Il valore dell’amicizia e la passione per la scrittura: l’imprenditore Fabrizio Betti si racconta

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Fabrizio Betti viene da Capannori. Dietro agli occhiali, dei vispi occhi azzurri. Prima di diventare imprenditore, è stato un avvocato di successo. Dopo la morte del padre Silvio ha preso in mano l’azienda di famiglia, attiva in diversi settori. Del Gruppo Betti, nato nel 1951 con l’unione dei fratelli Silvio ed Elio, fanno infatti parte le società Filgomma (tappetini, accessori per auto ed ora anche biciclette), Cires (resine espanse) e Salf, realtà di riferimento del settore immobiliare, di cui fa parte anche Il Pinturicchio, l’innovativo e romantico centro commerciale sulla circonvallazione di Lucca. E se pensate che quest’ultimo sia solo un insieme di negozi e store, vi sbagliate di grosso. Oltre a boutique e ristoranti, Il Pinturicchio rappresenta uno spazio di socialità, di condivisione, di arte e cultura, dove si può sorseggiare un buon whisky e giocare a carte, dove si presentano libri e si inaugurano mostre e dove si assiste a spettacoli teatrali. Il centro ha dato pure il via ad un vero e proprio ciclo di appuntamenti: il Pinturicchio music festival. Ma Fabrizio Betti è anche uno scrittore, che viene sì dal mondo dell’imprenditoria, ma che ha da sempre la passione per l’arte e la cultura. E le sue riflessioni non sono affatto scontate.

Più volte hai affermato in passato che “ad un certo punto della vita sono rinato”: che cosa significa? Quante vite hai vissuto?

Accontentiamoci di un paio (ride, ndr); mi è successa una cosa che succede raramente, ma che a volte capita: ho avuto un incidente involontario. Ero in bicicletta ed un secondo prima ero vivo e quello dopo ero morto, ho avuto un arresto cardiaco e da lì è iniziata una bella storia, su cui tra l’altro ho scritto un libro, “Avventura d’amore”, in cui racconto in terza persona quello che mi è successo attraverso ricordi e anche refusi che ho volontariamente lasciato nel libro. Sono stato in coma per mesi e quando mi sono svegliato, sono di fatto, rinato: ho dovuto imparare di nuovo a leggere, a scrivere, a ricordare. E’ una cosa tra l’altro, non dico da ripetere, ma bellissima, perché se ci fosse sempre la certezza del risultato verrebbe meno la poesia. E poi è stata una cosa molto misteriosa. Si rinasce fisicamente, ma soprattutto nello spirito. E’ un’esperienza che consiglierei a tutte, mi permetto di dire una brutta parola, le teste di cavolo, per non dire peggio. A qualcuno servirebbe, perché dopo un’esperienza del genere, non si è mai le stesse persone di prima. E non è sempre un male. 

Dal mondo dell’imprenditoria a quello dell’arte: come ti sei avvicinato alla scrittura?

L’uomo è di sua natura predisposto per fare mille lavori diversi. Io il pensiero di fare lo stesso mestiere per una vita intera lo trovo mortificante. Ero avvocato, dopo la morte di mio padre sono entrato nella gestione dell’azienda di famiglia, ma la mia vera passione sono sempre stati, fin da ragazzo, l’arte, la cultura e la musica. La scrittura è arrivata per caso. E il mio primo libro l’ho scritto proprio per passione, “Apri il coperchio, il sole ci è”: fuori dagli uffici di mio padre, mio zio aveva una 1100 bianca, io avevo quattro anni, e appena vidi che si poteva aprire esclamai “Zio apri il coperchio, il sole ci è”. Questa frase è rimasta per tutta la vita un tormentone che mi hanno riproposto tutti e il mio primo libro non poteva che intitolarsi così. Un libro di racconti, di ricordi, divertente. Quando scrivo i libri non faccio più la bella né la brutta, mi metto a scrivere con un argomento vago in testa, e le pagine vengono da sole. E’ come se dentro di me ci fosse un altro scrittore che viene fuori. Com’è possibile scrivere libri con questa velocità? Non lo so, ma so che oggi, se mi togliete la scrittura, mi togliete la vita.

Di cosa parla il tuo ultimo libro “E se fosse Dio? Con la partecipazione dell’uomo qualunque”? 

Questo racconto/saggio/romanzo fantastico l’ho scritto perché ho capito che questa fase del mondo in qualche modo andava fissata per la memoria. Il titolo viene da un’ipotesi che il Coronavirus possa essere scaturito da tre cause: lo stesso Dio che si è rotto le scatole di questo mondo che va a rovescio e si è deciso a riequilibrare un po’ le cose; la ribellione della natura; un capolavoro dei cinesi. E sono contento che l’abbiano fatto perché avremmo avuto il rischio di andare incontro ad una terza guerra mondiale con bombe a mano e fucilate. Ah, notizia di oggi: mentre l’America affossa, la Cina sta ricrescendo economicamente. E tutto questo non ha precedenti nella storia. Significa che loro colonizzeranno le nostre imprese e realtà che avranno bisogno di liquidità. E sempre loro verranno a prendersele. Vogliamo scommettere che il vaccino lo troveranno loro per primi? E verrà fuori quando il lavoro sarà completamente compiuto. Tutti questi ragionamenti e riflessioni sono parte integrante del libro, da acquistare su Amazon o da leggere gratuitamente online su Kindle.

Qual è la tua paura più grande? 

Perdere i miei amici d’infanzia. Quando sono uscito dal coma e ho avuto il dono di vedere e parlare qualche cosa, è venuta una persona a trovarmi. Mi ha preso la mano, io l’ho guardato con gli occhi persi e gli ho detto:“Io non so chi sei, non so come ti chiami, ma so che ti voglio tanto bene”. Era un mio carissimo amico. E questo dice tutto.

Fonte foto: Sito web Unesco Lucca

Virginia Volpi
Virginia Volpi
Giornalista pubblicista, classe 1992, nata a Lucca. Credo nel giornalismo come un modo per dare voce a chi spesso non viene ascoltato. Perché Lo Schermo? Perché è una voce diretta e fuori dal coro.

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