Fanini: una vita nel ciclismo tra successi, battaglie, umanità e sport pulito

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Ivano Fanini ci ha aperto le porte della sua roccaforte di Amore & Vita Prodir, raccontandoci a cuore aperto la sua incredibile esperienza di vita, dedicata a pieno al mondo del ciclismo. Sono state tante le vittorie ottenute dai corridori delle sue squadre, sia nel mondo dilettantistico che in quello professionistico, ma altrettanto fondamentali sono state le battaglie portate avanti a suo nome nella lotta al doping, e non soltanto. Ivano Fanini è un uomo gentile, ma dal piglio deciso e determinato, e non potrebbe che essere così come testimoniano i tantissimi trofei e tutti i cimeli che ci mostra con orgoglio. La sede di Amore & Vita Prodir è un quartier generale in cui si respira a pieni polmoni la grande passione per il ciclismo ed è un vero archivio vivente di tutto quello che è successo nel corso della lunga storia che questa famiglia ha passato nel mondo delle due ruote a pedali. Le pareti sono un vero e proprio museo fotografico, che racconta momenti di gloria e incontri straordinari con personalità di spicco, uno su tutti Papa Giovanni Paolo II. Quest’ultimo è stato amico personale della famiglia Fanini e ha ricoperto un ruolo importante nel corso della storia del team Amore & Vita, come avrà modo di raccontarci accuratamente. Una volta messi comodi, Ivano è stato un fiume in piena, un vulcano pronto a rispondere con energia ad ogni nostra curiosità.

Partiamo dalle origini, da cosa nasce la grande tradizione della Famiglia Fanini nel mondo del ciclismo?

Mio padre aveva una squadra di ciclismo già nel 1948, ma prima ancora, mio zio Ivano correva per un team di Lucca, la Libertas. Era uno dei grandi di quei tempi, insieme a Del Carlo di Porcari, erano i più forti in assoluto in Toscana, i leader del ciclismo regionale negli anni che vanno dal 1940 al 1950. Una rivalità in stile Bartali e Coppi, con al seguito un tifo davvero sfegatato. Quindi, fu proprio mio zio a trasmetterci la passione per questo sport, grazie alle sue vittorie e ai suoi successi. Poi ci ha pensato mio padre, che costruiva e vendeva biciclette, a fondare la sua squadra di ciclismo. La Famiglia Fanini è una delle più storiche di questo mondo, in seguito anch’io e i miei tre fratelli Pietro, Michele e Brunello siamo entrati direttamente in attività come ciclisti, ma soltanto io e Michele abbiamo raccolto molte vittorie, tanto da essere stati considerati tra i migliori a livello regionale nelle nostre categorie. Michela, figlia di Brunello, è un’altra parte importante della nostra famiglia, è stata una campionessa assoluta, vincendo il Giro d’Italia, molte tappe al Tour de France, medaglie mondiali e il campionato italiano. Purtroppo è scomparsa prematuramente, ma dovunque le hanno reso onore, dedicandole strade, piazze e piste ciclabili.

Per quanto mi riguarda la passione è sempre stata dentro di me, ma capendo però di non poter fare la vita da atleta, con tutti i sacrifici che comportava, a diciotto anni smisi di correre. Dopo poco iniziai in prima persona a formare le squadre di ciclismo, prima dilettantistiche, in cui abbiamo vinto tutto a livello nazionale, poi professionistiche. Sono diventato commissario tecnico della nazionale argentina per qualche anno, ho portato in Italia diversi corridori argentini per fare il Giro, ma non solo loro. Ho avuto per moltissimo tempo, oggi un po’ meno, dai 150 ai 200 ciclisti tesserati per anno, dai giovanissimi ai dilettanti, passando pure per la realizzazione di squadre al femminile, quando ancora nessuno ci pensava. Si parla davvero di migliaia di corridori. Ho avuti atleti di moltissime nazioni, e quando mi sono tolto le massime soddisfazioni a livello dilettantistico sono passato al professionismo. Feci la prima squadra di professionisti avvalendomi del talento di Piero Pieroni, che era già un affermato preparatore, tra l’altro anche di Francesco Moser, assegnandogli il ruolo di direttore sportivo. L’altro nome importante che riuscimmo a portare nella nostra avventura era quello del mitico Gino Bartali, al quale fu affidato il ruolo di direttore tecnico. Nacque così la nostra prima squadra di professionisti, la Fanini-Wuhrer. Era il 1984, e in quell’anno proprio da Lucca partiva il Giro d’Italia.

