Aldo Grandi, lei è fascista?

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Il Direttore della Gazzetta di Lucca, Aldo Grandi, ha rilasciato a Lo Schermo un’intervista in cui parla della città, della sua vita, di politica, di storia e di attualità. Irriverente, chiacchierato e polemico. Oggi, però, in quella che di solito è la sua parte della barricata c’è qualcun altro. Oggi le domande taglienti e dirette – una sua specialità – le facciamo noi a lui.

Beppe Viola diceva che in un’intervista le prime tre domande devono arare a fondo, lo prendo alla lettera e vado con la prima: Aldo Grandi, lei è fascista?

Assolutamente no. Non lo sono mai stato, anche se ultimamente mi appioppano questo aggettivo. In realtà mi dicevano che ero brigatista quando scrivevo libri sulle Brigate Rosse o su Potere Operaio, così come mi dicono che sono fascista quando scrivo libri che si occupano del ventennio. La realtà è una sola: il fascismo – a distanza di ottant’anni dalla sua morte – non esiste più, se non nella mente bacata di qualche nostalgico senza senso. Il verdetto sul fascismo lo ha dato la storia, ed è definitivo. Ciò non vuol dire che debba essere “smantellato” tutto ciò che riguarda e che ha avuto a che vedere con quel periodo storico. Noi siamo il frutto del passato: conoscere il passato non significa demonizzarlo, significa prenderne coscienza. Significa prenderne coscienza senza voler a tutti i costi creare fantasmi o addirittura strumentalizzare il fascismo a fini politici come sta facendo, e come sempre ha fatto, la sinistra. Questo poteva andar bene negli anni ’70 quando, per questioni generazionali, da un lato esisteva una sorta di mito della Resistenza tradita e dall’altro della Repubblica Sociale. Oggi, nel 2020, parlare ancora di fascismo è offensivo per le persone intelligenti. E poiché mi ritengo una persona intelligente, sinceramente lo considero assurdo.

Allora ci riprovo, lei è pazzo?

Diciamo di no. Però sono sicuramente una persona a cui piace rischiare, essere in prima linea, provocare, rompere le palle e non limitarsi a fare il compitino. L’unica forma di pazzia che potrei concedere è quella di aver abbandonato – nell’anno 2010 – uno stipendio fisso di 3.450 euro al mese a “La Nazione”, dove lavoravo da vent’anni, per fare un giornale mio perché non ne potevo più di fare “l’impiegato del Catasto”.

Ha fama di vivere sopra le righe, di dire sempre quello che pensa e di non avere paura delle possibili conseguenze. Ecco, ha qualche rimpianto o rimorso nella vita?

Nessuno legato alla sfera professionale. Per quanto riguarda il fatto di vivere sopra le righe, in realtà a me sembra di vivere dentro le righe e di starci anche abbastanza bene. Sono gli altri che vivono al di sotto delle righe. E poi non è vero che non ho paura di niente: c’è stato un periodo, alcuni anni fa, in cui mi sono trovato sommerso da procedimenti disciplinari e querele per diffamazione. Questa cosa mi ha sicuramente creato dei problemi a livello psicologico, perché si andava ad intaccare e a minacciare direttamente quello che era il mio povero e piccolo patrimonio, costituito dall’unica casa dove vivo e che è di mia proprietà. Tuttavia se sono in forma – e fortunatamente questo mi accade sempre più spesso – non ho paura di andare in Tribunale, non ho paura di sostenere la parte di colui che avrebbe diffamato personaggi come Matteo Renzi, Andrea Marcucci e Laura Boldrini. Vede, io ho scritto la biografia di molte persone, una delle quali era un gerarca fascista che si chiamava Guido Pallotta. Dopo Mussolini, era probabilmente il gerarca più apprezzato e amato dai giovani, molti dei quali sono andati a farsi ammazzare sui campi di battaglia di mezza Europa e dell’Africa. Ecco, nel suo decalogo Guido Pallotta sosteneva che non si doveva avere paura di avere coraggio. Io credo che, al di là di quello che ha rappresentato il Fascismo di estremamente tragico per il nostro Paese, i giovani debbano osare. E osare non vuol dire fare le sardine, né andare a rompere i coglioni nei convegni di Salvini o di chi non la pensa come te. Non vuol dire andare a sfasciare le statue, devastare negozi, attaccare le forze dell’Ordine, come fanno invece questi peracottari verniciati di rosso che non cambiano mai il modo di pensare e di agire. Osare vuol dire innanzitutto essere preparati, studiare, studiare, studiare, come diceva Benedetto Croce. Vuol dire formarsi un’autonomia critica, che è assolutamente indispensabile ma che deve essere corroborata anche dalla conoscenza. Io non accetto, né a destra e né a sinistra, che mi si venga a parlare di fascismo, comunismo o antifascismo e poi non si conoscano personaggi, periodi e momenti storici come li conosce il sottoscritto. Quindi, quando qualcuno mi dimostrerà di avere più conoscenza di ciò di cui parla di quanta ne ho io, beh allora sarò disposto ad ascoltarlo e a mettermi in discussione. Altrimenti…mangia un po’ di merda e poi comincia ad assaggiare la cioccolata!

