Marco Innocenti, orgoglioso cronista di provincia

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Una delle penne più illustri della città, voce libera e autorevole che ha raccontato con dedizione Lucca per oltre 35 anni: Marco Innocenti è stato lo storico vice-redattore capo de “Il Tirreno”, testata con cui peraltro è da poco tornato a collaborare. In quest’intervista rilasciata al nostro quotidiano si è lasciato andare, come al solito in maniera non banale, ad alcune interessanti riflessioni sul passato e sul presente del nostro Paese e della nostra città, offrendo il suo punto di vista sulla politica e sullo stato del giornalismo nazionale e locale.

Marco Innocenti, sarò diretto: vorrei una sua opinione sull’attuale situazione politica lucchese.

La situazione è complessa. È complessa anche per quello che sta succedendo in campo nazionale, con un rimescolamento di carte del quale non si riesce a capire il risultato. Può darsi che ci siano nuove alleanze, che si spacchino certi settori e che ci siano nuove aggregazioni. E questo inevitabilmente si riflette anche sulla situazione di Lucca, dove ci sono già problemi a cose normali, perché qui, da sempre, abbiamo un centrosinistra dove di fatto ci sono due anime, quella zingarettiana e quella ex filorenziana. Ci sono situazioni non diverse anche nel centrodestra, dove l’aggregazione che sperava di creare Santini quando si candidò mi pare che, nei fatti, non sia mai venuta fuori, tant’è vero che sono emerse delle posizioni molto diverse anche in Consiglio comunale. Insomma, la situazione è molto movimentata, molto complicata e molto magmatica. Al momento non saprei davvero quali aggregazioni base indicare per le prossime elezioni, e certo questo non aiuta, perché mai come adesso ci vorrebbero chiarezza ed efficacia di programma sulle cose da fare. Pochi punti ma chiari, insomma, perché da quarant’anni la città è piuttosto ferma rispetto a tante altre.

In questi lunghi anni di carriera chi l’ha delusa di più?

Beh, l’ultimo mandato di Mauro Favilla – dal 2007 al 2012 – mi sembra che abbia prodotto veramente poco. Tant’è che dopo, quando si andò a votare, si vide il giudizio della città.

Chi, invece, l’ha sorpresa di più?

Questa è una domanda difficile. In campo politico non saprei dare una risposta precisa, mi sembra che il livello sia abbastanza uniforme. Diciamo che non ho visto statisti. Ho apprezzato le opere che Pietro Fazzi ha lasciato: su tutte l’Agorà, il San Romano, il Teatro di San Girolamo e l’Opera delle Mura, che per me dovrebbe ancora avere un ruolo fondamentale. Di Fazzi però non ho condiviso altre scelte, in particolare sul piano urbanistico. Ma credo che sia onesto riconoscere che ha lasciato un segno.   

Destra-sinistra, a suo avviso quali saranno i candidati sindaci in corsa nel 2022?

