10 Dicembre 1847: “Il canto degli italiani”.

-

Per la prima volta in forma ufficiale il “Canto degli Italiani” viene cantato a Genova, sul piazzale della chiesa della Nostra Signora di Loreto, che proprio il 10 dicembre viene festeggiata. L’occasione era il ricordo del centenario di una rivolta contro gli asburgici. Lo suonò la Filarmonica Sestrese, musicato inizialmente da un tale Alessandro Botti. Precedentemente vi erano state alcune altre presentazioni, ma non ufficiali. Diciamo delle prove .

Il canto degli Italiani ebbe subito un immediato successo, era orecchiabile, musicalmente “accettabile”, ma soprattutto era fortemente repubblicano e giacobino! Piaceva.

Non troppo alla monarchia, che comprensibilmente lo osteggiò a lungo, preferendogli la Marcia Reale.

La nascita del testo viene fatta risalire a Goffredo Mameli dei Mannelli, poeta e patriota italiano, che morirà a soli 21 anni, in seguito ai combattimenti per la difesa della breve Repubblica Romana al fianco di Garibaldi. Mameli venne ferito a morte ad una gamba che andrà poi in cancrena. Poco prima aveva scritto il testo completo del Canto degli Italiani, come inizialmente si chiamava. Poi diventerà Fratelli d’Italia.

Sulla nascita del testo vi sono diverse versioni, anche contrastanti. Forse lo zampino ce lo aveva messo anche un suo vecchio insegnante, Atanasio Canata, ma di fatto la paternità e il documento di base sono a lui attribuiti.

La musica definitiva fu affidata dal Mameli ad un altro patriota, il compositore Michele Novaro; questi, non appena ricevuto il testo scritto, il 10 novembre del 1847 si pose al clavicembalo e tirò fuori la composizione musicale in tonalità Si Bemolle Maggiore

Il nostro inno possiede una vera peculiarità: la doppia composizione. A differenza degli altri inni stranieri, che hanno un compositore unico, noi ne abbiamo due; Mameli per il testo, Novaro per la musica!

Il Carducci sancì con il suo pensiero la datazione e l’adozione finale “…fu composto l’8 settembre del 47, all’occasione di un primo moto di Genova per le riforme e la guardia civica; e fu ben presto l’Inno d’Italia, l’inno dell’unione e dell’indipendenza, che risonò per tutte le terre e su tutti i campi di battaglia della penisola nel 1848 e 49….”

Verdi nel 1862 nel suo Inno alle Nazioni, affidò al Canto degli Italiani il compito di rappresentare l’Italia, al pari della Marsigliese per la Francia e del God Save the Queen per il regno Unito. Era fatta. Più o meno.

L’inno ha forti assonanze con la Marsigliese: Mameli era un fervente rivoluzionario giacobino e forte sostenitore dei concetti di Liberté, Égalité, Fraternité contenuti nella Marsigliese; lo stesso versetto “stringiamci a coorte” (la coorte era l’unità base di impiego dell’esercito romano), è decisamente ripresa dalla frase “…formez vos bataillon”. Mameli prese alcuni spunti anche dall’Inno greco.

Numerosi sono i contenuti storici, ma il minimo comun multiplo è l’odio viscerale verso l’Austria dominatrice. Vengono chiamate in causa la Polonia e la Russia, con il “sangue polacco”, per ricordare lo smembramento della Polonia ad opera dell’Austria alleata con la Russia (il cosacco), e le spade vendute, i mercenari.

La strofa ultima del “sangue cosacco e polacco” è aggiunta a penna dallo stesso Mameli, perché rischiava di compromettere i rapporti diplomatici. Ma lui la mise ugualmente.

L’Inno era di fatto un invito a combattere per l’indipendenza nazionale.

Fu cantato già durante le Cinque Giornate di Milano, sancendo la sua adozione con il sangue dei patrioti milanesi, che si batterono contro il Radetzky. Persero la vita più di 400 milanesi.

Già fortemente esplicito dai primi versi, dove Mameli fa risalire la “italianità” addirittura a Roma e Scipione l’Africano.

Poi l’Inno continua… con la frase “fummo da secoli calpesti e derisi perché non siam popolo, perché siam divisi…”

E qui l’attacco al Metternich che definì nel 1847 l’Italia «…un’espressione geografica, una qualificazione che riguarda la lingua, ma che non ha il valore politico che gli sforzi degli ideologi rivoluzionari tendono ad imprimerle» …è piuttosto evidente.

Però 70 anni dopo l’Italia, quella “espressione geografica” farà chiedere l’Armistizio all’Austria Ungheria. Che cammino…!

Nel testo c’è anche un preciso riferimento religioso che supporta la lotta all’indipendenza; della serie quando si è alla guerra ci si attacca a tutto… infatti una strofa riporta: «Uniamoci, uniamoci, l’unione e l’amore rivelano ai popoli le vie del Signore. Giuriamo far libero il suolo natio».