Tanti corridori, tanti campioni, moltissimi successi, ma qual è stato il momento più bello della sua carriera sportiva, quello davvero indimenticabile?

In tutti questi anni abbiamo vinto una settantina di campionati nazionali, non solo quello italiano, si può dire di aver trionfato in quasi tutte le nazioni. Abbiamo raccolto migliaia di vittorie, fra cui 12 trionfi mondiali. Sicuramente a livello sportivo, una delle più grandi soddisfazioni me le ha date Rolf Sorensen, un corridore danese che presi da ragazzino e con il quale vincemmo il Campionato del Mondo Juniores. Poi lo feci passare tra i professionisti e al suo primo anno vinse la Tirreno-Adriatico davanti a Francesco Moser. Dopo è passato in altre squadre, facendo una carriera molto importante, vestendo anche la maglia gialla al Tour de France.

Dopo di lui, per un legame di simpatia e di affetto, viene sicuramente Mario Cipollini. È stato con me dai sei fino ai diciannove anni di età, insieme abbiamo vinto tanto. Purtroppo negli ultimi anni le nostre vicende personali hanno avuto alti e bassi, però provo un amore infinito nei suoi confronti. Mario è stato il numero uno di tutti i tempi come velocista, logicamente le sue vittorie non possono passare inosservate nel mio team, anche perché la prima maglia di Campione del Mondo l’ha vinta con noi. Le migliori corse da dilettante, quando il mondo del ciclismo era pulito, le ha vinte tutte con noi.

Poi abbiamo Michele Bartoli, considerato come uno dei più grandi delle classiche di ciclismo, che si è formato da noi dai sette fino ai vent’anni di età, così come Andrea Tafi, che ha vinto la Parigi-Roubaix. Un altro è Franco Chioccioli, soprannominato “Coppino” per la somiglianza fisica con Fausto Coppi e per la sua bravura in salita, che nel Team Fanini ha raccolto le prime vittorie di tappa al Giro d’Italia, prima di riuscire nell’impresa di arrivare a Milano in maglia rosa nel 1991 con il team Del Tongo. Sono tutti corridori che sono nati qui con me e che mi hanno dato davvero delle grosse soddisfazioni. Tra queste non posso non citare l’impresa di Pierino Gavazzi, che a trentotto anni ha vinto il campionato italiano sul circuito di Imola, battendo due ex campioni del mondo come Fondriest e Saronni. Un altro nome a cui sono molto legato è quello di Giambattista Baronchelli, che sul finire della sua carriera venne con noi, riuscendo anche a togliersi qualche soddisfazione come la vittoria alla cronoscalata Bologna-San Luca nel 1988.

A pensarci bene è davvero difficile stabilire quali sia stata la mia più grande soddisfazione a livello sportivo, sono state tutte belle e importanti, così come sono stati tantissimi i corridori che dovrei menzionare. Tra gli ultimi mi ha dato una grande gioia Michael Woods, canadese, che fu scoperto da me, grazie al suggerimento di un mio ex corridore suo connazionale. Tra l’altro prima di salire in sella a una bicicletta faceva il podista. Nel 2018 è arrivato a conquistare il bronzo nel mondiale di ciclismo su strada, dietro soltanto a Valverde e Bardet. Ma non solo loro, perché ho avuto tantissimi direttori sportivi, decine e decine, tra i migliori in assoluto e che oggi occupano dei ruoli importanti in squadre Pro Tour. Lo stesso vale per i meccanici e i massaggiatori, ne ho avuti veramente moltissimi e tutti molto capaci.

Amore & Vita nasce nel 1989, è attualmente la squadra di ciclismo più longeva al mondo. Dietro a questo nome si nasconde però un grande messaggio che viaggia sulle strade di tutto il mondo, ma come si riesce a far coincidere i valori cristiani con lo sport?

Per Amore & Vita, l’incontro con Roberto Formigoni, che in quegli anni era Presidente del Parlamento Europeo, fu decisivo. All’epoca era uno dei promotori del movimento “No Aborto”, e noi ben presto entrammo in simpatia con le sue idee, tanto che l’ex Governatore della Lombardia divenne in breve il Presidente onorario del team, carica che ricopre tutt’ora. Avevamo due squadre professionistiche, perciò si decise di mettere sulle maglie di una squadra “Dio ti ama”, mentre nell’altra “No all’aborto”. Andammo al cospetto di Papa Giovanni Paolo II, il quale fu molto contento di questa iniziativa, perché il nostro intento era quello di far vedere al mondo intero che anche attraverso lo sport si poteva appoggiare e dire un sonoro no alla legge che permetteva deliberatamente di abortire. Quando il mondo femminista vide queste maglie vennero fuori diversi problemi, i nostri corridori furono oggetto di alcuni atti incresciosi, così si passò ai ripari e si pensò di sostituire il “No Aborto” con il nome Amore & Vita. Il suggerimento per questo nome mi fu dato da Giovanni Paolo II in persona.