Faccio una premessa, non per Lucca ma in generale. Sono sempre stato fermamente convinto che si dovrebbe arrivare alle candidature in maniera democratica. Una volta c’erano le sezioni, dove si discuteva per poi proporre le persone da candidare, su cui decideva infine la commissione elettorale. Nell’ultimo anno che ho lavorato a Pistoia, nel 2012, il Pd portò alle primarie tre candidati: furono primarie vere, anche se mi rendo conto che è difficile farle e il rischio di infiltrazioni è effettivamente alto. Però credo che un criterio per stabilire una candidatura sia necessario, perché è assurdo che una mattina una qualsiasi persona si svegli e dica “Io mi candido a sindaco”. Mi pare francamente singolare. Bisognerebbe che a una scelta del genere arrivasse chi conosce bene i problemi della città e, possibilmente, abbia anche un po’ di esperienza amministrativa. Consideri che una volta si arrivava a fare il sindaco dopo che si era passati nelle sezioni di partito, poi in Consiglio di circoscrizione, poi in Consiglio comunale, e dopo almeno un’esperienza come assessore. Ecco, se lavoravi bene, alla fine il partito ti poteva proporre come sindaco. Con la legge attuale, salvo cataclismi, chi fa il sindaco rimane in carica per cinque anni, tra l’altro con il potere di procedere – in una realtà come Lucca – a una ottantina di nomine nelle varie aziende municipalizzate e negli enti più disparati, Fondazioni e quant’altro. Ecco, di fronte a un potere così ampio del sindaco e della giunta penso che la legge dovesse prevedere anche un potere di controllo altrettanto ampio da parte del Consiglio comunale. Un potere che oggi, invece, è del tutto assente. È assente perché le opposizioni ormai non possono incidere e, tantomeno, conta la maggioranza, che va in Consiglio soprattutto ad alzare la mano. Non solo, ma un tempo le decisioni venivano prima discusse nel partito, poi c’era la preconsiliare e alla fine il sindaco portava una decisione che prima aveva condiviso almeno con la sua maggioranza. Oggi quello che decide la giunta lo si conosce a cose fatte, e quello è. Un fatto che dovrebbe imporre qualche riflessione.

Ci faccia il nome di una persona che, secondo lei, sarebbe adatta ad occupare la carica di primo cittadino. Chi potrebbe offrire, in definitiva, un significativo cambio di marcia alla città?

Sarebbe interessante capire chi saranno davvero i candidati. Oltre a Raspini, Pardini e Barsanti, tra i papabili non escluderei anche Stefano Baccelli, perché mi dicono che sia una possibilità concreta. Ha una grande esperienza, prima come presidente della Provincia e adesso come assessore regionale. Se scendesse in campo un po’ di peso lo avrebbe. È chiaro che, in una città come Lucca, Baccelli teoricamente fa parte dell’area minoritaria del Pd, e credo che una sua candidatura scatenerebbe conflitti interni notevoli. Questo successe già in passato, quando sembrava che dovesse fare le primarie con Tambellini e poi lo convinsero a desistere. In questo momento, sulla carta, io vedo come possibili candidati Raspini, Baccelli e Pardini, poi vedremo chi altro si aggiungerà. Non credo che nell’area di Remo Santini stiano a guardare, ma nemmeno Fratelli d’Italia e Forza Italia lo faranno. Può darsi che anche nel centrodestra non sia così scontata la convergenza su Mario Pardini. A mio avviso vedremo delle belle battaglie da qui alle candidature effettive. Però, ripeto, sarebbe opportuno arrivare a scelte condivise democraticamente con la città. Così come sarebbe opportuno, dopo, capire come e da chi sarà finanziata la campagna elettorale, perché uno dei punti dolenti è sempre quello: le campagne elettorali costano e se ottieni consistenti aiuti da qualche parte poi dopo devi rendere conto.

Oggi molte decisioni determinanti per la città sono subordinate al volere ultimo della Fondazione Cassa di Risparmio: cosa pensa dell’attuale gestione della cassaforte di Lucca?

