La classe dirigente

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I fatti del deputato Donzelli di questi giorni sono un campanello di allarme importante per la premier in carica. Dicono chiaramente che è più sola di quanto non credesse.

Non tanto sola da punto di vista di avversari che la braccano. Tutt’altro: l’opposizione balbetta; invoca il richiamo della foresta per cercare di ricompattare il gruppo come quando urla allo scandalo, per la presunta diffusione di informazioni riservate o per l’insulto ricevuto quando, additando i parlamentari PD che avevano visitato Cospito, Donzelli gli chiede se lo hanno incoraggiato e se sono ancora dalla parte dello stato. Neppure è braccata da alleati incoerenti o inaffidabili: ci sono sempre dei rumori che provengono dalle forze minori di ogni governo ma, nel complesso, non si vedono davvero delle fratture per ora nella maggioranza.

Ma la Meloni è sola. È sola nel senso che non ha, nel suo partito, nel nocciolo stretto attorno a sé, un numero sufficiente di persone con una adeguata formazione politica e istituzionale.

Le sparate di Donzelli sono sguaiate. Non hanno alcuna vera possibilità di incidere nell’opinione pubblica e sono dozzinali. Non è tanto il punto di quanto ha detto. Siamo onesti: ne abbiamo sentite assai di peggio sia da destra (vedere Calderoli dei tempi d’oro) che da sinistra (lunga schiera di leader e opinion leader soprattutto dell’area di estrema sinistra; ma anche dai i 5 Stelle non ci è mai mancato un certo intrattenimento). E tutto è sempre stato derubricato a folklore.

In politica si può essere in tre condizioni: in maggioranza, all’opposizione o irrilevanti. E per un certo tempo FdI è stato un partito irrilevante. Irrilevante come partito ma con un manipolo di dirigenti motivati e competenti. Che, inevitabilmente, erano contornati da quello che erano riusciti a trovare. Alcuni idealisti e con una certa consistenza, altri irrimediabilmente faziosi, altri ancora deboli e irrilevanti come lo era anche il partito in cui militavano. Quel manipolo di dirigenti ha saputo resistere e rafforzarsi e ha intercettato il favore popolare. Lo ha fatto grazie alla forza comunicativa e all’intelligenza politica dei pochi forti che hanno potuto guidare una comunicazione vittoriosa. E, con dinamiche sempre più frequenti e preoccupanti, è stata sbalzata dall’irrilevanza alla maggioranza avendo passato solo pochissimo tempo (il solo governo Draghi) ad essere opposizione. Ma opposizione che non aveva alcuna possibilità di fare danni visto che la maggioranza era di grande coalizione con numeri da capogiro in Parlamento. E senza che questa esperienza abbia consentito di fare selezione tra chi era valido e chi no: per esigenze di immagine e per tempi irrimediabilmente brevi, tutti i parlamentari precedenti sono stati rinnovati e gli innesti nuovi sono stati pochi e non collaudati.

È stato così che Meloni e il suo inner circle ha promosso in Parlamento una schiera di persone che sono sì fedeli alla causa e al leader ma incapaci di sostenere la competizione parlamentare. Perché non basta avere poche voci valide. In Parlamento devono parlare in tanti: è una specie di teatro in cui si recita una parte corale. Se recita uno solo, anche se bravo, non si vince; non si dà la sensazione di esserci e di governare. E se, quando si parla, lo si fa male o a sproposito, allora il risultato è un boomerang. Come lo è stato l’intervento di Donzelli. Che poi ha anche tirato con sé, nella fornace ardente delle polemiche, il sottosegretario Delmastro e, dulcis in fundo, la premier stessa. E la cosa peggiore è che lo ha fatto con la leggerezza di chi non sembrava neppure capire che stava creando un problema al suo stesso leader. C’è allora da chiedersi come Meloni cercherà di risolvere il problema. I parlamentari non possono essere sostituiti. E la legislatura è il bene più prezioso che ha: costantemente ripete che ha un orizzonte lungo. Se arriverà fino in fondo sarà la prima premier nella storia repubblicana ad aver tenuto un governo in piedi per una intera legislatura. Quindi è improbabile che duri così tanto. Ma anche se finisse prima la sua scommessa è, inevitabilmente, la durata. Solo se dura sarà consacrata come una leader nuova e affidabile. Elezioni anticipate sono quindi incompatibili con la prospettiva di FdI. Ma non sarà certo facile durare con una maggioranza parlamentare fedele ma inefficace. Anche perché, prima o poi, anche l’opposizione, e particolarmente il PD, ritroverà un proprio filo conduttore e un progetto.

Andrea Bicocchi
Andrea Bicocchi
Imprenditore, editore de "Lo Schermo", volontario. Mi piace approfondire le cose e ho un'insana passione per tutto quello che è tecnologia e innovazione. Sono anche convinto che la comunità in cui viviamo abbia bisogno dell'impegno e del lavoro di tutti e di ciascuno. Il mio impegno nel lavoro, nel sociale e ne Lo Schermo, riflettono questa mia visione del mondo.

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