Passiamo al momento vissuto dalla città: cosa ne pensa della situazione Manifattura?

Io sono un po’ combattuto: da un lato si tratta sicuramente di un’occasione perché si riporterebbe alla normalità un pezzo della città che fa schifo; dall’altro, proprio perché fa schifo, io sarei per buttarla completamente giù e non pensarci più. O si ricostruisce una Lucca come quella che è dal 1300, oppure io lì ci farei un bel parco. O, comunque, qualche cosa che sicuramente non avrebbe a che fare con appartamenti. Ecco io trovo che volerci realizzare 90 appartamenti sia un’emerita stronzata. Coima fa i suoi interessi, e così la Fondazione. Se questa famosa piazza – realizzata ricongiungendosi con le Mura attraverso la passerella – deve portare ancora una volta a ciò che si è verificato con la ristrutturazione della Chiesa di San Francesco, allora no. Dietro alla Chiesa di San Francesco hanno infatti costruito abitazioni, con una grande piazza interna che doveva diventare una sorta di cortile ma che, in realtà, oggi d’estate serve a far stendere i panni sulle panchine agli extracomunitari. Ecco, se il progetto per riqualificare la zona manifattura deve trasformarsi in questo, allora no grazie. Io sono del parere che è soprattutto un’occasione per far fare soldi a molti professionisti, tanto che si prevedono 5 milioni e mezzo di euro di parcelle. No, così a me non piace.

E del Caffè delle Mura, cosa ne pensa?

Pare che lo abbiano preso i cinesi. Che dire? Mi pare che ormai i cinesi stiano prendendo tutto. Il Caffè delle Mura, negli anni ’90, offriva una splendida occasione di trascorrere delle bellissime serate in un ambiente meraviglioso, all’aperto e in una location straordinaria. Lo gestivano i fratelli Lazzaroni, Tony e Marco, che lo sapevano gestire bene. Preferisco non prendere altre querele, ché ne ho già abbastanza, per cui non commento la gestione della struttura in questi anni. Né, tantomeno, voglio commentare quello che ci verrà fatto. Si dice che ci si potrà mangiare il sushi, quando è stato per anni l’esempio di una cucina tradizionale lucchese…ma tanto, ormai, di tradizionale non c’è più un cazzo.

Riguardo alla stampa locale che cosa ci dice? Ritiene che sia ancora possibile svolgere il mestiere di giornalista con passione, dedizione e assiduità?

No, assolutamente no. Io per venti’anni ho fatto il giornalista in un quotidiano e sono stato lautamente pagato. Ho imparato un mestiere, e questo è fondamentale. Però non ne potevo più di svegliarmi la mattina e rendermi conto che la principale occupazione poteva essere quella di stabilire se avevano rubato un po’ di prosciutto o di formaggio all’interno del frigorifero di un’abitazione per poi farci un pezzo. Non ne potevo più di scrivere quante erano le biciclette parcheggiate fuori dagli stalli o altre amenità del genere. Quindi, diciamo che in provincia si potrebbe fare del buon giornalismo se non ci fossero tutta una serie di vincoli dettati da quelle strutture gerarchiche ed elefantiache che sono i giornali cartacei. Strutture in cui spesso non va avanti chi merita o chi è bravo, ma va avanti chi è più leccaculo. Io sono venuto via da questo tipo di giornalismo perché ritengo che non sia giornalismo. Il giornalismo deve cambiare, non solo nella forma ma anche nella sostanza. È inutile cambiare forma se poi si continuano a fare le stronzate che si fanno sempre! Io ritengo che i giornali – dico soprattutto quelli cartacei ma non solo – che ci sono a Lucca, sembrano fatti apposta per solleticare gli istinti più bassi dei lettori. A mio avviso, da un punto di vista professionale, un giornalista dovrebbe avere il desiderio di essere inviso a quanta più gente possibile. Dovrebbe essere orgoglioso di rompere i coglioni. Dovrebbe svegliarsi la mattina, andare a lavoro con passione e cercare in tutti i modi di andare a scavare per tirare fuori qualcosa che non va. Ecco dovrebbe provocare, provocare è la parola giusta, non essere mai riverente.