Credo che gran parte delle opere mirabili di cui oggi la città dispone siano merito della Fondazione Cassa di Risparmio, a cui dobbiamo essere riconoscenti. Basti pensare al complesso di San Micheletto, a San Ponziano, a San Francesco, agli interventi per le Mura. Basti pensare, ancora, al Mercato del Carmine e al convento di Via Elisa, alla Cavallerizza e alla Casa del Boia. Tutte operazioni virtuose, insomma. Ho conosciuto una Fondazione Cassa che sul nostro territorio ha fatto delle cose davvero mirabili. Per carità, da qualche parte si sono criticate le modalità con cui si sono assegnati i lavori, però gli interventi sono sempre stati fatti bene e in fretta. Ho conosciuto una Fondazione con presidenti come Giurlani, Cattani e Lattanzi (o Del Carlo e Landucci alla Fondazione Banca del Monte) che pensavano soprattutto a opere per la città, di cultura, di restauro o per il settore sociale. Vedo ora qualche cambiamento, soprattutto nell’atteggiamento della Fondazione. Mi rendo conto che, in questi tempi di grave crisi, è difficile ipotizzare che i soldi da investire possano arrivare solo dalle operazioni di trading, che peraltro la Fondazione Cassa di Risparmio fa in maniera mirabile. È chiaro che in un momento come questo, nel quale operando finanziariamente si rischia di non avere sempre gli introiti necessari per i tanti lavori utili, è difficile non ipotizzare altre forme di investimento. C’è la oggettiva necessità di accrescere il patrimonio e di non veder calare gli utili da reinvestire sul territorio, tuttavia mi pare di vedere strategie e scelte alle quali non eravamo abituati. Ma il ragionamento di fondo che mi faccio, per tutte le Fondazioni e non solo per la nostra, è che ancora non è chiarissimo che cosa siano e cosa debbano e possano fare. Perché se si va a vedere non sono enti di diritto pubblico, però gestiscono un capitale che in grandissima parte proviene dalla collettività. Quindi sono gestori di un capitale in gran misura pubblico, ma non sono istituzioni di diritto pubblico. È vero che le Fondazioni rispondono ad un’assemblea dove ci sono persone indicate dal territorio, però di fatto le scelte le determina il consiglio di amministrazione e, tutt’al più, l’organo di indirizzo che lo nomina. Le Fondazioni hanno un potere di pressione fortissimo su qualunque amministratore pubblico: se per ipotesi un qualsiasi sindaco si mettesse contro una Fondazione non farebbe vita lunga, perché gli enti locali non hanno più uno spicciolo da spendere senza il contributo decisivo delle Fondazioni. Il rischio è che, alla fine, sia preponderante la scelta di una Fondazione su quella di un Comune.

Come valuta, invece, l’informazione e lo stato del giornalismo nella nostra città?

L’informazione vive un momento molto difficile, perché nella carta stampata i costi di produzione sono difficilmente sostenibili con gli introiti e i fatturati. Nell’online, la situazione mi pare la stessa. Il fatto che ci sia una così grande difficoltà di sostenere economicamente le aziende, le espone al rischio di perdere autonomia nei confronti di soggetti con cui devono fare i conti per ottenere quello che serve per andare avanti. A me pare che, con rare eccezioni, l’informazione nel nostro paese abbia perso un po’ la forza per  scavare, e trasmissioni come Report e Piazza Pulita sono malviste proprio perché fanno il loro mestiere e portano avanti inchieste importanti. Abbiamo un potere che non desidera essere disturbato, ecco. Per poterlo disturbare, e per far sì che il giornalismo sia davvero il cane da guardia del potere per conto della collettività, bisognerebbe che la stampa fosse più tranquilla dal punto di vista economico e quindi più autonoma. Queste due cose devono andare di pari passo, altrimenti è un problema. Un giornale, come ha sempre sostenuto un altro grande direttore come Mario Lenzi, deve poter rendere conto esclusivamente a chi lo compra e legge, deve vivere di acquisti in edicola e online e di pubblicità. In questo momento non vedo la stagione che ho vissuto da giovane, fatta di nuovi giornali, come il “Paese Sera” degli anni ’70 e il nuovo “Tirreno” del 1978, e di grandi inchieste. E non mi piace un giornalismo che fa le battaglie in nome e per conto di una parte politica o di qualche potentato. Invece mi pare che questa sia ormai diventata la tendenza. Ultimamente guardo con favore e partecipo volentieri all’iniziativa de “Il Tirreno” dei nuovi editore e direttore, che mira a potenziare la cronaca locale con un nutrito numero di pagine di servizio in più per tutte le zone della provincia. Nutro anche speranza in qualche giornale online, che dovrebbe sempre poter contare su qualità e su capacità di verifica di ciò che viene scritto. La qualità, in ogni prodotto, ha dei costi, ma è necessaria per reggere sul mercato, in particolare per una “merce” così delicata e importante come l’informazione. I giornali – tutti – si scandalizzano quando scoprono il lavoro sottopagato, ma bisognerebbe che pensassero un po’ anche ai loro collaboratori, perché nella gran parte delle testate di questo paese il concetto dell’equo compenso è davvero un’utopia.

