L’Europa che vorremmo

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Un articolo con questo titolo avremmo dovuto scriverlo ad inizio anno. È simile a quei buoni propositi che si fanno il 1° dicembre e che dopo il 6 sono persi nel quotidiano: vorrei dimagrire, fare più moto, leggere di più, stare di più con le persone che mi vogliono bene, ecc. Sono le buone intenzioni che costano poco. Quelle che poi, nella realtà, non abbiamo davvero intenzione di rispettare. O magari le verremmo pure fare ma non ci premono abbastanza per ricordarcene tutti i giorni. Quelle buone intenzioni per cui nutriamo un sentimento romantico ma non certo vitale.

Ecco, il nostro atteggiamento verso l’Europa è più o meno lo stesso.

Tutti (o quasi) diciamo che un’Europa che funzionasse avrebbe un gran potenziale. Però non è che ci interessa molto sapere come potrebbe davvero funzionare. E le discussioni in materia restano connotate da un atteggiamento naïve, astratto, superficialmente benevolo. O, se si è di avviso contrario egualmente naïve e astratto, ma contestante e diffidente.

Con connotazioni politiche generali: se si è del PD, AVS o di IV/Azione si sostiene la prima tesi: “l’Europa è il nostro destino (ma accontentiamoci di quello che fa e non proponiamo di più che la gente non gradisce)”. Genericamente anche il militante tipo di FI è di questo avviso anche se più tiepidamente. Se invece ci si sente vicini a M5S e Lega, la linea è: “l’Europa è un pasticcio (ma non chiediamo di uscire perché resteremmo isolati e non sapremmo davvero come uscirne)”. Il militante di FdI attende che Meloni lo informi di cosa deve pensare in proposito: molto dipenderà dagli equilibri nei prossimi giorni.

Anche leggendo i giornali generalmente non si esce da questo schema. L’Europa salvifica che potrebbe essere la panacea di ogni problema da una parte e l’Europa fonte di ogni problema e burocrazia dall’altra.

Ma idee per un futuro realisticamente raggiungibile nessuna.

Il problema è che l’Europa che conosciamo nasceva con un retropensiero diverso: quello di una integrazione lunga ma con una direzione realmente federativa. E ci avevano provato davvero: la costituzione la avevano scritta. Ma poi le politiche nazionali avevano messo il freno a tutto.

Intendiamoci: quella costituzione non era certo un bel prodotto. Era infarcita di ideologia laicista e burocratica che non se ne poteva fare di più. Di idealità pochina davvero. Non una costituzione che potesse scaldare il cuore.

E questo è il problema permanente: l’Europa è una roba che serve pure ma che non entusiasma neanche un po’. Il meglio che si può dire è che sarebbe anche utile. Un po’ come dire di qualcuno che in fondo è una brava persona, che poi è quello che si dice quando non si ha altro da dire.

L’Europa è come il calabrone: nessuno capisce bene perché vola ma lo fa. Solo che questo calabrone sembra che si stia avvitando su sé stesso. Che voli sempre meno bene.

L’euroburocrazia non è che ci serva davvero. Tipo: chi è che pensa che i messaggi della privacy che hanno appestato tutti i siti internet del mondo ci diano qualche reale vantaggio di riservatezza dei nostri dati?

E gli europolitici che fanno i super-marpioni ci servono anche meno. Le istituzioni europee sembrano il “silver circle” dei politici nazionali: quando non sei più utile in patria ma hai ancora un po’ di benzina nel motore vai a farti un ultimo giro in Europa. Così i vari ex premier a Bruxelles sono di casa.

Ma nessuno ci dice che Europa vogliamo o possiamo costruire. Tutti parlano di cose astratte ma nessuno si misura con i problemi.

È facile (e inutile) dire, ad es., che l’Europa dovrebbe fare debito comune per affrontare i problemi globali. Poi però le decisioni si prendono tutti insieme (e unanimemente) e un terzo dei paesi è contrario, quindi di che parliamo?

E se non fosse contrario per principio ci dovremmo chiedere come si governerebbero tali fondi comuni: li affidiamo a delle burocrazie acefale? O li assegniamo a maggioranza di voti di governi? Di commissari? Del parlamento?

Che credibilità ha una istituzione (l’Europa) che ha non uno, non due, e neppure tre ma ben quattro gabinetti decisionali? Tutti con compiti sovrapposti e di cui due hanno pure lo stesso nome e composti da quasi le stesse persone (Consiglio Europeo e Consiglio dell’UE).

Ma che ci deve capire un cittadino? E come può un simile mostro essere utile?

Il problema delle discussioni naïve è che il mondo dei sogni è sempre romanticamente affascinante. Poi però, se si vuole trasformare il sogno in realtà, bisogna misurarsi con i problemi veri e risolverli uno per volta. E, al momento, non vedo nessun politico che voglia fare davvero qualche cosa in proposito. Non a destra ma davvero neppure a sinistra.

Foto di Aliaksei Lepik

Andrea Bicocchi
Andrea Bicocchi
Imprenditore, editore de "Lo Schermo", volontario. Mi piace approfondire le cose e ho un'insana passione per tutto quello che è tecnologia e innovazione. Sono anche convinto che la comunità in cui viviamo abbia bisogno dell'impegno e del lavoro di tutti e di ciascuno. Il mio impegno nel lavoro, nel sociale e ne Lo Schermo, riflettono questa mia visione del mondo.

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