Iraniani: non poveri, impoveriti. Analisi di una economia che non viene mai raccontata.

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Questo articolo fa parte del ciclo di articoli dal titolo “Iran: sei ritratti di un paese che non conosciamodedicati all’Iran, alla sua storia, alla sua economia e alla sua composizione sociale.

Quando si parla di Iran, l’immaginazione occidentale oscilla tra due cliché ugualmente fuorvianti: il paese arretrato dei mullah, polveroso e medievale, oppure la Persia patinata che gli esuli di Los Angeles raccontano nei loro film, fatta di ville settentrionali e feste segrete. La realtà sta in un terzo posto, più scomodo da raccontare perché contraddittorio, e per questo molto più interessante. L’Iran del 2026 è un paese a sviluppo medio-alto bloccato a forza nel reddito di un paese a sviluppo medio-basso, e questa frizione spiega gran parte della sua instabilità.

Cominciamo dai numeri. Il PIL pro capite nominale si aggira intorno ai 4.500 dollari, contro i 38.000 italiani: il livello di Egitto o Algeria. Ma misurato a parità di potere d’acquisto sale a quasi 20.000 dollari, paragonabile a Messico o Bulgaria. La differenza tra i due dati racconta tutto: con un reddito formale modesto, in Iran si compra molto, perché beni essenziali ed energia sono sussidiati dallo Stato in modo massiccio. La benzina costa pochi centesimi al litro, il pane è calmierato, le bollette domestiche sono simboliche. È un sistema che attutisce la povertà reale ma drena risorse pubbliche enormi e scoraggia qualunque innovazione nei settori protetti.

L’Iran in sette indicatori, 1979 — 2025

Clicca sulla legenda per attivare o disattivare le singole serie. Fonti: Banca Mondiale, UNESCO, FMI, ONU.

Note metodologiche. PIL pro capite nominale e PPP in dollari correnti, fonte Banca Mondiale. Dato 2025 stimato post-Guerra dei Dodici Giorni. Aspettativa di vita alla nascita, fonte ONU/Banca Mondiale. Alfabetizzazione adulta (15+) e iscritti universitari (lordo) come % della popolazione di età corrispondente, fonte UNESCO; serie interpolate tra rilevazioni puntuali. Popolazione totale, fonte ONU. Inflazione annua dei prezzi al consumo, fonte FMI; valori 2024-2025 stimati.

La dotazione strutturale è quella di un paese serio. L’Iran possiede industria automobilistica nazionale (Iran Khodro e Saipa producono oltre un milione di veicoli all’anno), siderurgia, petrolchimica, un settore farmaceutico che fabbrica localmente l’ottanta per cento dei medicinali consumati. Ha autostrade decenti, una rete ferroviaria estesa, dighe imponenti, una metropolitana a Teheran con sette linee operative e altre in costruzione, un programma spaziale che ha messo satelliti in orbita. Le sanzioni rallentano l’aggiornamento tecnologico, ma il tessuto industriale di base esiste, ed è figlio di mezzo secolo di investimenti che né lo Scià né la Repubblica islamica hanno mai davvero interrotto.

Il capitale umano è la sorpresa maggiore. L’alfabetizzazione supera l’88% nella popolazione generale e sfiora il 100% tra i giovani. Il paese conta sessanta università pubbliche e quasi cinque milioni di studenti universitari. Per pubblicazioni scientifiche in matematica, ingegneria e nanotecnologie l’Iran si colloca stabilmente tra i primi quindici al mondo, davanti a paesi molto più ricchi. Le donne, escluse dal mercato del lavoro formale, sono maggioranza nelle aule universitarie, e nelle facoltà scientifiche superano spesso il sessanta per cento degli iscritti. È un capitale che il regime non riesce a impiegare, e che infatti emigra in massa: si stima che ogni anno tra 150 e 180.000 laureati lascino il paese, una delle fughe di cervelli più gravi al mondo in rapporto alla popolazione.

La vita quotidiana, almeno a Teheran, Isfahan, Shiraz, Tabriz, somiglia per molti versi a quella di una città dell’Europa orientale dei primi anni Duemila. La penetrazione degli smartphone supera il novanta per cento. Instagram e Telegram sono ufficialmente bloccati ma vengono aggirati con VPN da quasi tutti, regime incluso (gli stessi guidelines dei Pasdaran circolano via Telegram). Ci sono centri commerciali, caffetterie con espresso e cheesecake, palestre, librerie, un turismo interno fortissimo, ristoranti raffinati, un’industria cinematografica premiata a Cannes e Berlino. La classe media urbana legge, viaggia quando può, si veste seguendo le mode internazionali sotto un velo sempre più simbolico. Non è la povertà visibile dei paesi sub-sahariani: è un benessere che esiste, ma che ogni anno diventa più precario.