In città si dice che lei sia dotato di pensiero educato ed elegante, che sia intrinsecamente borghese, molto intelligente ma con un brutto carattere. Si dice anche che non abbia mai voluto padroni e che, per questo, abbia raccolto meno di quanto meritasse. Cosa ne pensa?

Il brutto carattere è dovuto al fatto che ho sempre tenuto molto alla mia libertà di pensiero, e al rispetto che do e che pretendo. Ho avuto la fortuna di lavorare in un giornale nel quale mai alcun direttore mi ha imposto di scrivere qualcosa. Credo di essere stato molto aperto e disponibile, ho sempre fatto con passione il mio lavoro, mai per conto di terzi. Ho sbagliato tanto, sicuramente, ma ho sbagliato per colpa mia e non perché mi ha fatto sbagliare qualcun altro. Nei primi anni di professione ho avuto la fortuna e il piacere di avere un direttore come Arrigo Benedetti che, essendo anche lui lucchese, mi aveva preso in simpatia. Nei suoi corsivi domenicali – me lo ricordo ancora – usava spesso un termine: la “protervia del potere”. Ecco, ho sempre cercato di lavorare anche io contro la protervia del potere, forse qualche volta sbagliando. Benedetti diceva anche un’altra cosa: “la libertà non te la dà nessuno, o ce l’hai dentro o non ce l’hai”. La libertà non si compra, e certamente ci sono dei costi da pagare. Il rimprovero che mi faccio è di essere molto lucchese e molto innamorato della città, e di aver avuto due figli piccoli quando mi si sono aperte altre strade altrove. Non le ho prese e forse ho sbagliato, ma sono dell’idea che è inutile pensarci dopo, perché quando prendi una decisione ritieni che sia quella giusta. Sostanzialmente non ho rimpianti. Ecco, diciamo che non mi vergogno di essere un cronista di provincia. Credo che molti colleghi spocchiosi, romani o milanesi, se li portassi a fare i servizi che facciamo noi cronisti di provincia non saprebbero da dove cominciare. Tante volte sono venuti i grandi inviati dei giornaloni, che poi venivano in redazione a scopiazzare gli articoli scritti da noi a “La Nazione” o a “Il Tirreno”. Quindi non mi sento inferiore, e credo che sia assolutamente dignitoso fare il cronista di provincia. Anzi, le dirò che forse è anche più difficile, perché quando esci ti conoscono tutti e non ci mettono niente a dirti che hai scritto delle stupidaggini. Se stai a Roma o a Milano in definitiva puoi scrivere quel che ti pare, tanto chi ti cerca?!

Senza scadere nel passatismo, rispetto a venti anni fa ci sono differenze significative nel giornalismo e nella politica lucchese?

Nel giornalismo purtroppo si è assottigliato molto il numero dei redattori. C’è stato un periodo in cui i due giornali locali avevano una quindicina di professionisti in totale, quattro dipendenti poligrafici, cinque o sei fotografi e decine di collaboratori e corrispondenti. Sono nate Tv locali e testate online che prima non c’erano, quindi c’è più informazione. Semmai il discorso da fare è sulla qualità, perché quando aumenta l’informazione sarebbe necessario mantenerla. Per i motivi che abbiamo detto sopra, questo non è un obiettivo facile da raggiungere. Diciamo che, rispetto a venti anni fa, sia nella politica che nel giornalismo vedo una sorta di rassegnazione ad adeguarsi allo stato delle cose, una specie di strano pessimismo di fondo per cui alla fine si pensa che nulla possa mai cambiare. Non vedo lo sprint che c’era venti o trent’anni fa, ecco. Negli anni ’80, e fino a tutti gli anni ’90, noi della stampa pensavamo di poter contribuire a cambiare le cose, e lo stesso accadeva in politica. Dopo Tangentopoli, la seconda Repubblica sembrava il paradiso…e adesso invece rimpiangiamo quelli che abbiamo mandato a giudizio. Oggi i problemi economici sono tanti, e quando non si è certi di avere sicurezza economica si tende a essere sempre molto prudenti…forse troppo. Oggi è difficile lavorare nel giornalismo ed è ugualmente difficile fare politica. In politica, una cosa che mi ha sempre sorpreso è la tranquillità con cui certe persone, che magari sono eccellenti avvocati, medici e ingegneri, pensano di poter automaticamente essere altrettanto eccellenti come amministratori della cosa pubblica. Quando ho ricevuto qualche proposta, ho sempre considerato di non essere portato e adeguato a fare il politico o l’amministratore. E, come me, tante altre persone di valore che conosco. Invece ho visto spesso gente, sia a livello nazionale che locale, che dalla mattina alla sera si scopre statista…

