“C’era la guerra, ma noi aspettavamo la Befana per mangiare i mandarini del cesto”, il racconto di nonno Pietro

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L’Epifania (6 gennaio) sono le calze piene di caramelle, la cioccolata e anche i giocattoli. E’ la fine di tutte le feste, se così si possono chiamare quest’anno. E’ la stella cometa, rappresentata per la prima volta in Italia nella cappella degli Scrovegni a Padova da Giotto, che la dipinse sopra la Natività (1301).

Secondo alcune credenze, la Befana ‘che vien di notte con le scarpe tutte rotte’, la gobba e il naso appuntito non è di bell’aspetto perché indossa su di se tutti gli eventi spiacevoli dell’anno appena passato e, considerando il 2020, oggi potrebbe avere più rughe del solito. Sempre per quella che è la tradizione italiana poi, è lei che, volando con la sua scopa, si porta via tutti i mali dell’anno precedente. 

Le feste quest’anno sono però state diverse e quella contro la pandemia è stata definita più volte una vera e propria ‘guerra’, se pur differente da quella che fu la seconda guerra mondiale dove i festeggiamenti per la Befana sono l’unico ricordo bello di molti bambini : Erano gli anni tra il 1943 e il 1944, io avevo 7 anni e c’era la guerra. Non come quella di ora. Li non avevamo un posto sicuro, non si poteva stare sicuri neanche in casa per via delle bombe. Abitavo a Tramonte, sulle colline lucchesi. Mio nonno e mio padre stavano la maggior parte del tempo nascosti nel bosco e noi gli portavamo il cibo. I soldi per i dolci e i giocattoli non c’erano. Appena bastavano per mangiare. Nelle giornate invernali più dure, con qualche spicciolo, compravamo dal macellaio il sangue delle carni, quello che avanzava dal taglio e lo bollivamo, per poi mangiarlo. Ma la Befana si festeggiava lo stesso. Tutti in famiglia. Mia nonna e mia mamma cucivano le calze e noi aspettavamo che suonasse alla porta con la sua scopa per portarci il cesto ed era il giorno più bello dell’anno”, inizia così il racconto di nonno Pietro, che ricorda alcuni particolare dell’Epifania negli anni più tristi della storia del nostro Paese.  

La Befana, se pur già conosciuta e festeggiata, divenne istituzione nazionale in Italia ai tempi del fascismo quando Augusto Turati, segretario del partito, lanciò l’idea della ‘Befana fascista’: era il 6 gennaio 1928. Commercianti, industriali e agricoltori vennero sensibilizzati alle donazioni per i bambini meno fortunati a cui poi furono distribuiti, grazie al lavoro dei fasci femminili e della Dopolavoro, pacchi ricchi di beni. Ogni anno i bambini meno fortunati aspettavano la notte del 5 gennaio speranzosi di ricevere giocattoli, libri e dolci. Essa rimase ‘fascista’ fino all’inverno del ‘44, dopodiché sfilò con i partigiani per le vie di Milano il 25 aprile. Ma anche dopo la guerra, questa tradizione, pur perdendo il suo significato politico e propagandistico, non si interruppe e molte imprese continuarono a raccogliere e donare pacchi regalo ai bambini più bisognosi. 

Erano le nostre nonne – continua Pietro – a preparare i cesti con quel poco che avevamo. Mi ricordo che la Befana ci portava molti mandarini e noi eravamo contentissimi di aspettarla per poter mangiare un frutto dolce in tempi come quelli. Alcune volte c’erano anche dei biscotti fatti in casa o della frutta secca. Quando andava bene qualche avanzo di cioccolata che però lasciavamo alle nostre sorelle più piccole. I giocattoli no, nessuno se li poteva permettere. Non potevamo festeggiare più di tanto perché alle undici di sera ognuno doveva essere a casa propria e tutte le luci dovevano essere spente ma la nostra fortuna era quella di abitare lontano dalla città per cui potevamo permetterci di cantare nelle piccole corti e festeggiare tutti insieme. C’era miseria, in famiglia eravamo tanti, c’era paura, ma la Befana ‘un si tocca’”. 

Per noi l’Epifania sono sì le calze piene di caramelle, i giocattoli e la cioccolata, ma non è stato sempre così. Nel 1944 bastava un mandarino per essere felici. Quest’anno invece speriamo che quella ‘strega buona’, oltre a portare un nuovo Dpcm e il ritorno alla routine, si sia presa ‘i mali dell’anno passato’ e abbia lasciato nel cesto, insieme al carbone, almeno un po’ di speranza per questo 2021.

Foto da Facebook

Rebecca Del Carlo
Rebecca Del Carlohttps://pennasciutta.it
Classe 1996, Lucca. Liceo Classico e poi ho studiato Scienze della Comunicazione a Pisa. Scrivo da sempre. E’ il mio modo di esprimermi. Vorrei dare voce alle ingiustizie e dire la verità: credo che essere una giornalista sia anche questo. Lavoro anche come articolista, copywriter e SMM. “Lo Schermo” perché è giovane, dinamico e di qualità.

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