Noi crediamo in quello facciamo, perché pensiamo che Amore e Vita siano le parole più importanti per tutta l’umanità. Intendiamoci, portare avanti certi messaggi non è di certo stato facile, abbiamo avuto diversi problemi, e nel corso degli anni abbiamo perso anche degli sponsor importanti. Ho avuto tanti pro e contro in tutte le cose, ma io sono sempre andato dritto per la mia strada.

Anche Silvio Berlusconi si era avvicinato ad Amore & Vita, ma questo non piacque a tutti, giusto?

Sì, con Berlusconi vi è stato un rapporto importante, tanto che a un certo punto sulle nostre maglie, a strisce rossonere come il Milan, di Amore & Vita abbiamo aggiunto la scritta “ForzArcore”. Con quella casacca abbiamo raccolto tante vittorie al Giro d’Italia soprattutto grazie a Glenn Magnusson, corridore svedese, che riuscì a sconfiggere anche il nostro ex corridore Mario Cipollini. Tutte quante furono festeggiate insieme a Berlusconi stesso e a Ennio Doris, patron di Banca Mediolanum che divenne sponsor della squadra. Purtroppo, la decisione di aggiungere il motto “ForzArcore” sulle casacche non è piaciuto a tutti e ci ha creato qualche problema, in primis con alcuni sponsor, uno su tutti Beretta salumi, che dopo oltre dieci di partnership si fece da parte, perché aveva paura di essere associata a una figura politica. In seguito intervenne anche l’Unione Ciclistica Internazionale (UCI), che ci fece togliere definitivamente la scritta “ForzArcore”, per non avere influenze politiche nel mondo del ciclismo.

Amore & Vita però non è soltanto questo, la Famiglia Fanini si è battuta aspramente anche per uno sport pulito, con la lotta al doping su tutti i fronti. Come si porta avanti questa battaglia?

Sì, Amore & Vita significa anche lotta al doping. Io ho battagliato con il mondo intero per avere un mondo del ciclismo pulito, mettendomi contro l’ex Presidente dell’UCI Hein Verbruggen, fino a scontrarmi con molti corridori importanti, tipo Armstrong, Pantani, Contador, Basso, Valverde, Riis, Riccò, Santambrogio e tanti altri che hanno ricevuto i miei reclami, ben prima delle inchieste che li hanno riguardati. Noi abbiamo sempre tenuto una grande linea di fronte a tutti, io mi sono danneggiato parecchio facendomi portavoce di questa guerra. Ho fatto 16 Giri d’Italia consecutivi, ma da quando ho cominciato questa missione contro il doping, hanno cominciato ad escludermi direttamente dalla rassegna. Mi hanno eliminato completamente, perché ero un personaggio scomodo che poteva compromettere l’intero business. Ad ogni modo, il Giro d’Italia non lo avrei potuto più fare, per il cambio delle regole. Sono stati fatti davvero molti passi avanti con la lotta al doping negli ultimi anni, sicuramente il ciclismo è più pulito che in passato anche grazie alle mie numerose iniziative, ma ancora bisogna farne di strada per sconfiggerlo, anche se farlo del tutto sarà impossibile. Tanti corridori passano i controlli indenni, perché hanno dietro delle organizzazioni, delle strutture che sono avanti ai controlli antidoping di almeno dieci anni. Ci sono squadre che costano 40 o 50 milioni di euro, che hanno delle equipe di scienziati al seguito, sempre pronti a trovare la scorciatoia.

A proposito, in questi giorni giorni ci sono state delle dichiarazioni di Lance Armstrong, il quale ha affermato di aver assunto doping fin dagli inizi della sua carriera, forse causandogli anche il tumore…

Di Lance Armstrong se ne parla ora, ma io lo sostenevo già tanti anni fa che lui fosse uno di quei corridori che faceva ricorso al doping. Io avevo preso dei corridori nella mia squadra che correvano in precedenza con Armstrong, nel team US Postal, per testimoniare anche contro di lui. Non dovevano testimoniare solo a me dei suoi illeciti, ma anche alle autorità, a partire dai Nas di Firenze. La battaglia contro Armstrong è partita anche grazie a me, perché poi i Nas di Firenze hanno aperto a loro volta delle inchieste, fino ad arrivare dall’Italia agli Stati Uniti d’America. Proprio negli USA, con la loro legislazione molto severa, sono riusciti a inchiodarlo definitivamente. Io non mi voglio prendere dei meriti, né tanto meno ce l’ho con Armstrong, che sotto certi aspetti è stato davvero un grande di questo sport. Il mio obiettivo è la lotta al doping, per questo a suo tempo attaccai anche Marco Pantani, che se mi avesse ascoltato, oggi sarebbe ancora vivo.