Siamo in chiusura, vorrei la sua opinione su Tambellini, Bertocchini, Raspini, Mario Pardini e Fabio Barsanti.

Tambellini a volte dovrebbe avere più decisione nel portare avanti i suoi progetti. Capisco che non è facile agire in concreto tra la miriade di leggi, rischi, burocrazia e procedure che ingessano. Né è semplice sopportare il peso di forti pressioni esterne. Mi pare che il sindaco abbia un carattere portato alla mediazione ed è molto riflessivo. Mi sarebbe piaciuto che si fosse buttato un po’ di più, diciamo così. Bertocchini rappresenta un personaggio che alla Fondazione Cassa di Risparmio ha portato grandi vantaggi quando era direttore, perché le operazioni azzeccate sotto il profilo del trading sono in gran parte dovute alle sue capacità. Forse come amministratore è diverso dai predecessori, è molto più operativo e molto meno politico. Vedo che risponde risentito quando viene criticato, un aspetto in parte comprensibile ma forse non proprio utile da un punto di vista comunicativo. L’operazione Manifattura è enorme, avrei immaginato un modo di comunicare e di agire più aperto al confronto e meno impositivo. Raspini ha dieci anni di esperienza come amministratore. Molti lo danno come probabile candidato sindaco, ma dobbiamo vedere anche l’incognita Baccelli. L’assessore comunale è giovane, quando in passato mi ci sono confrontato non mi pareva avesse cattive idee per la città. Vorrei vedere quali programmi presenterebbe se fosse lui il candidato. Pardini non lo conosco, se non come presidente di Lucca Crea. Francamente non so dare un giudizio, ma la cosa che un po’ mi sorprende è questo modo anomalo di proporsi già ora. Non so se gli giovi esporsi in questa maniera, all’interno del centrodestra si è già creato dei nemici. Sarebbe utile che anche lui presentasse presto alla città le sue idee per amministrare Lucca. È da chiarire bene la valutazione di cui gode nell’area che vuole rappresentare, a che punto sono i rapporti con le forze politiche del centrodestra. Non so se sarà così scontata la sua candidatura. Per Fabio Barsanti dico con franchezza che certe posizioni estremistiche della sua area non fanno proprio parte del mio modo di pensare. Mi pare, tuttavia, che negli ultimi tempi sia cambiato, e devo anche onestamente riconoscere che alcune delle cose che ha proposto erano condivisibili. Io – utopisticamente parlando – ho sempre pensato che se un’idea è giusta non ha colore, e qualche idea giusta da lui mi è parsa di vederla uscir fuori. Altre decisamente no.

Giovanni Mastria
Giovanni Mastria
Nato a Lucca, classe 1991. Scrivo con passione di cultura, attualità, cronaca e sport e, nella vita di tutti i giorni, faccio l’Avvocato. Credo in un giornalismo di qualità e, soprattutto, nella sua fondamentale funzione sociale. Perché ho fiducia nel progetto "Oltre Lo Schermo"? Perché propone modelli e contenuti nuovi, giovani e non banali.

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