Stefano Dianda: “Io che ho marcato Diego Armando Maradona, il più grande giocatore di sempre”

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Il 25 novembre 2020 si è spenta la luce nel mondo del calcio, la sua stella più luminosa ha smesso di brillare. Diego Armando Maradona ci ha lasciati all’età di sessant’anni per colpa di un infarto. Non resta che stringersi nei ricordi, nel pensiero delle grandi emozioni che un’artista di questo calibro è riuscito a disegnare sul rettangolo verde. Ora l’icona lascia spazio alla leggenda che diventa eterna. Stefano Dianda – ex difensore lucchese, classe 1966 – ha avuto la fortuna di solcare il campo da calcio insieme al “Pibe de Oro”, quando da avversario vestiva la maglia del Pisa di Romeo Anconetani.

Stefano, che effetto faceva trovarsi di fronte a un giocatore come Maradona?

Trovarmi di fronte a Maradona mi sembrava impossibile, lo avevo ammirato con gli occhi del ragazzino al Mondiale di Spagna ’82 e poi a quello di Messico ’86, che aveva vinto praticamente da solo. Mi stropicciavo gli occhi e mi chiedevo se fosse reale, una classica situazione da: “sogno o son desto?”. Pochi anni prima facevo le figurine dei calciatori Panini e adesso mi trovavo faccia a faccia con lui, una cosa incredibile. È vero che tutti i giorni ero a contatto con fior fiore di giocatori, come Faccenda, Nista, Dunga, Cecconi o Dolcetti, giusto per fare qualche nome, ma Maradona era il giocatore più forte del mondo.

A proposito, cosa è stato per te Maradona?

È stato il più grande giocatore di tutti i tempi, mi perdonerà ad esempio Pelè, ma negli anni ’80 si giocava un calcio totalmente differente, dove la tattica aveva una maggiore importanza, dove gli allenamenti erano duri e gli avversari in campo erano di un livello altissimo. Poi c’erano le televisioni sempre più presenti, non potevi permetterti di fare tanti sbagli in campo, essendo sempre osservato. Maradona spiccava in questo contesto, quindi per me rimane il migliore di ogni epoca.

Lo hai affrontato da avversario e da difensore, ma come si marcava Maradona?

Prima di tutto non dovevi infastidirlo, quindi l’obbligo era giocare pulito e con pochi falli, poi non dovevi mai farlo girare ed era difficile. Bisognava tentare di giocare d’anticipo, raddoppiarlo nella marcatura e se non ci riuscivamo, provavamo a impietosirlo con frasi come: “dai Diego, noi dobbiamo salvarci”, oppure “non segnare oggi, segna la prossima settimana”. A onor del vero, contro il Pisa non è mai stato molto prolifico, fece una volta un gol su rigore in un incontro di Coppa Italia, mentre in un’altra occasione siamo riusciti a vincere anche per 2 a 0. Bisognava giocare d’intelligenza e ce l’abbiamo sempre fatta, ma bisogna anche ammettere che contro di noi non era di certo stimolato come contro il Real Madrid.

Hai qualche aneddoto legato a Maradona?

Quando gli andavo incontro sul campo da calcio, per salutarlo, dentro la mia testa mi chiedevo se dovevo dargli del lei, in segno di rispetto per la sua importanza e grandezza, o se dovevo dargli del tu, in quanto colleghi. Alla fine ho scelto il lei, perché lui era il migliore.

Che differenza vi è tra il calcio odierno e quello tuo e di Maradona?

La differenza è tanta, se mi permetti voglio soltanto dire che il calcio di adesso non mi piace, anzi è uno schifo. A quei tempi i ragazzini avevano maggiori possibilità di arrivare a livelli alti e potevano poi confrontarsi con alcuni tra i giocatori più forti al mondo, come Maradona. Ma in Serie A non era l’unico, c’erano anche Zico, Rummenigge, Platini, grandi artisti che portavano la loro classe al servizio del nostro movimento calcistico. Le loro gesta sui campi erano fondamentali anche per le scuole calcio, per le giovanili, perché erano esempi da seguire, delle vere fonti di ispirazione.

In Italia abbiamo perso una grande tradizione e una cultura, non investiamo più sui settori giovanili che erano vera e propria linfa vitale per tutto il calcio italiano. Il Milan è stato un grande esempio di come si può vincere in Italia e nel mondo con il frutto delle proprie giovanili. I giocatori stranieri che vengono adesso nel nostro Paese, non sono come quelli di allora, perché qui vengono solo per prendersi un lauto stipendio e se falliscono vanno da un’altra parte. All’epoca, quei grandi campioni, erano un motivo per arrivare in alto, per fare sacrifici. Io tantissime volte ho fatto l’autostop per andare e per tornare dagli allenamenti, ma li facevo perché poi sapevo che alla domenica a Pisa arrivava una squadra come il Napoli di Maradona. I settori giovanili vanno ricostruiti, bisogna puntare sugli italiani, farli crescere, perché il gruppo è fondamentale. A tutti i ragazzini di oggi dico soltanto di crederci, di darci dentro, perché non sono inferiori agli stranieri che vengono pagati per giocare da noi, anzi possono essere anche meglio.

Stefano Dianda insieme a Diego Armando Maradona; Pisa – Napoli, stagione 1988-1989
Tommaso Giacomelli
Tommaso Giacomelli
Giornalista e giurista, le passioni sono per me un vero motore per vivere la vita. Sono alla ricerca inesausta della verità, credo nel giornalismo libero e di qualità. Porterò il mio contributo a "Lo Schermo" perché si batte per essere una voce unica, indipendente e mai ordinaria.

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