Quella al doping però non è l’unica battaglia per la quale Amore & Vita si è battuta nel corso degli anni…

No, infatti siamo stati anche promotori dell’obbligo del casco per i ciclisti, in principio per i professionisti, poi anche per gli amatori. Noi siamo stati la prima squadra al Giro d’Italia a far indossare ai nostri corridori l’elmetto di protezione, non senza polemiche. I telecronisti delle TV non riuscivano a riconoscere gli atleti, che a loro volta venivano presi in giro, anche dai loro stessi colleghi. Poi piano piano siamo riusciti a far divenire obbligatorio il casco per tutti, salvando in questo modo migliaia di persone, non solo fra gli atleti ma anche fra le persone comuni.

Un’altra dura lotta che abbiamo portato avanti, visibile sulle nostre magliette, è stata quella contro il fumo, che qualche importante risultato ha raggiunto nel corso degli anni. Tutte queste battaglie mi rendono orgoglioso, perché in qualche modo siamo riusciti a salvare tante vite. Anche se mi sono messo contro il mondo per determinate situazioni e iniziative, sono contento e rifarei tutto da capo, perché sento di aver fatto qualcosa di importante e che ha lasciato il segno. Naturalmente non ci sono riuscito con il “no all’aborto”, perché comunque non siamo riusciti a sensibilizzare del tutto la gente su questo argomento, però abbiamo fatto del nostro meglio.

Come vede il futuro del ciclismo, e chi sarà il nuovo Presidente della Federazione Ciclistica Italiana?

Tutto dipenderà dai contributi che le istituzioni e le federazioni daranno al mondo del ciclismo. Un ruolo fondamentale lo avranno anche gli sponsor e i diritti televisivi, che dovrebbero andare a finanziare in qualche modo i team, altrimenti lo scenario futuro sarà molto preoccupante, specialmente dopo questa emergenza legata al Coronavirus. L’attuale Presidente della FCI, Renato Di Rocco, ha il mandato in scadenza, che è stato prolungato di un altro anno in seguito all’emergenza sanitaria, e spererei che rimanesse ancora in carica. Tuttavia, gli unici profili validi per la sua sostituzione, secondo me, sono quelli di Pier Augusto Stagi, direttore di Tuttobici, e dell’ex campione olimpionico Silvio Martinello.

Lei e Papa Giovanni Paolo II avete avuto un rapporto particolare, cosa ci può raccontare a proposito?

La prima volta che sono stato in Vaticano con la mia squadra incontrai Paolo VI, fu un’esperienza grandiosa, realizzata anche grazie all’amicizia con Don Franco Baroni. Anche dopo, quando Paolo VI venne a mancare e arrivò sul soglio pontificio Giovanni Paolo II, continuammo ad andare con la squadra dal Papa, sempre con Don Franco Baroni al seguito. Da quel momento, tutti gli anni ci recavamo in Vaticano per presentare la squadra, e quando passammo al professionismo, il Papa in qualche modo divenne il socio numero uno di Amore & Vita, della quale condivideva gli ideali. Sono state venticinque le presentazioni consecutive del team a San Pietro, e il Papa ha sempre partecipato con entusiasmo firmando caschi e biciclette. Nel corso degli anni abbiamo fatto tante cose insieme, abbiamo portato tante iniziative al suo cospetto, e questo mi ha permesso di coltivare un vero e proprio rapporto personale e di amicizia con il Santo Padre. Abbiamo vissuto delle esperienze incredibili, il Papa si interessava davvero alla squadra, al punto che presi con me dei corridori polacchi perché me li aveva consigliati. Cose davvero indimenticabili.

Cristian Fanini è il figio di Ivano, lavora a stretto contatto con il padre, e per il quale nutre davvero una grande stima, come ci ha fatto intuire subito con le sue parole. Cristian porta avanti la tradizione dei Fanini nel mondo del ciclismo, essendo stato in passato un vero e proprio agonista, ma soprattutto condivide le tante battaglie e i valori di cui il padre si è fatto portabandiera. Anche con lui abbiamo voluto parlare di alcuni argomenti.

