“Dopo una dolorosa diagnosi, in ospedale mi hanno lasciata abortire da sola. Stavo per morire di setticemia”.

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Dopo la sentenza negli USA, e visti i dibattiti in corso di questi giorni, Raffaella ha deciso di raccontare la sua storia: “Mio figlio non sarebbe nato vivo. In ospedale tutti gli infermieri erano obiettori“.

Il 2 maggio sono stata ricoverata nel reparto Ginecologia e Ostetricia dell’ospedale di Lucca. Non conoscevo la procedura. Un’infermiera mi porse una pillola da inserire nella vagina per stimolare le contrazioni; mi disse che l’avrei dovuta inserire da sola perché era obiettrice. Per me è stata una violenza disumana: una decisione costretta che doveva attuarsi per mano mia. Chiesi se ci fossero altre infermiere disponibili ma erano tutte obiettrici. Dopo quattro giorni ho partorito da sola, sul letto. Quando ho suonato il campanello di ‘allarme’ per i dolori troppo forti non è venuto nessuno. Con una freddezza inaudita mi hanno portata in sala operatoria per espellere la placenta. Una parte è rimasta nell’utero. Una settimana dopo ero di nuovo ricoverata fra una trasfusione e l’altra, ho rischiato di morire per setticemia”. 

Lo racconta sui Social Raffaella, che si sarebbe recata in ospedale per interrompere la propria gravidanza dopo la dolorosa diagnosi del medico: “Quando ho saputo di essere incinta del mio primo figlio non ero entusiasta, non era programmato. Passati i primi giorni però, ero al settimo cielo. L’idea di diventare madre mi rendeva felice. Mi sono trasferita a Lucca per creare la mia famiglia e ho cercato un ginecologo che seguisse la mia gravidanza. L’ 11 aprile, durante la seconda visita ginecologica il dottore mi disse ‘ci sono delle macchie anomale e alcune misure degli organi non coerenti con l’età gestazionale. Dobbiamo fare urgentemente un amniocentesi ed un’ecografia di secondo livello’. Il risultato parlava chiaro: gli organi non si erano sviluppati e non sarebbe sopravvissuto a lungo dentro di me. Non me la sento di dire quello che successe nei giorni immediatamente successivi. Posso solo dirvi che ho vissuto la disperazione“.

Dopo quanto successo negli Stati Uniti, Raffaella ha deciso di raccontare la sua storia per testimoniare quanto ancora le donne “non siano libere di scegliere. Mi hanno lasciata sola, guardata con disprezzo, pur sapendo che la mia, oltretutto, era una scelta praticamente obbligata. C’è ancora tanta strada da fare e quello che è successo negli USA non ci aiuterà“; e perché “le tante altre donne che vivono un dolore simile, non si sentano in colpa e non siano più giudicate”.

La Corte Suprema degli Stati Uniti d’America, che ha sovvertito il precedente Roe vs Wade del 1973, ha reso illegale l’aborto nella Federazione Americana. Questo significa che ora ogni Stato potrà decidere liberamente se permettere alle donne di abortire oppure no. 

Roe vs Wade fu un caso giudiziario dibattuto alla Corte nel 1972. La sentenza del 1973 scrisse la storia: con il voto favorevole di 7 giudici su 9, la Corte riconobbe la sussistenza di un diritto federale (dunque applicabile a tutti gli Stati) alle donne: interrompere volontariamente la gravidanza. Era possibile quindi abortire senza alcuna limitazione fino al momento in cui il feto non fosse in grado di sopravvivere in maniera autonoma al di fuori dell’utero materno e la possibilità di abortire anche al di là di questi limiti qualora sussista un pericolo di vita per la donna.

Tale sentenza mette indubbiamente a rischio la vita delle donne meno agiate, che non possono permettersi il viaggio in un altro Stato per accedere all’Igv. Chi non ha questo privilegio, si ritroverà ad abortire il maniera clandestina e quindi in condizioni di non sicurezza.

Il dibattito sull’IGV è molto acceso anche in Italia. L’interruzione di gravidanza è regolata dalla legge numero 94 del 1978, ma le discussioni sull’etica dell’aborto scendono ancora nelle strade, dividono non solo la politica, ma anche le donne stesse. Nella provincia di Lucca in particolare, la percentuale di obiettori (legge numero 772 del 15 dicembre 1972) supera l’88%. All’ospedale Versilia, su 16 ginecologi, 15 sono obiettori. L’aborto farmacologico (farmaci RU486), che non richiede un intervento chirurgico, in Italia viene concesso solo nel 24% dei casi.

Quarantaquattro anni dopo il 22 maggio del 1978, il giorno che ha reso le donne italiane libere nella loro scelta di diventare madri, In Italia l’aborto quindi non può essere ancora definito un diritto. Si muore per Igv clandestina: gli ultimi dati Istat rivelano che nel nostro Paese, se pur la tendenza sia in calo, il numero di aborti clandestini varia ogni anno da 12mila a 15 mila e questo sia perché la maggior parte dei medici negli ospedali, appellandosi all’obiezione di coscienza, nega alle donne la possibilità di esercitare tale diritto; ma anche perché c’è ancora poca informazione sulla pratica e sull’uso degli anticoncezionali. Il limite più grande rimane quello degli ospedali pubblici: in molti ancora l’aborto non viene garantito.

Finché l’obiezione di coscienza sarà legge, e quindi diritto, “associare alla lotta per l’aborto il giudizio morale relativo al dolore, alla sofferenza, non farà altro che alimentare e rafforzare la narrazione che vede nell’aborto una vergogna e una colpa. Fino a quando si utilizzerà questa retorica ci sarà sempre qualcuno che inevitabilmente lo giudicherà sbagliato. Sono due istanze che viaggiano parallele perché senza decostruire lo stigma dell’aborto non può realizzarsi una sua piena liberalizzazione. Non è necessariamente un’esperienza traumatica, non la raccontiamo sempre così. Può essere una scelta libera e consapevole“.

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