Il deserto dei think tank: la capitolazione culturale del centrodestra dietro la sconfitta referendaria

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Il verdetto delle urne, cristallizzato in quel “No” che ha sbarrato la strada alla riforma costituzionale, non è soltanto il riflesso di un’opposizione di merito a un testo legislativo. È, in controluce, la fotografia di un naufragio strategico e culturale che investe il centrodestra, incapace di presidiare i territori immateriali dove oggi si forma l’opinione pubblica. Se la politica è, per sua natura, anche scontro di narrazioni, quella andata in scena negli ultimi mesi ha mostrato una sproporzione quasi imbarazzante tra le forze in campo, segnando una distanza che va ben oltre il semplice conteggio dei suffragi.

L’osservazione ravvicinata della galassia digitale rivela una verità difficilmente confutabile: il materiale informativo, analitico e divulgativo prodotto dall’area del No, in massima parte di centrosinistra, ha letteralmente sommerso ogni timido tentativo della controparte. Non si è trattato soltanto di una questione di massa critica, pur preponderante, ma di una qualità intrinseca che ha saputo declinarsi su una pluralità di registri. Mentre il fronte del “Sì” arrancava, il “No” trovava linfa in una miriade di fonti, dai centri studi alle testate indipendenti, capaci di occupare ogni anfratto della rete con una pervasività quasi molecolare.

In questo ecosistema, è emerso un fenomeno di particolare interesse: la proliferazione di piattaforme sedicenti neutrali, che dietro un’apparenza di oggettività tecnica nascondevano una posizione palesemente avversa della riforma poggiata su parole d’ordine lanciate dal centrosinistra. Questa sorta di “metatesto” della neutralità ha agito come un potente attrattore per un pubblico non schierato, che ha percepito il No non come una scelta di parte, ma come una necessaria difesa di valori universali. Il centrodestra, al contrario, è rimasto prigioniero di una comunicazione ancillare, incapace di generare contenuti che non fossero immediatamente riconducibili alla propaganda di bandiera.

La carenza infrastrutturale della destra italiana si è palesata in tutta la sua asfittica realtà. La mancanza di luoghi di elaborazione intellettuale, di think tank capaci di produrre pensiero prima ancora che slogan, ha costretto il fronte governativo a una campagna di pura tradizione orale. Dove il centrosinistra schierava un esercito di contenuti pronti al consumo rapido e densi di facili significati, il centrodestra ha risposto con l’ipertrofia del personalismo politico dei soliti nomi, neppure troppo presentabili. La scena è stata occupata quasi esclusivamente da ministri, sottosegretari e volti noti, le cui apparizioni sono sembrate spesso esercizi di narcisismo istituzionale piuttosto che momenti di reale persuasione.

Affidarsi esclusivamente alle interviste e ai talk show rappresenta oggi una vulnerabilità tattica che rasenta la pigrizia intellettuale. L’intervista, per sua natura, è un terreno scivoloso, un ambiente in cui l’imprevisto o la domanda incalzante possono trasformare una dichiarazione in un boomerang letale. È sufficiente un’incertezza, un’iperbole mal calibrata o una risposta non soppesata per distruggere settimane di lavoro comunicativo. In un’epoca di frammentazione del messaggio, il video di trenta secondi che cattura lo scivolone di un esponente politico diventa l’arma definitiva nelle mani degli avversari.

Al contrario, il materiale dei sostenitori del No era in gran parte prodotto a tavolino – dai video di infografica alle lunghe analisi scritte – e ha goduto del vantaggio della precisione chirurgica. Ogni parola, ogni transizione visiva, ogni argomento è stato limato con calma e tempo per massimizzare l’effetto senza correre il rischio della gaffe. Questa asimmetria ha prodotto una saturazione dei canali digitali che ha trovato un terreno fertilissimo nelle fasce d’età più giovani. I nuovi elettori, che consumano politica attraverso canali non convenzionali e rifuggono i riti polverosi della tribuna elettorale, sono stati i destinatari naturali di questa spinta comunicativa.

I risultati tra i giovani elettori sono la sanzione definitiva di questa sconfitta culturale: un No plebiscitario che non nasce da una preconcetta ostilità ideologica, ma da una dieta informativa sbilanciata. Se l’unica voce autorevole, ben confezionata e presente sulle piattaforme social parla la lingua del dissenso, è inevitabile che il voto under 30 si orienti in quella direzione. Il centrodestra sembra aver ignorato che il consenso non si coltiva solo durante i rari momenti di picco elettorale, ma richiede una semina costante in territori che non sono quelli, ormai rassicuranti, dei salotti televisivi tradizionali.

Questa pigrizia strategica ha radici profonde in una sorta di analfabetismo digitale che scambia la presenza sui social con l’efficacia comunicativa. Pubblicare il video di un comizio o la card con lo slogan del giorno non equivale a creare cultura politica. La carenza di personale politico in grado di maneggiare i nuovi linguaggi senza apparire grottesco o fuori luogo è il sintomo di una classe dirigente che ha smesso di investire nella propria formazione. Si è preferito il volto noto alla competenza comunicativa, il prestigio del ruolo alla profondità della tesi, con il risultato di apparire distanti e, paradossalmente, meno credibili.

In definitiva, il referendum non è stato perso nelle piazze, ma nei server e nelle redazioni digitali dove si costruisce il senso comune. La vittoria del No è il trionfo di una macchina organizzativa che ha saputo farsi sistema, contrapposta a un’armata Brancaleone di esponenti politici isolati e privi di una rete di supporto intellettuale. Se il centrodestra non deciderà di colmare questo abisso infrastrutturale, costruendo centri di studio e coltivando una nuova generazione di comunicatori capaci di produrre contenuti “studiati a tavolino”, ogni futura battaglia referendaria o politica sarà segnata in partenza dalla medesima irrilevanza culturale.

Meloni potrà vincere ancora le elezioni: ha carisma e capacità di penetrazione. Ma con questo personale politico il Centrodestra dovrà abbandonare ogni velleità di cambiare le cose e rifugiarsi nel business as usual. E la noia, si sa, prima o poi uccide l’amore.

Andrea Bicocchi
Andrea Bicocchi
Imprenditore, editore de "Lo Schermo", volontario. Mi piace approfondire le cose e ho un'insana passione per tutto quello che è tecnologia e innovazione. Sono anche convinto che la comunità in cui viviamo abbia bisogno dell'impegno e del lavoro di tutti e di ciascuno. Il mio impegno nel lavoro, nel sociale e ne Lo Schermo, riflettono questa mia visione del mondo.

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