Qual è il tuo punto di vista su tutte le missioni di cui Amore & Vita è divenuta un simbolo nel corso degli anni?

Io condivido tutto quello che mio padre ha fatto, sia a livello di battaglie personali, sia attraverso la squadra. È stato nobile perseverare nella lotta contro il doping, che sotto certi aspetti era stata considerata come una lotta contro i mulini a vento, perché la maggior parte delle persone presenti in questo ambiente porta avanti un velo di omertà e tende a non parlarne o a parlarne pochissimo, pur essendo consapevole della realtà. Mio padre è sempre uscito allo scoperto, non ha mai avuto paura di parlare, di metterci la faccia e di essere in prima linea. Ha dimostrato di avere tanto coraggio a battersi in questo modo, iniziando prima da solo e poi anche grazie all’appoggio delle istituzioni. Oggi, anche per merito suo, possiamo dire che il ciclismo, oltre a essere lo sport più controllato in assoluto è diventato anche molto più credibile. Al tempo stesso il doping è una macchia oscura e difficile da debellare, probabilmente non si batterà mai, perché chi ha il potere economico e le tecnologie a disposizione sarà sempre un passo avanti.

Per le altre battaglie, a partire da quella per il casco, sono state davvero tutte importanti. Oggi per fortuna è diventato obbligatorio in corsa e in allenamento anche grazie a noi, ma ai tempi fummo derisi, addirittura alcuni corridori cambiarono squadra proprio per questo motivo. Il casco salva la vita e questo per fortuna la gente lo ha capito.

Sei stato anche un atleta, secondo te oggi il ciclismo, che da sempre ha ispirato gli altri con le sue gesta, può essere ancora uno sport che può dare l’esempio?

Me lo auguro, secondo me può continuare ancora a ispirare le persone, perché il ciclismo è uno degli sport più belli del mondo, perché sei a contatto con la natura, perché sei tu con la tua bicicletta in un rapporto unico. A livello sportivo subentrano altri fattori, come la voglia di primeggiare o la solidarietà, quando si aiutano i compagni, ma a livello anche amatoriale, di semplice passatempo, è una delle discipline migliori, anche solo per il senso di liberazione che riesce a ispirarti. Spero che i ragazzi più giovani possano avvicinarsi a questo mondo, anche fra coloro che magari in questo momento in cui abbiamo dovuto affrontare il Coronavirus, sono saliti in bicicletta per gioco o per voglia di svago, ma capendo la natura e l’essenza di questo sport, possano in seguito avviarsi alla sfera agonistica.

Con tuo padre abbiamo parlato di Giovanni Paolo II, vuoi aggiungere qualcosa?

Anche per me è stata una figura importante, oltre ad avermi visto crescere, infatti mi prese in braccio la prima volta che avevo sei anni, ha pure benedetto le nozze con mia moglie, Carlotta. Ogni anno andavamo da lui, anche con la squadra, avevo modo di poterci parlare e di poterci scambiare qualche parola. Credo che il percorso sia stato molto lungo, ma molto bello, passando dal vedermi bambino fino a uomo adulto, compreso il matrimonio. È una cosa che posso raccontare con orgoglio, con soddisfazione, sicuramente un privilegio, una grande fortuna che non tanti hanno potuto avere. Il tempo passato con lui ha davvero per me un grande significato, ma essendo divenuto in seguito un Santo, lo impreziosisce ancora di più. Mi ricordo molto bene tutti quei momenti, me li porto con me nel cuore e cerco di conservarli accuratamente nella memoria.

Credi che i valori di Amore & Vita possano essere tutt’ora attuali, anche in un mondo in cui la sensibilità verso certi temi sembra essere cambiata?

I valori di Amore & Vita erano attuali trent’anni fa, lo sono oggi e lo saranno tra molti anni ancora. È vero che il mondo sembra che stia peggiorando sotto certi aspetti, invece che migliorando, ma questi valori sono un caposaldo che hanno sempre lo stesso significato. Sarebbe bello che i giovani di oggi tornassero a rispettare certi ideali, che sono a fondamento della nostra squadra. Amore & Vita sono probabilmente le parole più belle e significative che si possano trovare sul vocabolario, per questo il loro messaggio sarà sempre al passo coi tempi.

Tommaso Giacomelli
Tommaso Giacomelli
Giornalista e giurista, le passioni sono per me un vero motore per vivere la vita. Sono alla ricerca inesausta della verità, credo nel giornalismo libero e di qualità. Porterò il mio contributo a "Lo Schermo" perché si batte per essere una voce unica, indipendente e mai ordinaria.

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