Giuliano Vassalli: il partigiano che sfidò i nazisti e rivoluzionò la giustizia italiana (e che voleva la separazione delle carriere) – I parte

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Nato il 25 aprile 1915 a Perugia, Giuliano Vassalli era figlio del celebre civilista Filippo Vassalli. Si laureò in giurisprudenza alla Sapienza di Roma nel 1936 sotto Arturo Rocco.

Sebbene laureatosi nello stesso ateneo di Rocco, che era nella commissione di esame per la sua laurea, Vassalli era però discepolo celebre penalista Filippo Grispigni che gli fece da relatore nella tesi e ne ispirò il lavoro. Rocco era stato il padre (nel 1930) del Codice di Procedura Penale fascista, firmato dallo stesso Rocco assieme al Codice Penale che è tuttora in uso in Italia e anch’esso chiamato Codice Rocco (il Codice Penale descrive ciò che è illecito e le pene per i delitti). Il Codice di Procedura Penale fascista (che descrive come deve funzionare un processo, che funzioni e che limiti hanno le parti processuali e che garanzie ha un imputato) fu sostituito nel 1989 proprio dal codice che porta il nome del nostro.

Vassalli insegnò diritto penale in università come Urbino, Pavia, Padova, Genova, Napoli e Roma dal 1945 fino al 1990, diventando professore emerito e socio dei Lincei.

La sua vita cambiò con la Resistenza: aderì al Partito Socialista clandestino e, nel gennaio 1944, organizzò l’audace evasione di Sandro Pertini e Giuseppe Saragat – futuri presidenti della Repubblica – dal carcere di Regina Coeli. Catturato dalle SS, fu torturato nella prigione di Via Tasso ma non parlò. Guadagnò medaglia d’argento al valor militare e croce di guerra.

La carriera politica (da uomo di sinistra)

Politico socialista, fu consigliere comunale e capogruppo Psi a Roma dal 1962 al 1966, deputato Psi-Psdi dal ’68 al ’72, senatore Psi dal 1973 al 1987 come presidente della Commissione Giustizia.

Lì introdusse limiti alla custodia cautelare. Il culmine della sua carriera politica furono gli incarichi di Ministro di Grazia e Giustizia nei governi Goria, De Mita e Andreotti VI dal 29 luglio 1987 al 2 febbraio 1991.

Firmò il Codice di procedura penale del 1988 – noto come Codice Vassalli – accantonando il modello inquisitorio del Codice Rocco per un modello accusatorio: il pubblico ministero indaga, l’imputato si difende, il giudice decide su prove contraddittorie, con presunzione d’innocenza rafforzata. Redatto da commissione Pisapia, entrò in vigore nel 1989.

Il Codice Vassalli – L’Italia abbandona il sistema accusatorio nato durante il fascismo

Il Codice Vassalli del 1988 (entrato in vigore nel 1989) rappresenta il “Big Bang” della procedura penale italiana. Prende il nome dal nostro uomo, ma è frutto anche del lavoro di giuristi illustri come Giandomenico Pisapia (presidente della commissione che ne curò la stesura e fratello dell’ex-sindaco di Milano).

La sua portata innovativa è stata dirompente perché ha segnato il passaggio da un sistema di stampo autoritario (nato durante il fascismo) a uno di stampo liberale e garantista.

L’eredità del Codice Rocco: Un’istruttoria “al buio”

Prima della riforma, il sistema era governato dal Codice Rocco del 1930. Sebbene emendato dopo la caduta del fascismo, conservava un’impronta inquisitoria:

  • Il Gigante Istruttore: La figura centrale era il Giudice Istruttore. Questo magistrato cercava le prove, interrogava i testimoni e, alla fine, decideva se l’imputato dovesse essere processato. In sintesi: chi cercava la prova era lo stesso soggetto che ne valutava la validità. E quella prova era già valida e non conestabile dall’imputato perché il Giudice Istruttore era, appunto, un giudice, uno che emetteva già il giudizio (almeno sulla validità della prova).
  • Il “Verbo” Scritto: Il processo si faceva sulle carte. Ciò che veniva dichiarato segretamente nell’ufficio del magistrato durante la fase istruttoria diventava “pietra tombale” nel dibattimento. Il difensore arrivava spesso a giochi già fatti, con una capacità di incidere vicina allo zero.