Continua ancora con la battaglia di Legnano, contro i tedeschi, e quindi l’attacco diretto all’aquila austriaca, antagonista naturale italiana. «…Già l’Aquila d’Austria Le penne ha perdute».

E via così, fino al “Balilla”, …i bimbi d’Italia si chiaman Balilla (…inizialmente la frase era son tutti Balilla)… eroica figura di bambino genovese rivoltoso contro la coalizione austro-piemontese del 1746: poi, successivamente Mussolini adotterà il termine “balilla” sciaguratamente per altri bambini. Un disastro.

E ancora, la “squilla” è la campana che chiama a raccolta, alla rivolta di Palermo del 1282, contro i Francesi di Carlo d’Angiò, nei Vespri siciliani. Manzoni l’aveva presa ben alla larga la faccenda.

Incredibilmente Mazzini non accettò bene il Canto in un primo momento; lo reputava fiacco, troppo moscio, poco marziale.

Chiese quindi al Mameli di farne un altro, musicato questa volta da Verdi. Il titolo era decisamente più… marziale: “Suona la tromba!”, ma una volta provato, neanche questo piacque al “committente” e quindi ritornarono al Canto degli Italiani originale. Eran gente strana già a quel tempo.

Nel frattempo il testo aveva subito alcuni rimaneggiamenti e adattamenti: ad esempio il titolo iniziale doveva essere “Evviva l’Italia”, sostituito poi da “Fratelli d’Italia”.

E anche il “roboante” SÌ, che tutti urlano, specie quando gioca la Nazionale, al termine della strofa …”L’Italia chiamò!”, fu di fatto aggiunto a penna da Novaro al momento della stesura della parte musicale.

Nel testo originario di Mameli il “SÌ” non c’è.

Il “SÌ” non c’è nemmeno nel testo dell’Inno Nazionale ufficiale, sancito definitivamente solo il 4 dicembre 2017, con una apposita Legge dello Stato, la nr. 181, visibile sul sito del Quirinale.

In nessuna caserma dove si canta regolarmente al mattino, si pronuncia il roboante “SÌ”: è un appannaggio dei civili quando cantano l’Inno, ma tutto sommato non ci sta male.

Prima del 2017 l’Inno nazionale era di fatto un “Inno provvisorio”; fu adottato come tale nel 1946, in seguito alla caduta della Monarchia; prima era in uso la Marcia Reale. È anche capibile. Poi nel 2017 una legge lo ha sistemato. Ufficialmente!

La parte iniziale della musica, l’introduzione, con le tre squille ripetute, è un invito all’adunata, un richiamo all’attenzione! Improvviso, ma deciso. Poi è un crescendo. Un forte ed emotivo pathos che riassume 2000 anni di storia. Della nostra Storia.

Nel 2002 per i campionati mondiali di calcio la RAI commissionò una versione dell’Inno tipo “gospel”, cantata da Elisa.

Ma la versione “gospel” fu ritirata per le forti proteste del Ministro alle Comunicazioni Maurizio Gasparri; questa almeno l’aveva indovinata!

L’Inno Nazionale va ascoltato in piedi, i militari sull’attenti, i civili la mano sul cuore, e va cantato a squarciagola. Tutti insieme.

Non solo alle partite.

Vittorio Lino Biondi
Vittorio Lino Biondi
Sono un Colonnello dell'Esercito Italiano, in Riserva: ho prestato servizio nella Brigata Paracadutisti Folgore e presso il Comando Forze Speciali dell'Esercito. Ho partecipato a varie missioni: Libano, Irak, Somalia, Bosnia, Kosovo Albania Afganistan. Sono infine un cultore di Storia Militare.

Share this article

Recent posts

Popular categories

2 Commenti

  1. L’Inno rappresenta, insieme al Tricolore e al Presidente della Repubblica, uno dei tre simboli dell’unità nazionale.Con la legge 4 dicembre 2017, n. 181, la Repubblica ha riconosciuto definitivamente il testo del “Canto degli italiani” di Goffredo Mameli e lo spartito musicale originale di Michele Novaro quale proprio inno nazionale e ha messo fine alla querelle di coloro che avrebbero preferito ” Va’ pensiero” di Giusepe Verdi ( in particolare la Lega) uno dei cori più noti della storia , presente nell’opera il Nabucco, collocato nella parte terza , dove viene cantato dagli Ebrei prigionieri in Babilonia.

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui

Recent comments

Daniele Celli on Campi Minati
Mariacristina Pettorini Betti on E se dai francesi imparassimo la coerenza?
Bruno on Cima Vallona
Mariacristina Pettorini Betti on IN RICORDO DI GIOIRGIO AMBROSOLI UN ITALIANO