Ma secondo lei qual è il problema?

Il problema è uno soltanto: oggi la proprietà e la direzione dei giornali sono due cose uniche, nel senso che è l’editore che decide come si lavora. La “Gazzetta di Lucca” – e faccio un esempio ridicolo perché è piccolina – è l’unico giornale in cui c’è un direttore e un editore che sono la stessa persona, ovvero il sottoscritto. È una dittatura? Assolutamente no! È una repubblica democratica dove chi dirige è una persona che ha come obiettivo quello di rompere le scatole, e dove chi collabora è libero di poterlo fare nel miglior modo possibile. È chiaro, è un giornale che ha una sua linea. Ma non è una linea con pregiudizi, è una linea che va avanti: se c’è al governo la destra si rompe i coglioni alla destra, se c’è al governo la sinistra si rompe i coglioni alla sinistra! Durante l’era Favilla siamo stati capaci di far rimuovere un abuso edilizio sulla terrazza dell’ex sindaco rompendogli i coglioni, ed era di centrodestra. Ora rompiamo i coglioni al centrosinistra. Il problema è che il giornalista, oggi, è un lavoro come un altro. Certe volte è meglio pulire i cessi che fare il giornalista, e sa perché? Perché chi pulisce i cessi non pretende di essere diverso da quello che pulisce i cessi. Chi fa il giornalista, spesso, ritiene di farlo ma non si rende nemmeno conto di che cosa vuol dire. È pieno il mondo di giornalisti che pensano che fare giornalismo sia redazionare qualche pezzo e andare a una conferenza stampa: il giornalismo è qualcosa di più. Il giornalismo è anche respirare l’aria dei tribunali, respirare l’aria della cronaca nera. Io credo che la cronaca nera sia fondamentale per un giornalista, ma oggi è tutta velina. Oggi non ha più senso fare questo lavoro, se non come lo faccio. Ecco si, come lo faccio io ha un po’ senso, però io sono un pazzo, e quindi…

Chi fa il miglior giornalismo a Lucca?

A Lucca ci sono degli ottimi professionisti. Uno di questi è il mio ex collega a “La Nazione”, Paolo Pacini, e anche tutti gli altri che attualmente lavorano lì sono dei bravi professionisti. Io però ho una stima particolare per Luca Tronchetti, che a mio avviso è uno dei migliori giornalisti che abbia mai incontrato. Purtroppo, non avendo lui santi in paradiso e avendo forse anche un carattere diverso dal mio, non è riuscito ad ottenere quello che avrebbe meritato…ma in questo siamo in due. Non parlo, invece, degli elementi negativi. Lascio stare perché finirei inevitabilmente per beccarmi altre querele o esposti. Le dico solo una cosa: il mio ex Capo-Servizio Paolo Magli, che mi ha insegnato molto, tanti anni fa si lamentava perché io non leggevo i giornali stampati a Lucca. E aveva ragione, ma io non ci riuscivo. Così come non ci riesco adesso, perché non dicono nulla! Anzi, dicono tutti la stessa identica cosa. Non c’è nessuno che si erge al di sopra della sufficienza.

C’è qualche politico, a Lucca, che gode della sua stima?

Non ho mai avuto stima per i politici.

Oltre ai politici, mi dice tre persone che godono della sua stima e che potrebbero fare del bene alla città?

Le citerei i nomi di persone che nella vita si spaccano il culo per andare avanti e dare un senso a quello che fanno. Ritengo, infatti, che la cosa più importante sia l’esempio. E a Lucca ci sono moltissime persone che, non avendo la garanzia di uno stipendio, di una rendita o di un reddito, si dannano l’anima per raggiungere i propri obiettivi. Loro, anche se non lo sanno, sono il vero valore aggiunto di questa città. E non ha senso fare nomi, mi creda.

Adesso facciamo un gioco a lei caro: un aggettivo per Tambellini; Raspini; Marcucci; Barsanti.

Tambellini: scarico; Raspini: ambizioso; Marcucci: politicamente inutile; Barsanti: aspirante.

Giovanni Mastria
Giovanni Mastria
Nato a Lucca, classe 1991. Scrivo con passione di cultura, attualità, cronaca e sport e, nella vita di tutti i giorni, faccio l’Avvocato. Credo in un giornalismo di qualità e, soprattutto, nella sua fondamentale funzione sociale. Perché ho fiducia nel progetto "Oltre Lo Schermo"? Perché propone modelli e contenuti nuovi, giovani e non banali.

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