Il 1989: Lo Shock del Sistema Accusatorio

In questo contesto, Giuliano Vassalli e Giandomenico Pisapia firmano una riforma che guarda al modello anglosassone, introducendo il rito accusatorio. La logica si ribalta: il processo diventa una “gara” tra due parti davanti a un arbitro imparziale.

Le 3 Innovazioni che hanno cambiato tutto:

  1. La Morte del Giudice Istruttore: La sua scomparsa è il cuore della riforma. Le indagini passano al Pubblico Ministero, che non è più un giudice ma una parte (seppur pubblica). Il giudizio finale spetta invece a un magistrato che non ha mai visto le carte dell’accusa prima dell’udienza: il Giudice del Dibattimento.
  2. L’Oralità e la Formazione della Prova: È la rivoluzione più profonda. La prova non “esiste” più prima del processo. Si forma in aula, davanti agli occhi del giudice, attraverso l’esame incrociato (cross-examination). Se un testimone dice una cosa al PM durante le indagini ma ne dice un’altra in aula, solo quest’ultima (salvo eccezioni) può essere usata per condannare.
  3. L’Introduzione dei “Riti Alternativi”: Consapevole che un processo così garantista sarebbe stato più lento, il legislatore introduce il Patteggiamento e il Rito Abbreviato. L’obiettivo? Premiare con uno sconto di pena chi accetta di essere giudicato subito, evitando il lungo dibattimento.

Non fu una strada in discesa: lo scontro costituzionale

Nonostante la portata innovativa, il Codice Vassalli ha subito negli anni successivi “attacchi” costituzionali (soprattutto nel 1992) e riforme correttive.

Quello che accadde tra il 1992 e il 1999 è un vero e proprio “thriller costituzionale” che ha rischiato di far naufragare la riforma Vassalli poco dopo la sua nascita.

In quegli anni turbolenti la giustizia italiana ha dovuto decidere se essere un sistema di garanzie o un sistema che affida la pura ricerca della verità ad un soggetto libero da controlli.


Il “Caso Tortora”: Il fallimento che generò il Codice Vassalli

Per capire davvero il contesto e la portata della riforma, non c’è esempio più calzante del Caso Enzo Tortora (il trauma che accelerò la riforma). È la storia di come siamo passati dal considerare un’accusa come una “verità rivelata” al considerarla solo un’ipotesi da provare in aula.

Se il Codice Vassalli ha visto la luce, lo si deve in gran parte allo shock collettivo per l’arresto di Enzo Tortora (1983). Quel processo fu l’ultimo, tragico sussulto del vecchio sistema inquisitorio.

In quel processo, la parola di alcuni “pentiti” di camorra (come Giovanni Pandico) fu sufficiente a distruggere la vita di un uomo.

  • Il Segreto: Le accuse vennero raccolte in segreto dai magistrati. Tortora non seppe nulla per mesi fino al suo arresto.
  • L’Assenza di Riscontri: Nel vecchio rito, la parola del “pentito” era considerata quasi una prova in sé. Non c’era l’obbligo rigoroso di trovare conferme esterne (oggettive).
  • Il Dibattimento-Farsa: Quando si arrivò in aula, i giudici avevano già letto i verbali e si erano già formati un’opinione. Il “contraddittorio” era sempre poco più che un pro forma con il precedente ordinamento. Tortora fu condannato a 10 anni in primo grado sulla base di chiacchiere che oggi non supererebbero nemmeno la fase delle indagini preliminari.

Segue…

Andrea Bicocchi
Andrea Bicocchi
Imprenditore, editore de "Lo Schermo", volontario. Mi piace approfondire le cose e ho un'insana passione per tutto quello che è tecnologia e innovazione. Sono anche convinto che la comunità in cui viviamo abbia bisogno dell'impegno e del lavoro di tutti e di ciascuno. Il mio impegno nel lavoro, nel sociale e ne Lo Schermo, riflettono questa mia visione del mondo.

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