Le crepe, però, si vedono. L’inflazione tra il 30 e il 50% annuo erode i risparmi, polverizza pensioni e stipendi pubblici, costringe milioni di persone a un secondo o terzo lavoro. La proprietà di casa, garanzia tradizionale della classe media iraniana, è ormai irraggiungibile per chi non l’ha già: a Teheran un appartamento medio costa, in rapporto al salario locale, più che a Londra o Parigi. La crisi idrica, frutto di vent’anni di gestione scellerata delle falde, lascia città intere con l’acqua razionata d’estate. I blackout elettrici sono ormai routine. Nelle periferie di Teheran, nelle province sunnite del Sistan-Baluchistan e del Khuzestan, nei villaggi curdi, la disoccupazione giovanile reale supera il 30% e la malnutrizione infantile, dato impensabile per un paese OPEC, è tornata a crescere.

Il vero motore del paradosso è la cattiva allocazione delle risorse. Le sanzioni internazionali fanno la loro parte, ma non spiegano tutto. I Pasdaran controllano un impero economico stimato in un terzo del PIL, sottratto a qualsiasi tassazione e concorrenza. Le bonyad, le fondazioni religiose, gestiscono altri settori chiave in regime di monopolio esentasse. Il programma nucleare, la rete di milizie estere, le forniture a Hezbollah e agli Houthi hanno assorbito per decenni cifre che in qualsiasi altro paese sarebbero finite in scuole, ospedali, infrastrutture civili. Sopra tutto questo prospera la casta degli aghazadeh, “i figli di papà”, prole dei dirigenti di regime che vive tra Dubai, Toronto, Vancouver e Los Angeles, frequenta scuole private internazionali, posta su Instagram fotografie di Lamborghini parcheggiate davanti a ristoranti di Beverly Hills, ostentando un benessere che ai loro coetanei iraniani è rigorosamente proibito anche solo evocare.

Da qui nasce un tipo di rabbia molto particolare, e politicamente esplosivo. Non è la rabbia della miseria, che cerca pane: è la rabbia di una classe media istruita che si sente derubata di un futuro a cui sente di avere diritto per merito. L’iraniano medio sotto i quarant’anni ha studiato, parla almeno un po’ d’inglese, conosce il mondo attraverso i social, sa esattamente quanto guadagnerebbe se fosse nato in Turchia o negli Emirati, vede la figlia di un funzionario del ministero pubblicare foto da Cap-Ferrat mentre lui non riesce a pagare l’affitto. È un cocktail che la storia conosce bene: non sono i poveri a fare le rivoluzioni, sono le classi medie istruite e frustrate. La Russia del 1917, la Francia del 1789, l’Iran stesso del 1979 lo confermano.

È in questo cortocircuito che si capiscono le ondate di protesta degli ultimi anni, dal Movimento Verde del 2009 alle proteste sull’acqua del 2021, dal “Donna, vita, libertà” del 2022 al gennaio 2026 represso nel sangue. Non sono rivolte della disperazione, sono rivolte della consapevolezza. Una società che sa cosa potrebbe essere, vede ogni giorno cosa è diventata, e fatica sempre di più a tollerare la distanza tra le due cose. Le sanzioni occidentali e l’incompetenza del regime convergono nel produrre lo stesso effetto: trasformare un paese che aveva tutte le carte per diventare la Corea del Sud del Medio Oriente in un grande studio di caso sullo spreco di potenziale umano.

Capire l’economia iraniana significa capire questo: il problema non è che l’Iran sia povero, è che l’Iran è impoverito. La differenza è enorme. Un paese povero accetta la sua condizione perché non ha mai conosciuto altro; un paese impoverito sa di essere stato derubato, e prima o poi presenta il conto. Quando arriverà quel conto, e a chi, è la vera domanda aperta nel dopo-Khamenei.

Andrea Bicocchi
Andrea Bicocchi
Imprenditore, editore de "Lo Schermo", volontario. Mi piace approfondire le cose e ho un'insana passione per tutto quello che è tecnologia e innovazione. Sono anche convinto che la comunità in cui viviamo abbia bisogno dell'impegno e del lavoro di tutti e di ciascuno. Il mio impegno nel lavoro, nel sociale e ne Lo Schermo, riflettono questa mia visione del mondo.

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