22 maggio 1978, n. 194 che non ha avuto certo vita facile e , comunque, piaccia o non piaccia , c’è e occorrerebbe , forse, rendere più accessibile l’interruzione della maternità in certe aree del nostro Paese dove difficilmente si trova un medico non obiettore. Credo che sia preferibile avere una legge che regola la materia, piuttosto che tornare al passato, agli aborti clandestini che costavano la vita a molte donne, soprattutto dei ceti sociali più umili . Visto che si parla di uguaglianza !!!.
    Poi, ognuno renderà conto alla propria coscienza del proprio agire.

  2. Leggo:
    “… Il tema dell’aborto è intimamente legato al concetto di rispetto per la vita. E questo indipendentemente dal fatto che uno si consideri cristiano, cattolico, credente in qualche altra religione o ateo. Il tema solleva inevitabilmente risvolti etici…”.
    Sono perfettamente d’accordo e, per questo io, che mi considero di sinistra, e agnostico (dato che non avrò mai la certezza di ciò che, oltre la vita, possa esistere) sono contrario all’aborto; poco importa “da quando” il feto assuma il diritto alla dignità di essere vivente, dato che, secondo me, lo assume immediatamente, appena concepito.
    Secondo me, posso sbagliare, ma il diritto a fare ciò che si vuole del proprio corpo non può, eticamente e laicamente, corrispondere al fare ciò che si voglia di un’altra vita.
    Anche per questo, oltreché per il mio sentire empatia (e io non mangio i miei amici) verso gli altri animali, sono vegetariano, e mi dolgo di non essere vegano.
    Inutile fingere “per comodità” di non capire che, salvo il nostro animale domestico, anche gli altri viventi non sono macchine insensibili, ma esseri senzienti, sensibili ed intelligenti che, quindi, vanno rispettate e, se possibile senza interferire troppo nella loro vita, aiutate; non sfruttate.
    Per questo vedo con simpatia la sperimentazione sulla carne coltivata e la cui vendita, in Italia, è stata vietata.
    Penso anche che il nucleare sia un rischio per la vita e la salute (oltre alle emissioni della auto, a certi trattamenti lavorativi di tessuti, ed altro), come, purtroppo, l’evidenza dei fatti ha più volte dimostrato, data l’impossibilità della certezza sia nella efficienza perfetta delle strutture, sia delle perfetta efficienza del controllo dell’uomo, sia della prevenzione dagli eventi esterni geofisici e climatici.
    Scelgo il rispetto per la vita, per “ogni” vita.

  3. Come, per rispetto della vita, “basta guerre”, basta anche finanziarle.
    Non più una guerra “regolata” onde (giustamente) evitare crimini di guerra: la guerra stessa a me sembra essere un “crimine contro l’umanità” e, come tale, va abolita e vietata.
    Indipendentemente dalle ragioni che la hanno scatenata.
    Non so come farlo ma, almeno, iniziare a parlare del problema.

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